VITA SECONDA DI TOMMASO DA CELANO - 2.a parte
 
 
CONTRO LE FAMILIARITÀ CON DONNE

CAPITOLO LXXVIII

SI DEVE EVITARE LA FAMILIARITÀ CON DONNE.

COME SI COMPORTAVA CON LORO

[699] 112. Comandava che fossero evitate del tutto le familiarità con donne, dolce veleno che corrompe anche gli uomini santi. Temeva infatti che l'animo fragile si spezzasse presto e quello forte si indebolisse. E ripeteva che, se non si tratta di una persona di virtù più che sperimentata, intrattenersi familiarmente con esse senza esserne contagiati è tanto facile, quanto, secondo la Scrittura, camminare sul fuoco senza scottarsi i piedi. Per mostrare con i fatti ciò che diceva, presentava in se stesso un modello perfetto di virtù. Le donne infatti gli erano così moleste, da far credere che si trattasse non di cautela o di esempio, ma di paura o di orrore. Quando la loro loquacità importuna dava origine a contesa, induceva al silenzio con un parlare breve ed umile e il volto a terra. Altre volte fissava gli occhi al cielo, quasi volesse ricavarne ciò che avrebbe risposto a quelle cicale mondane. Quelle invece, che avevano reso il loro animo dimora della sapienza con una santa e perseverante devozione, le istruiva con meravigliosi, ma brevi discorsi. Quando si intratteneva con una donna, parlava ad alta voce, in modo che tutti potessero udire. Una volta confidò ad un compagno: «Ti confesso la verità, carissimo: se le guardassi in faccia, ne riconoscerei solamente due. Dell'una e dell'altra mi è noto il volto, di altre no ».. Benissimo, Padre, perché guardarle non santifica nessuno. Ottimamente, ripeto, perché la loro presenza non porta alcun vantaggio, ma moltissimo danno anche di tempo. Sono, queste cose, un impedimento a chi vuole affrontare un viaggio arduo e contemplare il volto pieno di ogni grazia.

CAPITOLO LXXIX

UNA PARABOLA CONTRO GLI SGUARDI RIVOLTI ALLE DONNE

[700] 113. Era solito colpire gli occhi non casti con questa parabola. Un re potentissimo inviò, in tempi successivi, due nunzi alla regina. Ritorna il primo e riferisce semplicemente la risposta al suo messaggio. Ritorna l'altro, e dopo aver riferito in breve la risposta, tesse una lunga storia della bellezza della sovrana. «A dir vero, Signore, ho proprio visto una donna bellissima. Felice chi può goderne!». «Servo malvagio,--lo investe il re--hai fissato i tuoi occhi impudichi sulla mia sposa? È chiaro che tu avresti voluto far tuo un oggetto che hai esaminato così attentamente!». Fa richiamare il primo e gli chiede: «Che ti sembra della regina?». «Molto bene di certo,--risponde il messo --perché ha ascoltato in silenzio ed ha risposto con saggezza ». «E non ti sembra bella?». «Guardare a questo tocca a te. Mio compito era di riferire le parole ». Il re pronuncia allora la sentenza: «Tu casto di occhi, più casto di corpo, rimani nel mio appartamento. Costui invece, fuori di casa, perché non violi il mio talamo! ». Ripeteva poi il Padre: «Quando si è troppo sicuri di sé, si è meno prudenti di fronte al nemico. Se il diavolo può far suo un capello in un uomo, ben presto lo fa diventare una trave. E non desiste anche se per lungo tempo non è riuscito a far crollare chi ha tentato, purché alla fine gli si arrenda. Questo è il suo intento, e non si occupa di altro giorno e notte ».

CAPITOLO LXXX

ESEMPIO DEL SANTO CONTRO L' ECCESSIVA FAMILIARITÀ

[701] 114. Una volta Francesco era diretto a Bevagna, ma indebolito dal digiuno non era in grado di arrivare al paese. Il compagno allora mandò a chiedere umilmente a una devota signora del pane e del vino per il Santo. Appena la donna conobbe la cosa, assieme ad una figlia, vergine consacrata a Dio, si avviò di corsa, per portare al Santo quanto era necessario. Ristorato e ripreso alquanto vigore, rifocillò a sua volta madre e figlia con la parola di Dio. Ma nel parlare ad esse, non le guardò mai in faccia. Mentre quelle ritornavano a casa, il compagno gli disse: «Perché fratello, non hai guardato la santa vergine, che è venuta a te con tanta devozione? ». E il Padre: «Chi non dovrebbe aver timore di guardare la sposa di Cristo? Se poi si predica anche con gli occhi ed il volto, essa da parte sua poteva ben guardarmi, ma non occorreva che la guardassi io». Spesso parlando di queste cose, asseriva che è frivolo ogni colloquio con donne, fatta eccezione della sola confessione o, come capita, di qualche brevissimo consiglio. E commentava: «Di cosa dovrebbe trattare un frate minore con una donna, se non della santa penitenza o di un consiglio di vita più perfetta, quando gliene faccia religiosa richiesta? ».

LE TENTAZIONI CHE AFFRONTÒ IL SANTO

CAPITOLO LXXXI

LE TENTAZIONI DEL SANTO E COME NE SUPERÒ UNA

[702] 115. Mentre crescevano i meriti di Francesco, cresceva pure il disaccordo con l'antico serpente. Quanto maggiori erano i suoi carismi, tanto più sottili i tentativi e più violenti gli attacchi che quello gli moveva. E quantunque lo avesse spesso conosciuto per esperienza come valoroso guerriero, che non veniva meno neppure un istante nel combattimento, tuttavia tentava ancora di aggredirlo, pur risultando quegli sempre vincitore. Ad un certo momento della sua vita, il Padre subì una violentissima tentazione di spirito, sicuramente a vantaggio della sua corona. Per questo, era angustiato e pieno di sofferenza, mortificava e macerava il corpo, pregava e piangeva nel modo più penoso. Questa lotta durò più anni. Un giorno, mentre pregava in Santa Maria della Porziuncola, udi in spirito una voce: «Francesco, se avrai fede quanto un granello di senapa, dirai al monte che si sposti ed esso si muoverà ». «Signore, -- rispose il Santo ---qual è il monte, che io vorrei trasferire?». E la voce di nuovo: «Il monte è la tua tentazione ». «O Signore, --rispose il Santo in lacrime--avvenga a me, come hai detto». Subito sparì ogni tentazione e si sentì libero e del tutto sereno nel più profondo del cuore.

CAPITOLO LXXXII

IL DIAVOLO LO CHIAMA PER TENTARLO Dl LUSSURIA,

MA IL SANTO LO VINCE

[703] 116. Nell'eremo dei frati di Sarteano il maligno, che sempre invidia il progresso spirituale dei figli di Dio, ebbe addirittura questa presunzione. Vedendo che il Santo attendeva continuamente alla sua santificazione, e non tralasciava il guadagno di oggi soddisfatto di quello del giorno precedente, una notte, mentre pregava nella sua celletta, lo chiamò per tre volte: «Francesco, Francesco, Francesco». «Cosa vuoi?». E quello: «Nel mondo non vi è nessun peccatore, che non ottenga la misericordia di Dio, se pentito. Ma chiunque causa la propria morte con una penitenza rigida non troverà misericordia in eterno ». Il Santo riconobbe subito, per rivelazione, l'astuzia del nemico, come cercava di indurlo alla tiepidezza. Ma, cosa crederesti? Il nemico non tralasciò di rinnovargli un altro assalto. Vedendo che in tale modo non era riuscito a nascondere il laccio, ne prepara un altro, cioè uno stimolo carnale. Ma inutilmente, perché non poteva essere ingannato dalla carne, chi aveva scoperto l'inganno dello spirito. Gli manda dunque il diavolo, una violentissima tentazione di lussuria. Appena il Padre la nota, si spoglia della veste e si flagella con estrema durezza con un pezzo di corda. «Orsù, frate asino,--esclama--così tu devi sottostare, così subire il flagello! La tonaca è dell'Ordine, non è lecito appropriarsene indebitamente. Se vuoi andare altrove, va' pure ». 117. Ma poiché vedeva che con i colpi della disciplina la tentazione non se ne andava, mentre tutte le membra erano arrossate di lividi, aprì la celletta e, uscito nell'orto, si immerse nudo nella neve alta. Prendendo poi la neve a piene mani la stringe e ne fa sette mucchi a forma di manichini, si colloca poi dinanzi ad essi e comincia a parlare così al corpo: «Ecco, questa più grande è tua moglie; questi quattro, due sono i figli e due le tue figlie; gli altri due sono il servo e la domestica, necessari al servizio. Fa' presto, occorre vestirli tutti, perché muoiono dal freddo. Se poi questa molteplice preoccupazione ti è di peso, servi con diligenza unicamente al Signore ». All'istante il diavolo confuso si allontanò, ed il Santo ritornò nella sua cella, glorificando Dio. Un frate di spirito, che allora attendeva alla preghiera, osservò tutto, perché splendeva la luna in cielo. Ma, quando più tardi il Santo si accorse che un frate l'aveva visto nella notte, molto spiaciuto, gli ordinò di non svelare l'accaduto a nessuno, fino a che fosse in vita.

CAPITOLO LXXXIII

LIBERA UN FRATE TENTATO.

VANTAGGI DELLA TENTAZIONE

[704] 118. Una volta un frate, che era tentato, sedeva tutto solo vicino al Santo e gli disse: «Prega per me, Padre buono: sono convinto che sarò subito liberato dalle mie tentazioni, se ti degnerai di pregare per me. Sono proprio afflitto oltre le mie forze, e so che anche tu lo hai capito». «Credimi figlio -- gli rispose Francesco--: proprio per questo ti ritengo ancor più servo di Dio, e sappi che più sei tentato e più mi sei caro ». E soggiunse: «Ti dico in verità che nessuno deve ritenersi servo di Dio, sino a quando non sia passato attraverso prove e tribolazioni. La tentazione superata è, in un certo senso, l'anello, col quale il Signore sposa l'anima del suo servo. «Molti si lusingano per meriti accumulati in lunghi anni, e godono di non avere mai sostenuto prove. Ma sappiamo che il Signore ha tenuto in considerazione la loro debolezza di spirito, perché ancor prima dello scontro, il solo terrore li avrebbe schiacciati. Infatti i combattimenti difficili vengono riservati solo a chi ha un coraggio esemplare».

LOTTA COI DEMONI

CAPITOLO LXXXIV

I DEMONI LO PERCUOTONO. BISOGNA EVITARE LE CORTI

[705] 119. Questo uomo non soltanto veniva attaccato da Satana con tentazioni, ma anche si azzuffava con lui corpo a corpo. Una volta il signor Leone, cardinale di Santa Croce, lo pregò di rimanere un po' di tempo con lui a Roma. Francesco scelse una torre solitaria, che essendo all'interno fatta a volta, presentava nove vani simili alle stanzette di un eremo. La prima notte, dopo aver pregato Dio, si accingeva a riposare, quando fattisi vivi i demoni gli mossero una lotta spietata. Lo fustigarono per lunghissimo tempo e tanto duramente da lasciarlo alla fine quasi mezzomorto. Quando se ne andarono, ripreso finalmente il respiro il Santo chiama il compagno, che dormiva sotto un'altra volta: «Fratello,--gli dice appena arrivato--voglio che tu rimanga vicino a me, perché ho paura ad essere solo. Poco fa i demoni mi hanno percosso». Il Santo era preso da tremore e da agitazione in tutto il corpo, come uno in preda ad una violentissima febbre.
120. Passarono così tutta la notte svegli, e Francesco disse al compagno: « I demoni sono i castaldi di nostro Signore, ed egli stesso li incarica di punire le nostre mancanze. È segno di grazia particolare, se non lascia nulla di impunito nel suo servo, finché è vivo in questo mondo. «Io, a dir vero, non mi ricordo di una colpa, che per misericordia di Dio non abbia espiata col pentimento, perché, nella sua paterna bontà, si è sempre degnato mostrarmi, mentre meditavo e pregavo, cosa gli piacesse e cosa l'offendesse. Ma forse ha permesso che mi assalissero i suoi castaldi, perché non do buon esempio agli altri col fermarmi nel palazzo dei nobili. «I miei frati, che dimorano in luoghi miseri, vedendo che me ne sto con i cardinali penseranno che io abbondi di delizie. Perciò, fratello, ritengo più giusto che rifugga dai palazzi chi è posto ad esempio degli altri, e renda forti quelli che soffrono ristrettezza, condividendo gli stessi disagi». Giunti così al mattino raccontarono tutto al cardinale e lo salutarono. Lo ricordino bene i frati che vivono a palazzo, e sappiano che sono figli abortivi, sottratti al seno della loro madre. Non condanno l'obbedienza, ma biasimo l'ambizione, l'ozio, le delizie. Infine, anche a tutte le obbedienze possibili metto innanzi nel modo più assoluto Francesco. Almeno si tolga ciò che, essendo gradito agli uomini, dispiace a Dio.

CAPITOLO LXXXV

UN ESEMPIO RIGUARDO ALLO STESSO ARGOMENTO

[706] 121. Mi viene a mente un episodio, che, a mio parere, non si può tralasciare.

Un frate, vedendo che alcuni religiosi si intrattenevano in una corte, sedotto da non so quale vanagloria, volle anche lui farsi «palatino» come loro. E mentre bruciava dal desiderio di quella vita principesca, una notte vide in sogno i predetti confratelli, fuori della abitazione dei frati e separati dalla loro comunità. Inoltre, chini su un truogolo da maiali, lurido e ripugnante, stavano mangiando dei ceci, mescolati a sterco umano. A tale vista, il frate stupì altamente e, alzatosi alla prima luce dell'alba, non si curò più della corte.

CAPITOLO LXXXVI

TENTAZIONI CHE Il SANTO SUBI' IN UN LUOGO SOLITARIO.

VISIONE DI UN FRATE

[707] 122. Il Santo giunse una volta con il compagno ad una chiesa, lontano dall'abitato. Desiderando pregare tutto solo, avvisò il compagno: «Fratello, vorrei rimanere qui da solo questa notte. Tu va all'ospedale e torna da me per tempo domattina ». Rimasto dunque solo, rivolse a Dio lunghe e devotissime preghiere, e alla fine guardò attorno, dove potesse reclinare il capo per dormire. Ma subito turbato nello spirito cominciò a sentirsi oppresso dallo spavento e dal tedio e a tremare in tutto il corpo. Sentiva chiaramente che il diavolo dirigeva contro di lui i suoi assalti, e udiva folle di demoni che scorazzavano con strepito sul tetto dell'edificio. Immediatamente si alzò e, uscito fuori, si fece il segno della croce, esclamando: «Da parte di Dio Onnipotente vi comando, demoni, che riversiate sul mio corpo tutto ciò che è in vostro potere. Lo sopporto volentieri, perché non ho un nemico peggiore del mio corpo: mi farete così giustizia del mio avversario e gli infliggerete la punizione in vece mia ». Quelli, che si erano riuniti per atterrire il suo animo, incontrando uno spirito più pronto anche se in una carne debole, subito si dileguarono confusi dalla vergogna.

123. Fattosi giorno, ritorna il compagno, e trovando il Santo prostrato davanti all'altare, aspetta fuori del coro e anche lui nel frattempo si mette a pregare fervorosamente, davanti ad una croce. Rapito in estasi, vede fra tanti seggi in cielo uno più bello degli altri, ornato di pietre preziose e tutto raggiante di gloria. Ammira dentro di sé quel nobile trono, e va ripensando tacitamente a chi possa appartenere. Ma nel frattempo sente una voce che gli dice: «Questo trono appartenne ad un angelo che è precipitato, ed ora è riservato all'umile Francesco ». Rientrato in se stesso, il frate vede Francesco che ritorna dalla preghiera. Gli si prostra subito dinnanzi, con le braccia in forma di croce, e si rivolge a lui non come ad uno che viva sulla terra, ma quasi ad un essere che regni già in cielo: « Prega per me il Figlio di Dio, Padre, che non tenga conto dei miei peccati ». L'uomo di Dio gli tende la mano e lo rialza, sicuro che nella preghiera ha ricevuto una visione. Alla fine, mentre si allontanano dal luogo, il frate chiede a Francesco: « Padre, cosa ne pensi di te stesso? ». Ed egli rispose: « Mi sembra di essere il più grande peccatore, perché se Dio avesse usata tanta misericordia con qualche scellerato, sarebbe dieci volte migliore di me». A queste parole, subito lo Spirito disse interiormente al frate: «Conosci che è stata vera la tua visione da questo: perché questo uomo umilissimo sarà innalzato per la sua umiltà a quel trono che è stato perduto per la superbia ».

CAPITOLO LXXXVII

UN FRATE LIBERATO DALLA TENTAZIONE

[708] 124. Un frate di spirito e che viveva da molti anni nell'Ordine, era afflitto da una forte tentazione della carne e sembrava quasi inghiottito nel vortice della disperazione. Ogni giorno gli si raddoppiava la pena, mentre la coscienza, più scrupolosa che delicata, lo spingeva a confessarsi di un nonnulla. Perché, a dir vero, non ci si dovrebbe confessare con tanta premura di avere una tentazione, ma se mai di aver ceduto, anche poco, alla tentazione. Egli poi provava tanta vergogna, che per timore di rivelare tutto ad un solo sacerdote-- tanto più che erano solo ombre-- divideva in più parti le sue ansie e ne confidava un po' agli uni e un po' agli altri. Ma mentre un giorno stava passeggiando con Francesco, gli dice il Santo: «Fratello, ti ordino di non confessare più a nessuno la tua tribolazione. E non aver paura, perché ciò che avviene attorno a te, senza il tuo consenso, ti sarà attribuito a merito, non a colpa. Ogni volta che sarai nell'angustia, dì con il mio permesso sette Pater Noster ». Meravigliato come il Santo avesse conosciuto tutto, fu ricolmo di gioia e poco dopo si trovò libero da ogni tormento.

LA VERA LETIZIA DELLO SPIRITO

CAPITOLO LXXXVIII

LA LETIZIA SPIRITUALE E SUA LODE.

IL MALE DELLA MALINCONIA

[709] 125. Questo Santo assicurava che la letizia spirituale è il rimedio più sicuro contro le mille insidie e astuzie del nemico. Diceva infatti: «Il diavolo esulta soprattutto, quando può rapire al servo di Dio il gaudio dello spirito. Egli porta della polvere, che cerca di gettare negli spiragli, per . quanto piccoli della coscienza e così insudiciare il candore della mente e la mondezza della vita. Ma--continuava-- se la letizia di spirito riempie il cuore, inutilmente il serpente tenta di iniettare il suo veleno mortale. I demoni non possono recare danno al servo di Cristo, quando lo vedono santamente giocondo. Se invece l'animo è malinconico, desolato e piangente, con tutta facilità o viene sopraffatto dalla tristezza o è trasportato alle gioie frivole ». Per questo il Santo cercava di rimanere sempre nel giubilo del cuore, di conservare l'unzione dello spirito e l'olio della letizia. Evitava con la massima cura la malinconia, il peggiore di tutti i mali, tanto che correva il più presto possibile all'orazione, appena ne sentiva qualche cenno nel cuore. «Il servo di Dio--spiegava--quando è turbato, come capita, da qualcosa, deve alzarsi subito per pregare, e perseverare davanti al Padre Sommo sino a che gli restituisca la gioia della sua salvezza. Perché, se permane nella tristezza, crescerà quel male babilonese e, alla fine, genererà nel cuore una ruggine indelebile, se non verrà tolta con le lacrime.

CAPITOLO LXXXIX

ASCOLTA UN ANGELO SUONARE LA CETRA

[710] 126. Al tempo in cui soggiornava a Rieti per la cura degli occhi, chiamò un compagno che, prima d'essere religioso, era stato suonatore di cetra, e gli disse: «Fratello, i figli di questo mondo non comprendono i piani di Dio. Perché anche gli strumenti musicali, che un tempo erano riservati alle lodi di Dio, sono stati usati dalla sensualità umana per soddisfare gli orecchi. Io vorrei, fratello, che tu in segreto prendessi a prestito una cetra, e la portassi qui per dare a frate corpo, che è pieno di dolori, un po' di conforto con qualche bel verso». Gli rispose il frate: «Mi vergogno non poco, padre, per timore che pensino che io sono stato tentato da questa leggerezza». Il Santo allora tagliò corto: «Lasciamo andare allora, fratello. È bene tralasciare molte cose perché sia salvo il buon nome ». La notte seguente, mentre il Santo era sveglio e meditava su Dio, all'improvviso risuona una cetra con meravigliosa e soavissima melodia. Non si vedeva persona, ma proprio dal continuo variare del suono, vicino o lontano si capiva che il citaredo andava e ritornava. Con lo spirito rivolto a Dio, il Padre provò tanta soavità in quella melodia dolcissima, da credere di essere passato in un altro mondo. Al mattino alzatosi, il Santo chiamò il frate e dopo avergli raccontato tutto per ordine, aggiunse: «Il Signore che consola gli afflitti, non mi ha lasciato senza consolazione. Ed ecco che mentre non mi è stato possibile udire le cetre degli uomini, ne ho sentita una più soave ».

CAPITOLO XC

QUANDO IL SANTO ERA LIETO Dl SPIRITO,

CANTAVA IN FRANCESE

[711] 127. A volte si comportava così. Quando la dolcissima melodia dello spirito gli ferveva nel petto, si manifestava all'esterno con parole francesi, e la vena dell'ispirazione divina, che il suo orecchio percepiva furtivamente traboccava in giubilo alla maniera giullaresca. Talora--come ho visto con i miei occhi--raccoglieva un legno da terra, e mentre lo teneva sul braccio sinistro, con la destra prendeva un archetto tenuto curvo da un filo e ve lo passava sopra accompagnandosi con movimenti adatti come fosse una viella, e cantava in francese le lodi del Signore. Bene spesso tutta questa esultanza terminava in lacrime ed il giubilo si stemperava in compianto della passione del Signore. Poi il Santo, in preda a continui e prolungati sospiri ed a rinnovati gemiti, dimentico di ciò che aveva in mano, rimaneva proteso verso il cielo.

CAPITOLO XCI

RIPRENDE UN FRATE TRISTE E

GLI INSEGNA COME DEBBA COMPORTARSI

[712] 128. Un giorno vide un suo compagno con una faccia triste e melanconica. Sopportando la cosa a malincuore, gli disse: «Il servo di Dio non deve mostrarsi agli altri triste e rabbuiato, ma sempre sereno. Ai tuoi peccati, riflettici nella tua stanza e alla presenza di Dio piangi e gemi. Ma quando ritorni tra i frati, lascia la tristezza e conformati agli altri ». E poco dopo: «Gli avversari della salvezza umana hanno molta invidia di me e siccome non riescono a turbarmi direttamente, tentano sempre di farlo attraverso i miei compagni ». Amava poi tanto l'uomo pieno di letizia spirituale, che per ammonimento generale fece scrivere in un capitolo queste parole: « Si guardino i frati di non mostrarsi tristi di fuori e rannuvolati come degli ipocriti, ma si mostrino lieti nel Signore, ilari e convenientemente graziosi »..

CAPITOLO XCII

COME SI DEVE TRATTARE IL CORPO

PERCHÉ NON MORMORI

[713] 129. Il Santo disse pure una volta: «si deve provvedere a frate corpo con discrezione, perché non susciti una tempesta di malinconia. E affinché non gli sia di peso vegliare e perseverare devotamente nella preghiera, gli si tolga l'occasione di mormorare. Potrebbe infatti dire: -- Vengo meno dalla fame, non posso portare il peso del tuo esercizio--. Se poi, dopo aver consumato vitto sufficiente borbottasse, sappi che il giumento pigro ha bisogno degli sproni e l'asinello svogliato attende il pungolo». Fu questo l'unico insegnamento, nel quale la condotta del Padre non corrispose alle parole. Perché soggiogava il suo corpo, assolutamente innocente, con flagelli e privazioni e gli moltiplicava le percosse senza motivo. Infatti il calore dello spirito aveva talmente affinato il corpo, che come l'anima aveva sete di Dio, così ne era sitibonda in molteplici modi anche la sua carne santissima.

LA LETIZIA FATUA

CAPITOLO XCIII

CONTRO LA VANAGLORIA E L' IPOCRISIA

[714] 130. Mentre teneva in grande pregio la gioia spirituale, evitava con cura quella vana, convinto che si deve amare diligentemente ciò che aiuta a progredire, e allo stesso modo si deve evitare ciò che è dannoso. La vanagloria, la stroncava ancora in germe, non permettendo che rimanesse neppure un istante ciò che potesse offendere gli occhi del suo Signore. Spesso infatti quando si sentiva molto elogiare, se ne addolorava e gemeva assumendo subito un aspetto triste. Un inverno, il Santo aveva il povero corpo coperto di una sola tonaca, rafforzata con pezze molto grossolane. Il guardiano, che era anche suo compagno, comprò. una pelle di volpe e gliela portò dicendo: « Padre, tu soffri di milza e di stomaco: prego la tua carità nel Signore di permettere di cucire all'interno della tonaca questa pelle. Se non la vuoi tutta, almeno accettane una parte in corrispondenza dello stomaco ». Francesco rispose: «Se vuoi che porti sotto la tonaca questa pelliccia, fammene porre un'altra della stessa misura all'esterno. Cucita al di fuori sarà indizio della pelle nascosta sotto ». Il frate ascoltò, ma non era del parere, insistette, ma non ottenne di più. Alla fine il guardiano si arrese, e fece cucire una pelliccia sull'altra, perché Francesco non apparisse di fuori diverso da quello che era dentro. O esempio di coerenza, identico nella vita e nelle parole! Lo stesso dentro e fuori, da suddito e da superiore! Tu non desideravi alcuna gloria né esterna né privata, perché ti gloriavi solamente del Signore. Ma, per carità, non vorrei offendere chi usa pellicce, se oso dire che una pelle prende il posto dell'altra. Sappiamo infatti che sentirono bisogno di tuniche di pelle, perché si trovarono spogli dell'innocenza.

CAPITOLO XCIV

SI ACCUSA DI IPOCRISIA

[715] 131. Una volta, intorno a Natale, si era radunata molta folla per la predica presso l'eremo di Poggio. Francesco esordi a questo modo: «Voi mi credete un uomo santo e perciò siete venuti qui con devozione. Ebbene, ve lo confesso, in tutta questa quaresima, ho mangiato cibi conditi con lardo. E così più di una volta attribuì a gola, ciò che invece aveva concesso alla malattia.

CAPITOLO XCV

SI ACCUSA DI VANAGLORIA

[716] 132. Con eguale fervore subito svelava e confessava candidamente davanti a tutti il sentimento di vanagloria, che a volte si impossessava del suo spirito. Un giorno, una vecchierella gli andò incontro, mentre attraversava Assisi e gli chiese l'elemosina. Il Santo non aveva altro che il mantello e subito glielo donò generosamente. Ma, avvertendo che nell'animo stava infiltrandosi un sentimento di vano compiacimento, subito davanti a tutti confessò di averne provato vanagloria.

CAPITOLO XCVI

PAROLE DEL SANTO CONTRO I SUOI AMMIRATORI

[717] 133. Cercava con ogni cura di nascondere nel segreto del suo cuore i doni del Signore, perché non voleva che, se gli erano occasione di gloria umana, gli fossero pure causa di rovina. E spesso quando molti lo proclamavano santo, rispondeva così: «Posso avere ancora figli e figlie: non lodatemi come fossi sicuro ! Non si deve lodare nessuno, fino a che è incerta la sua fine. Quando Colui che mi ha concesso il mutuo--così continuava-- volesse ritirarlo, rimarrebbe solo il corpo e l'anima, come li hanno pure gli infedeli ». Questa era la risposta a chi lo lodava. Rivolto poi a sé diceva: « Se l'Altissimo avesse concesso grazie così grandi ad un ladrone, sarebbe più riconoscente di te, Francesco! ».

CAPITOLO XCVII

PAROLE DEL SANTO

CONTRO QUELLI CHE LODANO SE STESSI

[718] 134. Ripeteva spesso ai frati: « Nessuno deve lusingarsi con ingiusto vanto per quelle azioni, che anche il peccatore potrebbe compiere. Il peccatore--spiegava--può digiunare, pregare, piangere, macerare il proprio corpo. Ma una sola cosa non gli è possibile: rimanere fedele al suo Signore. Proprio di questo dobbiamo gloriarci, se diamo a Dio la gloria che gli spetta, se da servitori fedeli attribuiamo a lui tutto il bene che ci dona. «Il peggiore nemico dell'uomo è la sua carne: è del tutto incapace di ripensare al passato per pentirsene, niente sa prevedere per tutelarsi. Unica sua preoccupazione è approfittare senza scrupoli del tempo presente. E ciò che è peggio--aggiungeva--essa si usurpa e attribuisce a propria gloria quanto non è stato dato a lei, ma all'anima. La carne raccoglie lode dalle virtù e plauso, da parte della gente, dalle veglie e dalle preghiere. Niente lascia all'anima e anche dalle lacrime cerca profitto ».

OCCULTAMENTO DELLE STIMMATE

CAPITOLO XCVIII

RISPOSTA A CHI LO INTERROGAVA A QUESTO RIGUARDO

E CON QUANTA PREMURA LE COPRIVA

[719] 135. Non è possibile passare sotto silenzio con quanta premura ha coperto e nascosto i gloriosi segni del Crocifisso, degni di essere venerati anche dagli spiriti più grandi. Da principio, quando il vero amore di Cristo aveva già trasformato nella sua stessa immagine l'amante, cominciò a celare e ad occultare il tesoro con tanta cautela, da non farlo scoprire per lungo tempo neppure ai suoi intimi. Ma la divina Provvidenza non permise che rimanesse sempre nascosto e non giungesse agli occhi dei suoi cari. Anzi il fatto di trovarsi in punti delle membra visibili a tutti non permise che continuasse a rimanere occulto. Uno dei compagni una volta, vedendo le stimmate nei piedi, gli disse: «Cosa è ciò, buon fratello?». « Pensa ai fatti tuoi », gli rispose.

[720] 136. Un'altra volta lo stesso frate gli chiese la tonaca per sbatterla. Vedendola macchiata di sangue, disse al Santo, dopo averla restituita: «Che sangue è quello, di cui sembra macchiata la tonaca?». Il Santo mettendosi un dito sull'occhio, rispose: «Domanda cosa sia questo, se non sai che è un occhio!». Per questo raramente si lavava tutte intiere le mani, ma bagnava soltanto le dita, per non manifestare la cosa ai presenti. Ancor più raramente si lavava i piedi, e quanto di raro altrettanto di nascosto. Se uno gli chiedeva di baciargli la mano, la presentava a metà: tendeva solo le dita e quel tanto indispensabile per porvi un bacio. Capitava anche che invece della mano porgesse la manica. Per non lasciare vedere i piedi, portava calzerotti di lana dopo aver posto sulle ferite una pelle per mitigarne la ruvidezza. E benché non potesse nascondere del tutto ai compagni le stimmate delle mani e dei piedi, sopportava però a malincuore che altri le osservasse. Per questo, anche gli stessi compagni con molta prudenza, quando per necessità il Santo scopriva le mani, volgevano altrove lo sguardo.

CAPITOLO XCIX

UN FRATE RIESCE A VEDERLE CON UN PIO INGANNO

[721] 137. Mentre Francesco si trovava a Siena, nell'inverno o nella primavera del 1226, giunse colà un frate da Brescia. Desiderava molto vedere le stimmate del Padre e scongiurò con insistenza frate Pacifico a ottenergli questa possibilità. Questi gli rispose: « Quando starai per ripartire di qui, gli chiederò che dia da baciare le mani. Appena le avrà date, io ti farò un cenno cogli occhi, e tu potrai vederle». Quando furono pronti per il ritorno, si recarono ambedue dal Santo. Inginocchiatisi, Pacifico dice a Francesco: «Ti preghiamo di benedirci, carissima madre, e dammi la tua mano da baciare!». Subito la bacia, mentre egli l'allunga con riluttanza, e fa cenno al compagno di guardarla. Poi chiede l'altra, la bacia e la mostra all'altro. Quando stavano allontanandosi, venne al Padre il sospetto che gli avessero teso un pio inganno, come era in realtà. E giudicando empia quella che era soltanto una pia curiosità, richiamò subito frate Pacifico: «Ti perdoni il Signore --gli disse --perché ogni tanto mi rechi grandi pene ». Pacifico si prostrò subito e gli chiese umilmente: «Quale pena ti ho recata, carissima madre?». Francesco non rispose e la cosa finì nel silenzio.

CAPITOLO C
UN FRATE VEDE LA FERITA DEL COSTATO

[722] 138. Le ferite delle mani e dei piedi erano note ad alcuni per la posizione stessa delle membra, accessibile alla vista di tutti. Nessuno invece fu degno di vedere, finché il Santo fu vivo, la ferita del costato, eccettuato uno solo e per una sola volta. Quando faceva sbattere la tonaca, si copriva col braccio destro la ferita del costato. Altre volte applicava al fianco trafitto la mano sinistra e così copriva quella santa ferita. Un suo compagno però mentre un giorno gli faceva un massaggio, lasciò scivolare la mano sulla ferita causandogli un grande dolore. Un altro frate che cercava curiosamente di sapere ciò che era nascosto agli altri, disse al Santo: «Vuoi, Padre, che ti sbattiamo la tonaca?». «Ti ricompensi il Signore-- rispose Francesco--perché ne ho proprio bisogno». Mentre si spogliava, il frate osservando attentamente vide ben chiara la ferita sul costato. Costui è il solo che l'ha vista mentre era vivo; degli altri nessuno se non dopo morte.

CAPITOLO CI

LA VIRTU' DEVE RIMANERE NASCOSTA

[723] 139. In questo modo Francesco aveva rifiutato ogni gloria che non sapesse di Cristo e aveva inflitto un ripudio radicale al plauso umano. Ben sapeva che il prezzo della fama diminuiva quello segreto della coscienza; e sapeva pure che non è minore perfezione custodire le virtù acquisite che acquistarne delle nuove. Ahimé! per noi invece la vanità è stimolo maggiore della carità ed il plauso del mondo prevale sull'amore di Cristo. Non distinguiamo gli affetti, non esaminiamo di che spirito siamo. Pensiamo che sia voluto dalla carità ciò che invece è frutto solo di vanagloria. Pertanto se abbiamo fatto anche solo un po' di bene, non siamo in grado di portarne il peso, ce ne liberiamo del tutto durante la vita e così lo perdiamo nel viaggio verso l'ultimo lido. Sopportiamo pazienti di non essere buoni, ma non ci rassegniamo a non sembrarlo né a non essere creduti tali. Così viviamo completamente nella ricerca della stima degli uomini, perché non siamo altro che uomini.

L'UMILTA'

CAPITOLO CII

UMILTA' Dl FRANCESCO NEL CONTEGNO, NEL SENTIRE

E NEI SUOI COSTUMI CONTRO L' AMOR PROPRIO

[724] 140. Di tutte le virtù è custode e decoro l'umiltà. Se questa non è messa come fondamento dell'edificio spirituale, quando esso sembra innalzarsi si avvia alla rovina. Francesco ne era provvisto con particolare abbondanza, affinché non mancasse nulla ad uno già ricco di tanti doni. Nella stima di sé non era altro che un peccatore, mentre in realtà era onore e splendore di ogni santità. Sulla virtù delI'umiltà cercò di edificare se stesso, per gettare un fondamento secondo l'insegnamento di Cristo. Dimentico dei meriti, aveva davanti agli occhi solo i difetti, mentre rifletteva che erano assai più le virtù che gli mancavano di quelle che aveva. Unica sua grande ambizione, diventare migliore in modo da aggiungere nuove virtù, non essendo soddisfatto di quelle già acquisite. Umile nel contegno, più umile nel sentimento, umilissimo nella propria stima. Da nulla si poteva distinguere che questo principe di Dio aveva la carica di superiore, se non da questa fulgidissima gemma, che cioè era il minimo tra i minori. Questa la virtù, questo il titolo, questo il distintivo che lo indicava ministro generale. La sua bocca non conosceva alcuna alterigia, i suoi gesti nessuna pompa, i suoi atti nessuna ostentazione. Pur conoscendo per rivelazione divina la soluzione di molti problemi controversi, quando li esponeva metteva innanzi il parere degli altri. Credeva che il consiglio dei compagni fosse più sicuro ed il loro modo di vedere più saggio E affermava che non ha lasciato tutto per il Signore, chi mantiene il gruzzolo del proprio modo di pensare. Infine, per sé preferiva il biasimo alla lode, perché questa lo spingeva a cadere, la disapprovazione invece lo obbligava ad emendarsi.

CAPITOLO CIII

SUA UMILTA' COL VESCOVO DI TERNI E CON UN CONTADINO

[725] 141. Aveva predicato una volta al popolo di Terni ed il vescovo della città, mentre alla fine della predicazione gli rivolgeva parole di elogio davanti a tutti, si espresse così: «In questa ultima ora Dio ha illuminato la sua Chiesa con questo uomo poverello e di nessun pregio, semplice e senza cultura. Perciò siamo tenuti a lodare sempre il Signore, ben sapendo che non ha fatto così con nessun altro popolo ». Udite queste parole, il Santo accettò con incredibile piacere che il vescovo lo avesse indicato spregevole con parole tanto chiare, ed entrati in chiesa, si gettò ai suoi piedi, dicendo: «In verità, signor vescovo, mi hai fatto grande onore, perché mentre altri me lo tolgono, tu solo hai lasciato intatto ciò che è mio. Hai separato, voglio dire, il prezioso dal vile, da uomo prudente come sei, dando lode a Dio e a me la mia miseria».

[726] 142. Non soltanto con i maggiori di lui si mostrava umile il servo di Dio, ma anche con i pari e gli inferiori, più disposto ad essere ammonito e corretto, che ad ammonire gli altri. Un giorno, montato su un asinello, perché debole e infermo non poteva andare a piedi, attraversava il campo di un contadino, che stava lavorando. Questi gli corse incontro e gli chiese premuroso se fosse frate Francesco. Avendogli risposto umilmente che era proprio lui quello che cercava: «Guarda --disse il contadino -- di essere tanto buono quanto tutti dicono che tu sia, perché molti hanno fiducia in te. Per questo ti esorto a non comportarti mai diversamente da quanto si spera ». Francesco, a queste parole, scese dall'asino e, prostratosi, davanti al contadino, più volte gli baciò i piedi umilmente ringraziandolo che si era degnato di ammonirlo. In conclusione, aveva raggiunto tanta celebrità da essere ritenuto da moltissimi santo, eppure si riteneva vile davanti a Dio e agli uomini. Non insuperbiva né della fama né della santità, che lo distingueva, ma neppure dei così numerosi e santi frati e figli che gli erano stati dati come inizio della ricompensa per i suoi meriti.

CAPITOLO CIV

IN UN CAPITOLO RINUNCIA AL GOVERNO DELL' ORDINE

E SUA PREGHIERA

[727] 143. Per conservare la virtù della santa umiltà, pochi anni dopo la sua conversione, rinunciò in un Capitolo alla presenza di tutti, all'ufficio di governo dell'Ordine: «Da oggi avanti sono morto per voi. Ma ecco fra Pietro di Cattanio, al quale io e voi tutti dobbiamo obbedire ». E inchinatosi subito davanti a lui, promise «obbedienza e riverenza». I frati piangevano, prorompendo per il dolore in alti gemiti, vedendosi come divenuti orfani di tanto padre. Francesco si alzò, e con le mani giunte e gli occhi elevati al cielo: «O Signore,--pregò--ti raccomando la famiglia, che sino ad ora tu mi hai affidata. Ed ora, non potendo io averne cura per le infermità che tu sai, dolcissimo Signore l'affido ai ministri. Siano tenuti a renderne ragione a te o Signore, nel giorno del giudizio, se qualche frate o per loro negligenza o cattivo esempio oppure anche per una severità eccessiva, sarà perito ». Da quel momento rimase suddito sino alla morte, comportandosi più umilmente di qualsiasi altro frate.

CAPITOLO CV

RINUNCIA AI SUOI COMPAGNI

[728] 144. In altra circostanza rinunciò, mettendoli a disposizione del vicario, a tutti i suoi compagni con queste parole: «Non voglio sembrare singolare con questo privilegio di libertà, ma i frati mi accompagnino di luogo in luogo, come il Signore li ispirerà ». E aggiunse: « Ho visto tempo fa un cieco che aveva come guida di viaggio un cagnolino». Questa era appunto la sua gloria: mettere da parte ogni apparenza di singolarità e ostentazione, perché abitasse in lui la virtù di Cristo.

CAPITOLO CVI

CONTRO QUELLI CHE AMBISCONO LE CARICHE.

DESCRIZIONE DEL FRATE MINORE

[729] 145. Vedeva che alcuni desideravano ardentemente le cariche dell'Ordine, delle quali si rendevano indegni, oltre al resto, anche per la sola ambizione di governare. E diceva che questi non erano frati minori, ma avevano dimenticato la loro vocazione ed erano decaduti dalla gloria. Confutava poi con abbondanza di argomenti alcuni miserabili, che sopportavano a malincuore di essere rimossi dai vari uffici, perché più che l'onere cercavano l'onore. Un giorno disse al suo compagno: « Non mi sembrerebbe di essere frate minore se non fossi nella disposizione che ti descriverò. Ecco--spiegò--essendo superiore dei frati vado al capitolo, predico, li ammonisco, e alla fine si grida contro di me: --Non è adatto per noi un uomo senza cultura e dappoco. Perciò non vogliamo che tu regni su di noi, perché non sei eloquente, sei semplice ed ignorante. Alla fine sono scacciato con obbrobrio, vilipeso da tutti. Ti dico: se non ascolterò queste parole conservando lo stesso volto, la stessa letizia di animo, lo stesso proposito di santità, non sono per niente frate minore». E aggiungeva: « Il superiorato è occasione di caduta, la lode di precipizio. L'umiltà del suddito invece porta alla salvezza dell'anima. Perché allora volgiamo l'animo più ai pericoli che ai vantaggi, quando abbiamo la vita per acquistarci meriti?».

CAPITOLO CVII

VUOLE CHE I FRATI SIANO SOGGETTI AL CLERO

E NE SPIEGA IL MOTIVO

[730] 146. Francesco voleva che i suoi figli vivessero in pace con tutti e verso tutti senza eccezione si mostrassero piccoli. Ma insegnò con le parole e con l'esempio ad essere particolarmente umili coi sacerdoti secolari. «Noi - ripeteva - siamo stati mandati in aiuto del clero per la salvezza delle anime, in modo da supplire le loro deficienze. Ognuno riceverà la mercede non secondo l'autorità, ma secondo il lavoro svolto. Sappiate - continuava - che il bene delle anime è graditissimo al Signore, e ciò si può raggiungere meglio se si è in pace che in discordia con il clero. «Se poi essi ostacolano la salvezza dei popoli, a Dio spetta la vendetta, ed egli darà a ciascuno la paga a suo tempo. Perciò siate sottomessi all'autorità, affinché, per quanto sta in voi, non sorga qualche gelosia. Se sarete figli della pace, guadagnerete al Signore clero e popolo. Questo è più gradito a Dio, che guadagnare solo la gente, con scandalo del clero». E concludeva: «Coprite i loro falli, supplite i vari difetti, e quando avrete fatto questo, siate più umili ancora».

CAPITOLO CVIII

RISPETTO DIMOSTRATO AL VESCOVO DI IMOLA

[731] 147. Essendosi recato a Imola, città della Romagna, si presentò al vescovo della diocesi per chiedergli il permesso di predicare. «Basto io--rispose il vescovo--a predicare al mio popolo». Francesco chinò il capo e uscì umilmente. Ma poco dopo, eccolo dentro di nuovo. «Che vuoi, frate? -- riprese il vescovo --. Cosa domandi ancora?». «Signore,--rispose Francesco--se un padre scaccia il figlio da una porta, deve necessariamente entrare da una altra ». Vinto dalla sua umiltà, il vescovo con volto lieto lo abbracciò, esclamando: «D'ora in poi tu e i tuoi frati predicate pure nella mia diocesi, con mio generale permesso, perché la tua santa umiltà lo ha meritato ».

CAPITOLO CIX

IL SUO CONTEGNO UMILE CON SAN DOMENICO E VICEVERSA.

IL LORO RECIPROCO AMORE

[732] 148. Si trovarono insieme a Roma, in casa del cardinale d'Ostia che poi fu Sommo Pontefice, le fulgide luci del mondo san Francesco e san Domenico. Sentendoli parlare fra loro del Signore con tanta dolcezza, alla fine il vescovo disse: « Nella Chiesa primitiva i pastori erano poveri e persone di carità, senza cupidigia. Perché--chiese-- tra i vostri frati quelli che emergono per dottrina e buon esempio, non li facciamo vescovi e prelati?». Fra i due Santi sorse una gara, non per precedersi nella risposta, ma perché l'uno proponeva all'altro l'onore ed anzi voleva costringerlo a parlare per primo. In realtà si superavano a vicenda nella venerazione che nutrivano reciprocamente. Alla fine vinse l'umiltà in Francesco, perché non si mise avanti e vinse pure in Domenico, perché ubbidì umilmente e rispose per primo. Disse dunque Domenico al vescovo: « Signore, i miei frati, se lo capiscono, sono già posti in alto grado, e per quanto sta in me non permetterò che ottengano altra dignità ». Dopo questa breve e convinta risposta, Francesco si inchinò al vescovo e disse a sua volta: « Signore, i miei frati proprio per questo sono stati chiamati Minori, perché non presumano di diventare maggiori. Il nome stesso insegna loro a rimanere in basso ed a seguire le orme dell'umiltà di Cristo, per essere alla fine innalzati più degli altri al cospetto dei Santi. Se volete--continuò--che portino frutto nella Chiesa di Dio, manteneteli e conservateli nello stato della loro vocazione, e riportateli in basso anche contro loro volontà. Per questo, Padre, ti prego: affinché non siano tanto più superbi quanto più poveri e non si mostrino arroganti verso gli altri, non permettere in nessun modo che ottengano cariche». Queste furono le risposte dei Santi.

[733] 149 Cosa ne dite, voi figli di santi? La gelosia e l'invidia provano che siete figli degeneri, e non meno l'ambizione degli onori dimostra che siete spuri. Vi mordete e divorate a vicenda. Ma la guerra e le liti non provengono che dalle passioni. Voi dovete lottare contro le potenze delle tenebre, avete una dura battaglia contro gli eserciti dei demoni, e invece vi combattete a vicenda. I Padri si guardano con affetto, pieni di saggezza, con la faccia rivolta verso il propiziatorio. I figli invece trovano gravoso anche solo vedersi. Cosa farà il corpo, se ha il cuore diviso? Certamente, l'insegnamento della pietà cristiana porterebbe nel mondo intiero maggior frutto, se un più forte vincolo di carità unisse i ministri della parola di Dio. Perché a dir vero, ciò che diciamo o insegniamo è reso sospetto da questo soprattutto, che in noi segni evidenti rendono palese un certo lievito di odio. So pure che non sono in causa i giusti, che vi sono dall'una e dall'altra parte, ma i malvagi. E a buon diritto crederei che si dovrebbero estirpare perché non corrompano i Santi. Cosa dovrei poi dire di quelli che hanno grandi aspirazioni? I Padri hanno raggiunto il regno non per la via della grandezza, ma dell'umiltà. I figli invece si aggirano nel cerchio dell'ambizione e non cercano neppure la via della città loro dimora. Ma cosa ne deriva? Se non seguiamo la loro via, non ne conseguiremo neppure la gloria. Non sia mai, Signore! Fa` che siamo umili sotto le ali di umili maestri, fa' che si vogliano bene quelli che sono consanguinei di spirito, e possa tu vedere i figli dei tuoi figli, la pace in Israele.
CAPITOLO CX

I DUE SANTI SI RACCOMANDANO A VICENDA

[734] 150. Terminate le risposte dei servi di Dio, come abbiamo riferito, il Signor di Ostia rimase molto edificato del loro parere e ringraziò di cuore Dio. Al momento di separarsi, Domenico pregò Francesco che si degnasse di cedergli la corda di cui era cinto. Francesco si mostrava restio, rifiutando con umiltà pari alla carità con cui Domenico insisteva. Tuttavia vinse la santa perseveranza del richiedente, che cinse la corda sotto la tunica interiore con grandissima devozione. Poi si presero la mano e si raccomandarono caldamente a vicenda. E il Santo disse al Santo: «Frate Francesco vorrei che il mio e il tuo diventassero un solo Ordine e che noi vivessimo nella Chiesa con la stessa regola ». Da ultimo, quando si lasciarono, san Domenico disse ai molti che erano lì presenti: «In verità vi dico, che gli altri religiosi dovrebbero seguire questo santo uomo, Francesco, tanta è la perfezione della sua santità».

L'OBBEDIENZA

CAPITOLO CXI

PER PRATICARE LA VERA OBBEDIENZA

VUOLE AVERE SEMPRE UN GUARDIANO

[735] 151. Desiderando questo mercante astutissimo guadagnare in più modi e ridurre a merito tutta la vita terrena, volle essere guidato dalle redini dell'obbedienza e sottomettersi al governo altrui. E così non solo rinunciò all'ufficio di generale, ma per una obbedienza più perfetta, chiese un guardiano personale da considerare suo speciale superiore. Disse infatti a frate Pietro di Cattanio, al quale aveva già promesso santa obbedienza: «Ti prego, per amore di Dio, di incaricare uno dei miei compagni a fare le tue veci a mio riguardo, in modo che gli obbedisca devotamente come a te. Conosco il frutto dell'obbedienza e so che non passa un momento di tempo senza frutto colui che ha sottomesso il proprio collo al giogo di un altro». La sua domanda fu accettata e, ovunque, rimase suddito fino alla morte, obbedendo sempre con riverenza al suo guardiano. Un giorno disse ai suoi compagni: «Tra le altre grazie, che la bontà divina si è degnata concedermi, mi ha dato anche questa, che obbedirei con la stessa diligenza ad un novizio di una sola ora, se mi fosse dato come guardiano, e ad uno che fosse molto vecchio di religione ed esperto». E concluse: «Il suddito deve considerare nel suo superiore non l'uomo, ma Colui per amore del quale si è reso suddito. Inoltre quanto più è insignificante chi comanda, tanto più è meritevole l'umiltà di chi obbedisce ».

CAPITOLO CXII

RITRATTO DEL VERO OBBEDIENTE.

LE TRE SPECIE Dl OBBEDIENZA

[736] 152 In altra circostanza, Francesco si trovava seduto in mezzo ai compagni, e disse sospirando: « A malapena c'è in tutto il mondo qualche religioso, che obbedisca perfettamente al suo superiore ». Sorpresi, i compagni gli chiesero: «Spiegaci, Padre, quale sia la perfetta e somma obbedienza ». Ed egli raffigurò il vero obbediente in un corpo morto: « Prendi un corpo esanime e ponilo dove ti piace: vedrai che non rifiuta se mosso, non mormora ovunque sia posto, non reclama se viene allontanato. Se lo poni sulla cattedra, non guarderà in alto ma in basso. Se viene collocato nella porpora, sembrerà doppiamente pallido. Questi-- esclamò --è il vero obbediente: colui che non giudica perché sia rimosso, non si cura dove sia messo, non insiste per essere trasferito. Innalzato ad una carica, mantiene l'umiltà che gli è abituale. Più è onorato e più si reputa indegno ». Un'altra volta parlando dello stesso argomento, chiamò propriamente licenze quelle concesse dietro domanda, sacre ubbidienze quelle imposte e non richieste. L'una e l'altra --diceva--sono buone, ma la seconda è più sicura. Però la più perfetta di tutte, in cui non ha nessuna parte la carne e il sangue, riteneva fosse l'ubbidienza, per cui si va «per divina ispirazione tra gli infedeli», sia per la salvezza del prossimo, sia per desiderio del martirio. Chiedere questa, la giudicava cosa molto gradita a Dio.

CAPITOLO CXIII

NON SI DEVE COMANDARE

PER OBBEDIENZA CON LEGGEREZZA

[737] 153. Riteneva che si dovesse comandare in nome delI'obbedienza raramente, e non scagliare da principio il dardo, che dovrebbe essere l'ultima arma. «Non si deve--ripeteva--mettere subito mano alla spada». Ma chi non si affretta ad eseguire il precetto dell'obbedienza, non teme Dio e non tiene in nessun conto gli uomini. Niente di più vero. Cos'è infatti l'autorità in mano ad un superiore temerario, se non una spada in mano ad un pazzo? E d'altra parte, c'è un caso più disperato di un religioso che disprezza l'obbedienza?

CAPITOLO CXIV

GETTA NEL FUOCO IL CAPPUCCIO Dl UN FRATE,

CHE ERA VENUTO SPINTO DA DEVOZIONE

MA SENZA PERMESSO

[738] 154. Una volta tolse il cappuccio ad un frate, che era venuto da solo senza obbedienza e lo fece gettare in un gran fuoco. Nessuno si mosse per togliere il cappuccio, perché temevano il volto alquanto adirato del Padre. Allora il Santo ordinò di estrarlo dalle fiamme ed era perfettamente illeso. Forse questo è avvenuto per i meriti del Santo, ma probabilmente anche per il merito del frate, perché era stato avvinto dal devoto desiderio di vedere il padre santissimo. Gli era però mancata la discrezione, unica guida delle virtù.

IL BUONO E IL CATTIVO ESEMPIO

CAPITOLO CXV

IL BUON ESEMPIO DI UN FRATE E

IL COSTUME DEI PRIMI FRATI

[739] 155. Affermava che i frati minori sono stati mandati dal Signore in questo ultimo tempo per offrire esempi di luce a chi è avvolto dal buio dei peccati. E ripeteva che all'udire le opere virtuose dei santi frati dispersi nel mondo, si sentiva come inebriato di soavissimo profumo e cosparso di unguento prezioso. Un frate di nome Barbaro una volta offese con una parola ingiuriosa un confratello alla presenza di un nobile dell'isola di Cipro. Ma appena si accorse che il confratello ne era rimasto piuttosto offeso, si accese di ira contro se stesso, e preso dello sterco d'asino se lo mise in bocca per masticarlo: «Mastichi sterco questa lingua, che ha sputato veleno di ira sul mio fratello». A tale vista, il cavaliere ne fu sbigottito, poi rimase molto edificato. Da quel momento mise se stesso ed i suoi beni a disposizione dei frati con grande generosità. Tutti i frati osservavano immancabilmente questa usanza: se per caso uno scagliava contro un altro una parola che fosse causa di turbamento, subito si prostrava per terra e accarezzava con santi baci i piedi dell'offeso, anche contro sua volontà. Il Santo gongolava di gioia nell'udire tali cose, perché vedeva che i suoi figli da soli praticavano esempi di santità e ricolmava delle più elette benedizioni quei frati, che con la parola e l'esempio inducevano i peccatori all'amore di Cristo. Traboccante com'era di zelo per le anime, voleva che anche i suoi figli gli rassomigliassero completamente.

CAPITOLO CXVI

MALEDIZIONE E PENA DEL SANTO

PER ALCUNI FRATI Dl CATTIVA CONDOTTA

[740] 156. La sua terribile sentenza di maledizione colpiva quelli che con opere inique e cattivi esempi violavano la santità dell'Ordine. Gli fu riferito un giorno che erano stati ricevuti dal vescovo di Fondi, due frati, i quali, sotto pretesto di un maggior disprezzo di sé, coltivavano una barba più lunga del conveniente. Il vescovo li aveva apostrofati: «Badate bene di non deturpare con la presunzione di queste novità la bellezza dell'Ordine». Il Santo si alzò di scatto, e levando le mani al cielo, col volto inondato di lacrime, proruppe in queste parole di preghiera o piuttosto di maledizione: «Signore Gesù Cristo, tu che hai scelto i dodici Apostoli, dei quali anche se uno venne meno, gli altri però rimasero fedeli ed hanno predicato il santo Vangelo animati dall'unico Spirito, tu, o Signore, in questa ultima ora, memore della antica misericordia. hai fondato l'Ordine dei frati a sostegno della tua fede e perché per loro mezzo si adempisse il mistero del tuo Vangelo. Chi dunque ti darà soddisfazione per loro, se quelli che hai mandato a questo scopo, non solo non mostrano a tutti esempi di luce, ma piuttosto le opere delle tenebre? «Da Te, o Signore santissimo, e da tutta la curia celeste e da me tuo piccolo siano maledetti quelli che col loro cattivo esempio confondono e distruggono ciò che un tempo tu hai edificato per mezzo dei santi frati di questo Ordine e non cessi di edificare!». Dove sono quelli che si dichiarano felici della sua benedizione e si vantano di essersi accaparrati a loro piacimento la sua amicizia? Se, Dio non voglia, si troverà che hanno mostrato le opere delle tenebre con pericolo del prossimo, senza pentirsene, guai a loro, guai di dannazione eterna!

[741] 157. « I frati più buoni--diceva--si sentono confusi per le opere dei frati cattivi, e anche se essi personalmente non hanno peccato, vengono giudicati dall'esempio dei malvagi. Proprio per questo mi trafiggono con una spada acuta e me la ripassano tutto il giorno per le viscere ». Era soprattutto per questo motivo che si sottraeva alla compagnia dei frati, perché non gli capitasse di udire riguardo all'uno o all'altro qualcosa di spiacevole, che gli rinnovasse il dolore. E continuava: «Verrà tempo, in cui questa diletta Religione di Dio sarà talmente infamata dai cattivi esempi, che si proverà vergogna a uscire in pubblico. Quelli che verranno in quelle circostanze all'Ordine, vi saranno condotti unicamente dall'azione dello Spirito Santo, non li contaminerà né la carne né il sangue e saranno veramente benedetti da Dio. Non compiranno azioni di grande merito, per il raffreddarsi della carità, la virtù che spinge i santi ad agire fervorosamente. Però sopraggiungeranno per loro tentazioni immense, e quanti allora avranno superato la prova, saranno migliori dei loro predecessori. Ma guai a quelli, che soddisfatti della sola apparenza di vita religiosa, intorpidiranno nell'ozio e non rimarranno saldi nelle tentazioni permesse per provare i giusti! Perché soltanto chi avrà superato la prova, dopo essere stato nel frattempo tribolato dalla malizia degli empi, riceverà la corona di vita».

CAPITOLO CXVII

DIO GLI RIVELA LO STATO DELL' ORDINE

E CHE NON VERRA'' MAI MENO

[742] 158. Il Santo trovava grandissima consolazione nelle visite del Signore e da esse veniva assicurato che le fondamenta del suo Ordine sarebbero rimaste sempre stabili. Riceveva anche la promessa che sicuramente nuovi eletti avrebbero preso il posto di chi si perdeva. Essendo turbato per i cattivi esempi, e avendo fatto ricorso un giorno, così amareggiato, alla preghiera, si sentì apostrofato a questo modo dal Signore: «Perché tu, omiciattolo, ti turbi? Forse io ti ho stabilito pastore del mio Ordine in modo tale che tu dimenticassi che io ne rimango il patrono principale? Per questo io ho scelto te, uomo semplice, perché quelli che vorranno, seguano le opere che compirò in te e che devono essere imitate da tutti gli altri. Io vi ho chiamati: vi conserverò e pascolerò, supplirò con nuovi religiosi il vuoto lasciato dagli altri, al punto di farli nascere se non fossero già nati. Non turbarti dunque, ma attendi alla tua salvezza perché se l'Ordine si riducesse anche a soli tre frati, rimarrà il mio aiuto sempre stabile ». Da quel giorno era solito affermare che la virtù di un solo frate santo supera una quantità, sia pur grande, di imperfetti, come un solo raggio di luce dissipa le tenebre più fitte.

CONTRO L' OZIO E GLI OZIOSI

CAPITOLO CXVIII

DIO GLI RIVELA QUANDO È SUO SERVO

E QUANDO NON LO È

[743] 159. Dal momento in cui Francesco rigettò le cose caduche e cominciò ad aderire strettamente al Signore, non volle perdere nemmeno una particella di tempo. Aveva già accumulato abbondanza di meriti nei tesori del Signore, eppure era sempre come all'inizio, sempre più pronto ad ogni esercizio spirituale. Riteneva gran peccato non fare qualcosa di bene e giudicava un retrocedere il non progredire sempre. Mentre dimorava in una cella a Siena, una notte chiamò a sé i compagni che dormivano: «Ho invocato il Signore-- spiegò loro-- perché si degnasse indicarmi quando sono suo servo e quando no. Perché non vorrei essere altro che suo servo. E il Signore, nella sua immensa benevolenza e degnazione, mi ha risposto ora:--Riconosciti mio servo veramente, quando pensi, dici, agisci santamente--. Per questo vi ho chiamati, fratelli, perché voglio arrossire davanti a voi, se a volte avrò mancato in queste tre cose ».

CAPITOLO CXIX

PENITENZA PREVISTA ALLA PORZIUNCOLA

PER LE PAROLE OZIOSE

[744] 160. In altra circostanza, alla Porziuncola, considerando che il frutto dell'orazione svanisce quando è seguita da conversazioni inutili, prescrisse questo rimedio per evitare il difetto delle parole oziose: «Qualunque frate proferisca una parola oziosa o inutile sia tenuto a dire subito la sua colpa e a recitare per ogni parola oziosa un Pater Noster. Voglio poi che, se il frate confesserà spontaneamente la colpa, dica il Pater Noster per la sua anima. se invece sarà prima redarguito da un altro, lo applichi per l'anima di chi lo ha richiamato ».

CAPITOLO CXX

LABORIOSITÀ DEL SANTO E DISGUSTO PER GLI OZIOSI

[745] 161. Quanto ai fannulloni, che non si applicano con impegno ad alcun lavoro, diceva che sono destinati ad essere rigettati dalla bocca del Signore. Nessun ozioso poteva comparire alla sua presenza, senza essere da lui biasimato aspramente. In realtà egli, modello di ogni perfezione, faticava e lavorava con le sue mani, preoccupato di non perdere un attimo di quel dono preziosissimo che è il tempo. «Voglio--disse una volta--che tutti i miei frati lavorino e stiano occupati, e chi non sa impari qualche mestiere». E eccone il motivo: «Affinché--continuava--siano meno di peso agli uomini, e nell'ozio la lingua o il cuore non vadano vagando tra cose illecite ». Il guadagno poi o la mercede del lavoro, non lo lasciava all'arbitrio di chi lavorava, ma del guardiano o della famiglia religiosa.

CAPITOLO CXXI

LAMENTO RIVOLTO AL SANTO

CONTRO GLI OZIOSI E I GOLOSI

[746] 162. Mi sia permesso, o padre santo, di elevare ora al cielo un lamento per quelli che si dicono tuoi. Molti hanno in odio gli esercizi delle virtù, e volendo riposare prima ancora di lavorare, dimostrano di essere figli non di Francesco, ma di Lucifero. Abbiamo più abbondanza di gente che si dà ammalata che di combattenti, mentre, essendo nati per il lavoro, dovrebbero ritenere la loro vita una milizia. Non amano rendersi utili con il lavoro, non son capaci con la contemplazione. Dopo che hanno causato turbamento in tutti con la loro vita singolare, lavorando più con le mascelle che con le mani, detestano chi li riprende apertamente e non permettono di essere toccati neppure con la punta delle dita. Ma ancor più mi colpisce la loro impudenza, perché, al dire di san Francesco, a casa loro sarebbero vissuti solo a costo di molto sudore, ed ora senza faticare, si nutrono col sudore dei poveri. Prodigio di scaltrezza! Non fanno niente e ti sembrano sempre occupati. Conoscono bene gli orari della tavola, e se a volte li stuzzica troppo la fame, accusano il sole di essersi addormentato. Ed io, buon padre, dovrei credere degne della tua gloria le mostruosità di questi uomini? Ma non lo sono neppure della tua tonaca! Tu hai sempre insegnato ad accumulare in questo tempo malsicuro e fugace ricchezze di meriti, perché non capiti di dover mendicare nella vita futura. Questi invece, destinati a finire poi in esilio, non hanno neppure il vero gusto della patria. Questo morbo infierisce tra i sudditi, perché i superiori fingono di non vedere, come se fosse possibile sostenere i loro vizi e non condividerne il castigo.

I MINISTRI DELLA PAROLA DI DIO

CAPITOLO CXXII

QUALITÀ DEL PREDICATORE

[747] 163. Voleva che i ministri della parola di Dio attendessero agli studi sacri e non fossero impediti da nessun altro impegno. Diceva infatti che sono stati scelti da un gran re per bandire ai popoli gli editti che ascoltano dalla sua bocca. « Il predicatore--diceva--deve prima attingere nel segreto della preghiera ciò che poi riverserà nei discorsi. Prima deve riscaldarsi interiormente, per non proferire all'esterno fredde parole». È un ufficio, sottolineava, degno di riverenza, e tutti devono venerare quelli che lo esercitano: «Essi sono la vita del corpo, gli avversari dei demoni, essi sono la lampada del mondo ». Riteneva poi i dottori in sacra teologia degni di particolari onori. Per questo una volta fece scrivere come norma generale: «Dobbiamo onorare e venerare tutti i teologi e quanti ci dispensano la parola di Dio come quelli che ci somministrano spirito e vita».

[748] E scrivendo una volta al beato Antonio, fece iniziare la lettera così: « A frate Antonio, mio vescovo ».

CAPITOLO CXXIII

CONTRO QUELLI CHE SONO AVIDI DI UNA LODE VANA.

SPIEGAZIONE DI UN PASSO PROFETICO

[749] 164. Però diceva che sono da compiangersi i predicatori, che vendono spesso il loro ministero per un soldo di vanagloria. E cercava a volte di guarire il loro gonfiore con questo rimedio: «Perché vi gloriate della conversione degli uomini, quando li hanno convertiti con le loro preghiere i miei frati semplici? ». Ed anzi commentava così il passo che dice: Perfino la sterile ha partorito numerosi figli: «La sterile è il mio frate poverello, che non ha il compito di generare figli nella Chiesa. Ma nel giudizio ne avrà dato alla luce moltissimi, perché in quel giorno il giudice ascriverà a sua gloria quelli, che ora converte con le sue preghiere personali. Quella invece che ne ha molti comparirà sterile perché il predicatore, che è fiero di molti figli come se li avesse generati lui, capirà allora che in essi non c'è niente di suo». Riguardo poi a quelli che ci tengono a sentirsi lodare più come retori che come predicatori, e che parlano con discorsi leccati ma senza animo, non li amava molto. E affermava che fanno una cattiva spartizione del tempo, perché danno tutto alla predicazione niente alla devozione. In altre parole, lodava quel predicatore che ogni tanto si preoccupa di se stesso e si nutre personalmente della sapienza.

LA CONTEMPLAZIONE DEL CREATORE NELLE CREATURE

CAPITOLO CXXIV

AMORE DEL SANTO PER LE CREATURE SENSIBILI

E INSENSIBILI

[750] 165. Desiderando questo felice viandante uscire presto dal mondo, come da un esilio di passaggio, trovava non piccolo aiuto nelle cose che sono nel mondo stesso. Infatti si serviva di esso come di un campo di battaglia contro le potenze delle tenebre, e nei riguardi di Dio come di uno specchio tersissimo della sua bontà. In ogni opera loda l'Artefice; tutto ciò che trova nelle creature lo riferisce al Creatore. Esulta di gioia in tutte le opere delle mani del Signore, e attraverso questa visione letificante intuisce la causa e la ragione che le vivifica. Nelle cose belle riconosce la Bellezza Somma, e da tutto ciò che per lui è buono sale un grido: « Chi ci ha creati è infinitamente buono ». Attraverso le orme impresse nella natura, segue ovunque il Diletto e si fa scala di ogni cosa per giungere al suo trono. Abbraccia tutti gli esseri creati con un amore e una devozione quale non si è mai udita, parlando loro del Signore ed esortandoli alla sua lode. Ha riguardo per le lucerne, lampade e candele, e non vuole spegnerne di sua mano lo splendore, simbolo della Luce eterna. Cammina con riverenza sulle pietre, per riguardo a colui, che è detto Pietra. E dovendo recitare il versetto, che dice: Sulla pietra mi hai innalzato, muta così le parole per maggiore rispetto: «Sotto i piedi della Pietra tu mi hai innalzato». Quando i frati tagliano legna, proibisce loro di recidere del tutto l'albero, perché possa gettare nuovi germogli. E ordina che l'ortolano lasci incolti i confini attorno all'orto, affinché a suo tempo il verde delle erbe e lo splendore dei fiori cantino quanto è bello il Padre di tutto il creato. Vuole pure che nell'orto un’aiuola sia riservata alle erbe odorose e che producono fiori, perché richiamino a chi li osserva il ricordo della soavità eterna. Raccoglie perfino dalla strada i piccoli vermi, perché non siano calpestati, e alle api vuole che si somministri del miele e ottimo vino, affinché non muoiano di inedia nel rigore dell'inverno. Chiama col nome di fratello tutti gli animali, quantunque in ogni specie prediliga quelli mansueti. Ma chi potrebbe esporre ogni cosa? Quella Bontà « fontale », che un giorno sarà tutto in tutti, a questo Santo appariva chiaramente fin d'allora come il tutto in tutte le cose.

CAPITOLO CXXV

LE CREATURE GLI RICAMBIANO IL SUO AMORE.

IL FUOCO NON LO BRUCIA

[751] 166. Tutte le creature da parte loro si sforzano di contraccambiare l'amore del Santo e di ripagarlo con la loro gratitudine. Sorridono quando le accarezza, danno segni di consenso quando le interroga, obbediscono quando comanda. Sia sufficiente qualche esempio.
[752] Al tempo della sua malattia d'occhi, trovandosi costretto a permettere che lo si curasse, viene chiamato un chirurgo, che giunge portando con sé il ferro per cauterizzare. Ordina che sia messo nel fuoco, sino a che sia tutto arroventato. Il Padre, per confortare il corpo già scosso dal terrore, così parla al fuoco: «Frate mio fuoco, di bellezza invidiabile fra tutte le creature, l'Altissimo ti ha creato vigoroso, bello e utile. Sii propizio a me in quest'ora, sii cortese!, perché da gran tempo ti ho amato nel Signore. Prego il Signore grande che ti ha creato di temperare ora il tuo calore in modo che io possa sopportare, se mi bruci con dolcezza ». Terminata la preghiera, traccia un segno di croce sul fuoco e poi aspetta intrepido. Il medico prende in mano il ferro incandescente e torrido, mentre i frati fuggono vinti dalla compassione. Il Santo invece si offre pronto e sorridente al ferro. Il cautere affonda crepitando nella carne viva, e la bruciatura si estende a poco a poco dall'orecchio al sopracciglio. Quanto dolore gli abbia procurato il fuoco, ce lo testimoniano le parole del Santo, che lo sapeva meglio di tutti. Infatti, quando ritornarono i frati che erano fuggiti, il Padre disse sorridendo: «Pusillanimi e di poco coraggio, perché siete fuggiti? In verità vi dico, non ho provato né l'ardore del fuoco né alcun dolore della carne». E rivolto al medico: «Se la carne non è bene cauterizzata, brucia di nuovo», gli disse. Il medico, che conosceva ben diverse reazioni in casi simili, magnificò il fatto come un miracolo di Dio: «Vi dico, frati, che oggi ho visto cose mirabili ». A mio giudizio, il Santo era ritornato alla innocenza primitiva, e quando lo voleva, diventavano con lui miti anche gli elementi crudeli.

CAPITOLO CXXVI

UN UCCELLINO Sl POSA NELLE SUE MANI

[753] 167. Francesco stava attraversando su una piccola barca il lago di Rieti, diretto all'eremo di Greccio e un pescatore gli fece omaggio di un uccellino acquatico, perché se ne rallegrasse nel Signore. Il Padre lo prese con piacere e, aprendo le mani, lo invitò con bontà a volersene andare liberamente. Ma l'uccellino rifiutò, accovacciandosi nelle sue mani come dentro a un nido. Il Santo rimase con gli occhi alzati in preghiera e poi, dopo lungo tempo, ritornato in se stesso come da lontano, gli ordinò di riprendere senza timore la libertà di prima. E l'uccellino, avuto il permesso con la benedizione, se ne volò via, dando col movimento del corpo segni di gioia.

CAPITOLO CXXVII

IL FALCO

[754] 168. Mentre Francesco, rifuggendo come era sua abitudine dalla vista e dalla compagnia degli uomini, si trovava in un eremo, un falco che aveva lì il suo nido strinse con lui un solenne patto di amicizia. Ogni notte col canto e col rumore preannunciava l'ora in cui il Santo era solito svegliarsi per le lodi divine. Cosa graditissima, perché con la grande premura che dimostrava nei suoi riguardi, riusciva a scuotere da lui ogni ritardo di pigrizia. Quando poi il Santo era indebolito più dei solito da qualche malattia, il falco si mostrava riguardoso e non dava così presto il segnale del risveglio Ma come fosse istruito da Dio, solo verso il mattino faceva risuonare con tocco leggero la campana della sua voce. Non è meraviglia se le altre creature veneravano chi più di tutti amava il Signore

CAPITOLO CXXVIII

LE API

[755] 169. Era stata un tempo costruita una celletta su un monte, e qui il servo di Dio passò quaranta giorni in durissima penitenza. Quando, trascorso il periodo di tempo, se ne partì, la cella rimase vuota senza che altri prendesse il suo posto, essendo il luogo isolato. E rimase pure lì il vasetto di terra, che gli serviva per bere. Un giorno vi si recarono alcune persone per devozione al Santo: il vaso era pieno di api, che con arte mirabile vi stavano formando le cellette dei favi. Certamente volevano indicare la dolcezza della contemplazione, di cui si era inebriato in quel luogo il Santo di Dio.

CAPITOLO CXXIX

IL FAGIANO

[756] 170. Un nobile della terra di Siena mandò in regalo a Francesco ammalato un fagiano. Il Santo lo accettò con piacere, non per desiderio di mangiarlo, ma perché, come avveniva sempre in questi casi, ne provava gioia per l'amore che aveva al Creatore. E gli disse: « Sia lodato il nostro Creatore, frate fagiano! ». Poi rivolto ai frati continuò: « Proviamo ora se frate fagiano vuole rimanere con noi o se preferisce ritornare ai luoghi abituali e più adatti a lui ». Un frate, per ordine del Santo, lo portò lontano in una vigna, ma egli se ne ritornò rapidamente alla .cella del Padre. Lo fece porre una seconda volta ancora più lontano, ma ritornò con la più grande celerità alla porta della cella e, quasi facendo violenza si introdusse sotto le tonache dei frati, che erano lì sulla soglia. Allora il Santo ordinò che fosse nutrito con cura, mentre lo abbracciava e lo vezzeggiava con dolci parole. Vedendo ciò un medico assai devoto di Francesco lo chiese ai frati, non per mangiarlo ma voleva mantenerlo per venerazione verso il Santo. In breve, se lo portò a casa. ma il fagiano, come se fosse rimasto offeso per essere stato separato dal Santo, non volle assolutamente toccare cibo fino a che rimase lontano. Stupito il medico glielo riportò subito e gli raccontò tutto l'accaduto. Appena ii fagiano, deposto a terra, scorse il Padre suo, abbandonò ogni tristezza e comincio a mangiare gioiosamente.

CAPITOLO CXXX

LA CICALA

[757] 171. Alla Porziuncola, su un fico posto accanto alla cella del Santo stava una cicala, che cantava frequentemente con la soavità consueta. Un giorno il Padre, allungando verso di lei la mano, la invitò dolcemente: «Sorella mia cicala, vieni a me! ». Come se comprendesse, subito gli volò sulle mani, e Francesco le disse: «Canta, sorella mia cicala, e loda con gioia il Signore tuo creatore! ». Essa obbedì senza indugio. Cominciò a cantare e non cessò fino a quando l'uomo di Dio unì la propria lode al suo canto, e le ordinò di ritornare al suo posto. Qui rimase di continuo per otto giorni, come se vi fosse legata. Quando il Padre scendeva dalla cella, l'accarezzava sempre con le mani e le ordinava di cantare. Ed essa era sempre pronta ad obbedire al suo comando. « Diamo ormai licenza alla nostra sorella cicala--disse un giorno Francesco ai suoi compagni--. Ci ha rallegrati abbastanza fino ad ora con la sua lode: la nostra carne non deve trovarvi un motivo di vanagloria ». E subito avuta la sua licenza, si allontanò e non si rivide più in quel luogo. Davanti a questi fatti, i frati rimanevano grandemente ammirati..

LA CARITÀ

CAPITOLO CXXXI

LA CARITÀ DEL SANTO. PER LA SALVEZZA DELLE ANIME

SI DIMOSTRA ESEMPIO DI PERFEZIONE

[758] 172. La forza dell'amore aveva reso Francesco fratello di tutte le altre creature; non è quindi meraviglia se la carità di Cristo lo rendeva ancora più fratello di quanti sono insigniti della immagine del Creatore. Diceva infatti che niente è più importante della salvezza delle anime, e lo provava molto spesso col fatto che l'Unigenito di Dio si è degnato di essere appeso alla croce per le anime. Da qui derivava il suo impegno nella preghiera, il suo trasferirsi da un luogo all'altro per predicare, la sua grande preoccupazione di dare buon esempio. Non si riteneva amico di Cristo, se non amava le anime che Egli ha amato. Ed era appunto questo il principale motivo per cui venerava i dottori di sacra Teologia, perché come collaboratori di Cristo esercitavano con lui lo stesso ufficio. Ma al di sopra di ogni misura, amava di un amore particolarmente intimo, con tutto l'affetto del cuore, i frati, come familiari di una fede speciale e uniti dalla partecipazione alla eredità eterna.

[759] 173. Quando gli facevano notare il rigore della sua vita, rispondeva di essere stato dato come modello all'Ordine, per incoraggiare come aquila i suoi piccoli al volo. Perciò, quantunque la sua carne innocente, che già spontaneamente si assoggettava allo spirito, non avesse bisogno di castigo per colpe commesse, tuttavia moltiplicava le sue penitenze per dare l'esempio, e batteva vie difficili solo per incoraggiare gli altri. E ben a ragione. Perché si guarda più ai fatti che alle parole dei superiori. Con i fatti, Padre, tu convincevi più soavemente, persuadevi con più facilità ed anche presentavi la prova più convincente. Se i superiori parlassero anche la lingua degli uomini e degli angeli, ma non accompagnano le parole con esempi di carità, a me giovano poco, a se stessi niente. In realtà, quando chi corregge non è temuto in nessun modo e il capriccio tiene luogo della ragione, bastano forse i sigilli alla salvezza? Tuttavia si deve mettere in pratica ciò che essi dicono autorevolmente, affinché la corrente d'acqua giunga alle aiuole, anche se i canali rimangono aridi. E di tanto in tanto si raccolga la rosa dalle spine, in modo che il maggiore serva al minore.

CAPITOLO CXXXII

LA SUA PREMURA PER I SUDDITI

[760] 174. E inoltre chi possiede la stessa premura di Francesco per i sudditi? Egli alzava sempre le mani al cielo in favore dei veri Israeliti, e a volte, dimentico di sé, provvedeva prima alla salvezza dei fratelli. Si prostrava ai piedi della Maestà divina, offriva un sacrificio spirituale per i suoi figli, e pregava Dio a beneficarli. Vegliava con trepido amore sul piccolo gregge, che si era condotto dietro, perché non gli capitasse che, dopo aver lasciato questo mondo, perdesse anche il cielo. Ed era convinto che un giorno sarebbe rimasto senza gloria, se nello stesso tempo non ne avesse reso meritevoli e partecipi quanti gli erano stati affidati, e che il suo spirito dava alla luce con dolore maggiore di quello provato dalle viscere materne.

CAPITOLO CXXXIII

LA SUA COMPASSIONE PER GLI INFERMI

[761] 175. Dimostrava una grande compassione per gli infermi e una tenera sollecitudine per le loro necessità. Se a volte la bontà dei secolari gli mandava qualche corroborante per la sua salute, lo regalava agli altri ammalati, mentre ne aveva bisogno più di tutti. Faceva proprie le loro sofferenze e li consolava con parole di compassione, quando non poteva recare loro soccorso. Mangiava perfino nei giorni di digiuno, perché gli infermi non provassero rossore, e non si vergognava nei luoghi pubblici della città di questuare carne per un frate ammalato . Tuttavia ammoniva i sofferenti a sopportare pazientemente le privazioni e a non gridare allo scandalo, se non erano soddisfatti in tutto. Per cui in una Regola fece scrivere così: « Prego tutti i miei frati infermi, che nelle loro infermità non si adirino né si turbino contro Dio o contro i fratelli. Non chiedano con insistenza le medicine, né desiderino troppo di risanare il corpo, che è nemico dell'anima e destinato a morire presto. Di ogni cosa sappiano rendere grazie a Dio, in modo da essere quali li vuole il Signore. Perché quelli che Dio ha preordinati alla vita eterna, li ammaestra col pungolo dei flagelli e delle malattie. Ha detto infatti:--lo correggo e castigo quelli che amo--».

[762] 176. Una volta venne a conoscenza che un frate ammalato aveva desiderio di mangiare un po' d'uva. Lo accompagnò in una vigna, e sedutosi sotto una vite, per infondergli coraggio, cominciò egli stesso a mangiarne per primo.

CAPITOLO CXXXIV

LA SUA COMPASSIONE PER GLI INFERMI DI SPIRITO.

Dl QUELLI CHE AGISCONO DIVERSAMENTE

[763] 177. Amava con maggiore bontà e sopportava con pazienza quelli che sapeva turbati da tentazioni e deboli di spirito, come bambini fluttuanti. Per cui, evitando le correzioni aspre, dove non vedeva un pericolo, risparmiava la verga per riguardo alla loro anima. E soleva dire che è dovere del superiore, padre e non tiranno, prevenire l'occasione della colpa e non permettere che cada chi poi difficilmente potrebbe rialzarsi, una volta caduto. Oh, quanto è degna di compassione la nostra stoltezza! Non soltanto non rialziamo o sosteniamo i deboli, ma a volte li spingiamo a cadere. Giudichiamo di nessuna importanza sottrarre al Sommo Pastore una pecorella, per la quale sulla croce gettò un forte grido con lacrime. Ma ben diversamente tu, padre santo, preferivi emendare gli erranti e non perderli ! Sappiamo tuttavia che i mali della propria volontà sono in alcuni talmente radicati da richiedere il cauterio, non l'unguento. Infatti è chiaro che per molti è più utile l'essere stritolati con verga di ferro, che essere accarezzati con le mani. Ma l'olio ed il vino, la verga e il bastone, lo zelo e l'indulgenza, la bruciatura e l'unzione, il carcere ed il grembo materno, ogni cosa ha il suo tempo. Tutto ciò richiede il Dio delle vendette e il Padre delle misericordie: però preferisce la misericordia al sacrificio.

CAPITOLO CXXXV

I FRATI SPAGNUOLI

[764] 178. Questo uomo santissimo era meravigliosamente rapito in Dio e traboccava di gioia, quando giungeva sino a lui il buon odore dei suoi figli. Avvenne che un ecclesiastico spagnuolo, persona pia, ebbe la fortuna di incontrarsi e di parlare con san Francesco. Tra le altre cose che riferì riguardo ai frati che si trovavano in Spagna, rese felice il Santo con questa notizia: «I tuoi frati nel nostro paese vivono in un povero eremo, e si sono dati questo regime di vita: metà attendono ai lavori domestici e metà alla contemplazione. Ogni settimana, il gruppo degli attivi passa alla contemplazione e quello dei contemplativi all'esercizio del lavoro. «Un giorno era già stata preparata la tavola, e, dato il segnale per chiamare gli assenti, arrivano tutti, eccetto uno, del gruppo contemplativo. Dopo un po' vanno alla sua cella per chiamarlo a tavola, ma egli già si nutriva alla mensa ben più lauta del Signore. «Era prostrato con la faccia a terra, le braccia aperte in forma di croce e non dava segno di vita né col respiro né con altro movimento. Due candelabri accesi, uno al capo e l'altro ai piedi, illuminavano la cella con una luce sfolgorante, in modo meraviglioso. «Lo lasciano in pace per non turbare l'estasi e non svegliare la diletta, sino a che non voglia. Però i frati cercano di osservare attraverso le fessure della cella, stando dietro il muro e spiando per le inferriate. Per essere brevi, mentre ivi, gli amici sono intenti ad ascoltare colei che se ne stava nel giardino, all'improvviso scompare tutto quel bagliore ed il frate ritorna in se stesso. Subito si alza e, recatosi a tavola, si accusa di essere giunto in ritardo. «Ecco--concluse l'ecclesiastico spagnuolo--quanto è accaduto nella nostra terra!». Francesco non stava in sé dalla gioia, inebriato com'era dal profumo dei suoi figli. Subito si mise a lodare il Signore e come se il sentire parlare bene dei frati fosse l'unica sua gloria, esclamò dal più profondo del cuore: «Ti ringrazio, Signore, che santifichi e guidi i poveri, perché mi hai riempito di gioia con queste notizie! Benedici, ti prego, con la più ampia benedizione e santifica con una grazia particolare tutti quelli che rendono odorosa di buoni esempi la loro professione religiosa! ».

CAPITOLO CXXXVI

CONTRO QUELLI CHE VIVONO MALAMENTE NEGLI EREMI.

TUTTO DEVE ESSERE IN COMUNE

[765] 179. Abbiamo conosciuto da questi fatti la carità del Santo, virtù che porta a godere dei successi delle persone care. Però siamo convinti che nello stesso tempo siano stati rimproverati assai quelli che negli eremitori vivono in modo diverso. Molti infatti trasformano il luogo della contemplazione in ozio e il modo di vivere eremitico, istituito per consentire alle anime la perfezione, lo riducono ad un luogo di piacere.. Questa è oggi la norma dei nostri anacoreti: vivere ciascuno secondo il proprio capriccio. Certo questo rimprovero non è per tutti. Sappiamo che vi sono dei santi ancora viventi nella carne, che nell'eremo seguono ottime leggi. Sappiamo pure che i padri che li hanno preceduti sono stati fiori di rara bellezza. Voglia il cielo che gli eremiti del nostro tempo non tralignino da quello splendore primitivo, che per la sua santità merita una lode eterna!
[766] 180. Inoltre, quando Francesco esortava tutti alla carità, li invitava a dimostrare affabilità e cortese dimestichezza. Voglio – diceva - che i miei frati si dimostrino figli della stessa madre, e che si prestino a vicenda generosamente la tonaca, la corda o ciò che uno avrà chiesto all'altro. Mettano in comune libri e tutto ciò che può essere gradito ed anzi, direi di più; li costringano ad accettarli ». Ed anche a questo riguardo era il primo a darne l'esempio, per non dire cosa alcuna che prima non adempisse in lui il Cristo.

CAPITOLO CXXVII

CEDE LA TONACA A DUE FRATI DELLA FRANCIA

[767] 181. Capitò a due frati della Francia, uomini di grande santità, di incontrare Francesco; ne provarono una gioia incredibile, tanto più che da lungo tempo erano tormentati da questo desiderio. Dopo tenere effusioni di affetto ed uno scambio soave di parole, furono spinti dalla loro ardente devozione a chiedere a Francesco la tonaca. Il Santo se ne spogliò subito, rimanendo seminudo e gliela diede devotissimamente; poi indossò con pio scambio quella più povera di uno di loro. Era pronto a dare non soltanto simili cose, ma a dare tutto se stesso, e quando gli veniva chiesto, lo donava con la massima gioia.

LA DETRAZIONE

CAPITOLO CXXXVIII

PUNIZIONE DEI DETRATTORI

[768] 182. Infine, come ogni animo ripieno di carità, così anche Francesco detestava chi era odioso a Dio. Ma fra tutti gli altri viziosi, aborriva con vero orrore i detrattori e diceva che portano sotto la lingua il veleno, col quale intaccano il prossimo. Perciò evitava i maldicenti e le pulci mordaci, quando li sentiva parlare, e rivolgeva altrove l'orecchio, come abbiamo visto noi stessi, perché non si macchiasse con le loro chiacchiere.
[769] Un giorno udi un frate che denigrava il buon nome di un altro, e rivoltosi al suo vicario frate Pietro di Cattanio, proferì queste terribili parole: «Incombono gravi pericoli all'Ordine, se non si rimedia ai detrattori. Ben presto il soavissimo odore di molti si cambierà in puzzo disgustoso, se non si chiudono le bocche di questi fetidi. Coraggio. muoviti, esamina diligentemente e, se troverai innocente un frate che sia stato accusato, punisci l'accusatore con un severo ed esemplare castigo! Consegnalo nelle mani del pugile di Firenze, se tu personalmente non sei in grado di punirlo! » (chiamava pugile fr. Giovanni di Firenze, uomo di alta statura e dotato di grande forza). «Voglio--diceva ancora--che con la massima diligenza abbia cura, tu e tutti i ministri, che non si diffonda maggiormente questo morbo pestifero». A volte, addirittura, riteneva giusto che si spogliasse della tonaca chi aveva spogliato suo fratello della gloria del buon nome, e che non dovesse alzare gli occhi a Dio, se prima non restituiva ciò che aveva portato via. Da qui ne era derivato che i frati di quel tempo, quasi rifiutassero in modo particolare questo vizio, avevano stabilito fra di loro il patto di evitare attentamente tutto ciò potesse nuocere o suonasse offesa all'onore degli altri. Cosa giusta e veramente ottima! Cos'è infatti il detrattore se non il fiele degli uomini, fermento di malvagità, disonore del mondo? Cos'è l'uomo doppio di lingua, se non lo scandalo dell'Ordine, il veleno del chiostro religioso, la disgregazione dell'unità? Ahimè, la terra abbonda di animali velenosi ed è impossibile che una persona onesta sfugga i morsi degli invidiosi! Si promettono premi ai delatori e, distrutta l'innocenza, si dà a volte la palma alla falsità. Ecco, quando uno non riesce a vivere della sua onestà, guadagna vitto e vesti devastando l'onestà altrui.
[770] 183. A questo riguardo ripeteva spesso Francesco: «Il detrattore dice così:--Mi manca la perfezione della vita, non ho il prestigio della scienza, né doni particolari: perciò non trovo posto né presso Dio né presso gli uomini. So io cosa fare: getterò fango sugli eletti e mi acquisterò il favore dei grandi. So che il mio superiore è un uomo e alle volte fa uso del mio stesso metodo, cioè sradicare i cedri perché nella selva grandeggi unicamente il pruno. Miserabile!, nutriti pure di carne umana e rodi le viscere dei fratelli, giacché non puoi vivere diversamente! ». Costoro si preoccupano di apparire buoni, non di diventarlo, accusano i vizi altrui ma non depongono i propri. Sanno soltanto adulare quelli, dalla cui autorità desiderano di essere protetti, e diventano muti quando pensano che le lodi non raggiungano l'interessato. Vendono a prezzo di lodi funeste il pallore della loro faccia emaciata, per sembrare spirituali, in modo da giudicare tutto e non essere giudicati da nessuno. Godono della fama di essere santi, senza averne le opere, del nome di angeli ma non ne hanno la virtù.

RITRATTO DEL MINISTRO GENERALE

E DEGLI ALTRI MINISTRI

CAPITOLO CXXXIX

COME DEBBA COMPORTARSI CON I COMPAGNI

[771] 184. Quando Francesco stava per giungere al traguardo della sua chiamata al Signore, un frate sempre premuroso delle cose divine, mosso da affetto per l'Ordine gli domandò: «Padre, tu passerai da questa vita, e la famiglia che ti ha seguito rimane abbandonata in questa valle di lacrime. Indica uno, se conosci che esista nell'Ordine, che soddisfi il tuo spirito e al quale si possa addossare con tranquillità il peso di ministro generale ». Francesco, accompagnando le singole parole con sospiri rispose: «Non conosco alcuno capace di essere guida di un esercito così vario e pastore di un gregge tanto numeroso. Ma voglio dipingervi e, come si dice, modellare la figura, nella quale si veda chiaramente quale deve essere il padre di questa famiglia». 
185. «Deve essere -- proseguì --un uomo di vita quanto mai austera, di grande discrezione e lodevole fama. Un uomo che non conosca simpatie particolari, perché, mentre predilige una parte, non generi scandalo in tutta la comunità. Si applichi con zelo alla preghiera e sappia distribuire determinate ore alla sua anima e altre al gregge che gli è affidato. Così, di primo mattino deve premettere il sacrificio della Messa e raccomandare con lunga preghiera se stesso ed il suo gregge alla protezione divina. Dopo l'orazione poi, Si metta a disposizione dei religiosi, disposto a lasciarsi importunare da tutti, pronto a rispondere e a provvedere a tutti con affabilità. Deve essere una persona, che non presenti alcun angolo oscuro di turpe favoritismo e che abbia per i piccoli ed i semplici la stessa premura che ha per i maggiori e i dotti Anche ammettendo che emerga per cultura, tuttavia ancor più nella sua condotta sia il ritratto della virtuosa semplicità e coltivi la virtù. Deve avere in orrore il denaro, principale rovina della nostra vita religiosa e della perfezione e, come capo di un Ordine povero, presentandosi modello agli altri, non abusi mai di alcuna somma di denaro». E continuò: «Gli deve bastare personalmente l'abito ed un registro, per i frati invece un portapenne ed il sigillo, Non sia collezionista di libri, né molto dedito alla lettura, per non sottrarre all'ufficio il tempo che dedica allo studio. Consoli gli afflitti, essendo l'ultimo rifugio per i tribolati, perché non avvenga che, non trovando presso di lui rimedi salutari, gli infermi si sentano sopraffatti dal morbo della disperazione. Umíli se stesso, per piegare i protervi alla mitezza, e lasci cadere parte del suo diritto, per conquistare un'anima a Cristo. Quanto ai disertori dell'Ordine, come a pecorelle smarrite, non chiuda loro le viscere della sua misericordia, ben sapendo che sono violentissime le tentazioni, che possono spingere a tanto.

[772] 186. «Vorrei che tutti l'onorassero come rappresentante di Cristo, e si provvedesse a tutte le sue necessità con ogni benevolenza. Da parte sua non dovrebbe lasciarsi solleticare dagli onori, né provare più gusto dei favori che delle ingiurie. Se a volte, perché debole o stanco, avesse bisogno di un cibo più abbondante, sarebbe opportuno lo prendesse non di nascosto, ma in luogo pubblico per togliere ad altri il rossore di dovere provvedere alla propria debolezza fisica. «È suo compito soprattutto indagare nel segreto delle coscienze per estrarre la verità dalle vene più occulte, ma non presti orecchio a chi fa pettegolezzi. Infine, deve essere tale da non macchiare in nessun modo l'aspetto virile della giustizia per la smania di mantenere la carica, e che senta più un peso che un onore sì alto ufficio. Guardi tuttavia che l'eccessiva bontà non generi rilassamento, né la condiscendenza colpevole il dissolvimento della disciplina, in modo da essere amato da tutti, ma anche non meno temuto da quanti operano il male. «Vorrei anche che avesse come collaboratori persone fornite di onestà e che si presentino, come lui, esempio di ogni virtù: rigidi contro le attrattive mondane, forti contro le difficoltà, e tanto convenientemente affabili, da accogliere con santa affabilità quanti ricorrono a loro. «Ecco--concluse--come dovrebbe essere il ministro generale dell'Ordine».

CAPITOLO CXL

I MINISTRI PROVINCIALI

[773] 187. Il beato padre pretendeva tutti questi requisiti anche nei ministri provinciali, quantunque nel ministro generale le singole qualità debbano eccellere in modo particolare. Li voleva affabili verso gli inferiori, e tanto benigni e sereni che i colpevoli non avessero timore di affidarsi al loro affetto. Come pure, che fossero moderati nei comandi, benevoli nelle mancanze, più facili a sopportare che a ritorcere le offese, nemici dichiarati dei vizi e medici per i peccatori. In una parola, esigeva in essi una condotta tale che la loro vita fosse specchio di disciplina per tutti gli altri. Però voleva anche che fossero circondati di ogni onore ed affetto, come coloro da portano il peso delle preoccupazioni e delle fatiche. E diceva che sono degni di grandissimi premi davanti a Dio quelli che con tale animo e tale norma governano le anime loro affidate.

CAPITOLO CXLI

RISPOSTA DEL SANTO

A UNA DOMANDA RIGUARDO Al MINISTRI

[774] 188. Fu interrogato una volta da un frate perché avesse rinunciato alla cura di tutti i frati e li avesse affidati a mani altrui, come se non gli appartenessero in nessun modo. «Figlio,-- rispose--io amo i frati come posso. Ma se seguissero le mie orme, li amerei certamente di più e non mi renderei estraneo a loro. Vi sono alcuni tra i prelati, che li trascinano per altre strade, proponendo loro gli esempi degli antichi e facendo poco conto dei miei ammonimenti. Ma si vedrà alla fine cosa fanno ». E poco dopo, mentre era molto ammalato, nella veemenza dello spirito, si drizzò sul lettuccio: «Chi sono-- esclamò--questi che mi hanno strappato dalle mani l'Ordine mio e dei frati? Se andrò al Capitolo generale, mostrerò loro qual'è la mia volontà ». Insisté il frate: «Non cambierai forse anche quei ministri provinciali, che così a lungo hanno abusato della libertà?». Il Padre gemendo diede questa terribile risposta: «Vivano pure come a loro piace, perché la perdizione di pochi è di minor danno che quella di molti!». Non si riferiva a tutti, ma ad alcuni che per l'eccessiva lunghezza di superiorato sembravano pretenderlo come eredità. A qualunque categoria poi di superiori regolari, raccomandava questo soprattutto: di non mutare le usanze se non in meglio, di non mendicare né cattivarsi favori; di non esercitare un potere, ma compiere un dovere.

LA SANTA SEMPLICITÀ

CAPITOLO CXLII

IN CHE CONSISTA LA VERA SEMPLICITÀ

[775] 189. Il Santo praticava personalmente con cura particolare e amava negli altri la santa semplicità, figlia della grazia, vera sorella della sapienza, madre della giustizia. Non che approvasse ogni tipo di semplicità, ma quella soltanto che, contenta del suo Dio, disprezza tutto il resto. E' quella che pone la sua gloria nel timore del Signore, e che non sa dire né fare il male. La semplicità che esamina se stessa e non condanna nel suo giudizio nessuno, che non desidera per sé alcuna carica, ma la ritiene dovuta e la attribuisce al migliore. Quella che non stimando un gran che le glorie della Grecia, preferisce l'agire all'imparare o all'insegnare. È la semplicità che in tutte le leggi divine lascia le tortuosità delle parole, gli ornamenti e gli orpelli, come pure le ostentazioni e le curiosità a chi vuole perdersi, e cerca non la scorza ma il midollo, non il guscio ma il nòcciolo, non molte cose ma il molto, il sommo e stabile Bene. È questa la semplicità che il Padre esigeva nei frati letterati e in quelli senza cultura, perché non la riteneva contraria alla sapienza, ma giustamente sua sorella germana, quantunque ritenesse che più facilmente possono acquistarla e praticarla coloro che sono poveri di scienza. Per questo, nelle Lodi che compose riguardo alle virtù, dice: «Ave, o regina sapienza. Il Signore ti salvi con la tua sorella, la pura santa semplicità».

CAPITOLO CXLIII

FRATE GIOVANNI IL SEMPLICE

[776] 190. Mentre Francesco passava accanto ad un borgo nelle vicinanze di Assisi, gli andò incontro un certo Giovanni, uomo semplicissimo che stava arando nel campo, e gli disse «Voglio che tu mi faccia frate, perché da molto tempo desidero servire Dio». Il Santo ne provò gioia, considerando la sua semplicità, e rispose secondo il suo desiderio: «Se vuoi, fratello, diventare nostro compagno, dà ai poveri ciò che possiedi e ti accoglierò dopo che ti sarai espropriato di tutto». Immediatamente scioglie i buoi e ne offre uno a Francesco. «Questo bue--dice --diamolo ai poveri! Perché questa è la parte che ho diritto di ricevere dai beni di mio padre». Il Santo sorrise e approvò la sua grande semplicità. Appena i genitori e i fratelli più piccoli seppero la cosa, accorsero in lacrime, addolorati più di rimanere privi del bue che del congiunto. «Coraggio,--rispose loro il Santo--ecco, vi restituisco il bue e mi prendo il frate». Lo condusse con sé, e dopo averlo vestito dell'abito religioso, lo prese come compagno particolare in grazia della sua semplicità. Quando Francesco stava in qualche luogo a meditare, il semplice Giovanni ripeteva in sé e imitava subito tutti i gesti o i movimenti che egli faceva. Se sputava, sputava; se tossiva, tossiva; univa i sospiri ai sospiri ed il pianto al pianto. Se il Santo levava le mani al cielo, le alzava egli pure, fissandolo con diligenza come un modello e facendo sua ogni mossa. Il Santo se ne accorse e gli chiese una volta, perché facesse così. «Ho promesso--rispose--di fare tutto ciò che fai tu. Sarebbe pericoloso per me trascurare qualche cosa». Francesco si rallegrò di quella schietta semplicità, ma gli proibì con dolcezza di fare più così in futuro. Dopo non molto tempo in questa purità passò con semplicità al Signore. E quando Francesco proponeva alla imitazione la sua vita--ciò che avveniva di frequente-, lo chiamava con grande piacevolezza non frate Giovanni, ma san Giovanni. Osserva ora che è segno distintivo della pia semplicità vivere secondo le leggi dei maggiori, seguire sempre gli esempi e gli insegnamenti dei Santi. Chi concederà ai saggi di questo mondo di imitare con tanto trasporto Francesco, ora che egli è glorificato in cielo, quanto ne ebbe questo frate semplice nell'imitarlo mentre era sulla terra? E in realtà, dopo aver seguito il Santo da vivo, lo ha preceduto nella eterna vita.
CAPITOLO CXLIV

SUA PREMURA PER L' UNIONE TRA I FIGLI.

UNA PARABOLA A QUESTO RIGUARDO

[777] 191. Fu suo desiderio costante e vigile premura mantenere tra i figli il vincolo dell'unità, in modo che vivessero concordi nel grembo di una sola madre quelli che erano stati attratti dallo stesso spirito e generati dallo stesso padre. Voleva che si fondessero maggiori e minori, che i dotti si legassero con affetto fraterno ai semplici, che i religiosi pur lontani tra loro si sentissero uniti dal cemento dell'amore.

[778] Una volta raccontò loro questa parabola ricca di significato. « Ecco, supponiamo che si faccia un Capitolo generale di tutti i religiosi che sono nella Chiesa ! Poiché vi sono dotti e ignoranti, sapienti ed altri che sanno piacere a Dio, pur essendo senza cultura, viene incaricato a parlare uno dei sapienti e uno dei semplici». Il sapiente riflette--non per niente è dotto!--e pensa tra sé: « Non è questo il luogo di fare sfoggio di dottrina, perché vi sono qui luminari di scienza, e neppure farmi notare per ricercatezza nell'esporre cose sottili fra persone di ingegno sottilissimo. Forse sarà più fruttuoso parlare con semplicità». Arriva il giorno fissato e si radunano insieme tutte le comunità dei santi assetate di udire il discorso. Avanza il sapiente vestito di sacco, la testa cosparsa di cenere e, con meraviglia di tutti, predicando più con l'atteggiamento, dice brevemente: « Abbiamo promesso grandi cose, maggiori sono promesse a noi; osserviamo quelle ed aspiriamo a queste. Il piacere è breve, la pena eterna, piccola la sofferenza, infinita la gloria. Molti i chiamati, pochi gli eletti, ma tutti avranno la retribuzione!». Scoppiano in lacrime gli ascoltatori col cuore compunto e venerano come santo quel vero sapiente. «Ecco--esclama in cuor suo il semplice--questo sapiente mi ha portato via tutto ciò che avevo stabilito di fare e di dire. Ma so io cosa fare. Conosco alcuni versetti dei salmi. Farò io la parte del sapiente, giacché lui ha fatto quella del semplice ». Giunge la sessione del giorno dopo, il frate semplice si alza a parlare e propone come tema un salmo. E, infervorato dallo Spirito di Dio, parla con tanto calore, acume e dolcezza, seguendo il dono dell'ispirazione celeste, che tutti sono pieni di stupore ed esclamano giustamente: «Con i semplici parla il Signore ».
192. Dopo aver esposto la parabola, l'uomo di Dio la commentava così: «La grande assemblea è il nostro Ordine, quasi un sinodo generale che si raccoglie da ogni parte del mondo sotto una sola norma di vita. In questo i sapienti traggono a loro vantaggio le qualità proprie dei semplici, perché vedono persone senza cultura cercare con ardore le cose celesti e, pur senza istruzione umana, raggiungere per mezzo dello Spirito la conoscenza delle realtà spirituali.

«In questo Ordine anche i semplici traggono profitto da ciò che è proprio dei sapienti, quando vedono umiliarsi con loro allo stesso modo uomini illustri, che potrebbero vivere carichi di onori in questo mondo. Da qui -- concluse -- risalta la bellezza di questa beata famiglia, che per le sue molteplici qualità forma la gioia del padre di famiglia».

CAPITOLO CXLV

COME IL SANTO VOLEVA LA TONSURA

[779] 193. Quando Francesco si faceva la tonsura, spesso ripeteva a chi gli tagliava i capelli: «Bada di non farmi una corona troppo larga! Perché voglio che i miei frati semplici abbiano parte nel mio capo». Voleva appunto che l'Ordine fosse aperto allo stesso modo ai poveri e illetterati, e non soltanto ai ricchi e sapienti. «Presso Dio--diceva--non vi è preferenza di persone, e lo Spirito Santo, ministro generale dell'Ordine, si posa egualmente sul povero ed il semplice». Avrebbe voluto inserire proprio questa frase nella Regola, ma non fu possibile perché era già stata confermata con bolla.

CAPITOLO CXLVI

QUALE GENERE Dl ESPROPRIAZIONE RICHIEDEVA

DALLE PERSONE DOTTE

CHE VOLEVANO ENTRARE NELL' ORDINE

[780] 194. Una volta disse che un uomo di grande cultura, se vuole entrare nell'Ordine, deve rinunciare in qualche modo anche alla scienza, per offrirsi nudo alle braccia del Crocifisso, dopo essersi espropriato di questa forma di possesso. «La scienza-- spiegò--rende numerose persone restie alla perfezione, perché dona loro una certa rigidità, che non si piega agli insegnamenti umili. Per questo vorrei che un uomo letterato mi facesse prima questa preghiera:" Ecco, fratello, ho vissuto a lungo nel mondo e non ho conosciuto veramente il mio Dio. Ti prego, concedimi un luogo lontano dallo strepito degli uomini, dove possa ripensare nel dolore ai miei anni e dove, raccogliendo le dissipazioni del mio cuore, possa riformare in meglio lo spirito". Secondo voi--continuò--quale diverrebbe uno che incominciasse così? Certamente ne uscirebbe come un leone libero dalle catene, pronto a tutto, e la linfa- spirituale assorbita in principio aumenterebbe in lui con un progresso continuo. Alla fine, gli si potrebbe affidare con sicurezza il ministero della parola, certi che riverserebbe sugli altri il fervore che lo brucia». Insegnamento veramente santo! Cosa ci può essere di più necessario per chi proviene da un ambiente così diverso, che rimuovere e togliere del tutto con la pratica dell'umiltà gli affetti mondani da lungo tempo consolidati e impressi nell'animo? Ben presto diverrebbe perfetto chi entrasse nella scuola della perfezione.

CAPITOLO CXLVII

COME I DOTTI DEVONO DEDICARSI ALLO STUDIO.

IL SANTO APPARE AD UN COMPAGNO

CHE Sl DEDICAVA ALLA PREDICAZIONE

[781] 195. Provava vivo dolore se uno si dedicava alla scienza trascurando la virtù, soprattutto se non rimaneva stabile nella vocazione in cui era quando da principio fu chiamato «I miei frati--diceva--che si lasciano attrarre dalla curiosità della scienza, si troveranno le mani vuote nel giorno della retribuzione. Preferirei che si irrobustissero maggiormente con le virtù in modo da avere con loro il Signore nell'angustia, una volta giunta l'ora della tribolazione. Perché --continuò--sta per giungere una tribolazione tale che i libri, buoni a nulla, saranno abbandonati negli armadi e nei ripostigli ». Non diceva questo perché gli dispiacessero gli studi della Scrittura, ma per distogliere tutti da una premura eccessiva di imparare, e perché preferiva che fossero tutti buoni per carità piuttosto che saputelli per curiosità. Presentiva anche che sarebbe venuto presto il tempo, in cui la scienza sarebbe stata occasione di rovina, e al contrario sostegno dello spirito l'aver atteso alla vita spirituale.

[782] Un frate laico desiderava aver un salterio e ne chiese licenza a Francesco. Ma egli invece del salterio gli presentò della cenere.
[783] Ad uno dei suoi compagni che si dedicava un tempo alla predicazione, apparve in visione dopo morte e glielo proibì, ordinandogli di seguire la via della semplicità. E Dio è testimone che, dopo questa visione, il frate provò tanta dolcezza, che per numerosi giorni ebbe l'impressione che gli risuonassero direttamente all'orecchio le parole stillanti rugiada del Padre.

LE DEVOZIONI PARTICOLARI DEL SANTO

CAPITOLO CXLVIII

SUA COMMOZIONE NEL SENTIRE NOMINARE L' AMORE Dl DlO

[784] 196. Penso che non sia inutile né indegno toccare di passaggio e in breve le devozioni particolari di san Francesco. Questo uomo praticava tutte le devozioni, perché godeva dell'unzione dello Spirito, tuttavia provava uno speciale affetto verso alcune forme particolari di pietà. Fra le altre parole, che ricorrevano spesso nel parlare, non poteva udire l'espressione « amore di Dio » senza provare una certa commozione. Subito infatti, al suono di questa espressione «amore di Dio» si eccitava, si commoveva e si infiammava, come se venisse toccata col plettro della voce la corda interiore del cuore. È una prodigalità da nobili, ripeteva, offrire questa ricchezza in cambio dell'elemosina e sono quanto mai stolti quelli che l'apprezzano meno del denaro. Da parte sua, osservò infallibilmente sino alla morte il proposito, che aveva fatto quando era ancora nel mondo, di non respingere alcun povero che gli chiedesse per amore di Dio. Una volta un povero gli chiese la carità per amore di Dio. Siccome non aveva nulla, il Santo prese di nascosto le forbici e si preparò a spartire la sua misera tonaca. E l'avrebbe certamente fatto se non fosse stato scoperto dai frati, ai quali però ordinò di provvedere con altro compenso al povero. Diceva: « Dobbiamo amare molto l'amore di Colui che ci ha amati molto ».

CAPITOLO CXLIX

LA SUA DEVOZIONE AGLI ANGELI.

COSA FACEVA PER AMORE Dl SAN MICHELE

[785] 197. Venerava col più grande affetto gli angeli, che sono con noi sul campo di battaglia e con noi camminano in mezzo all'ombra della morte. Dobbiamo venerare, diceva questi compagni che ci seguono ovunque e allo stesso modo invocarli come custodi. Insegnava che non si deve offendere il loro sguardo, né osare alla loro presenza ciò che non si farebbe davanti agli uomini. E proprio perché in coro si salmeggia davanti agli angeli, voleva che tutti quelli che potevano si radunassero nell'oratorio e lì salmeggiassero con devozione. Ripeteva spesso che si deve onorare in modo più solenne il beato Michele, perché ha il compito di presentare le anime a Dio. Perciò ad onore di san Michele, tra la festa dell'Assunzione e la sua, digiunava con la massima devozione per quaranta giorni. E diceva: «Ciascuno ad onore di così glorioso principe dovrebbe offrire a Dio un omaggio di lode o qualche altro dono particolare».

CAPITOLO CL

SUA DEVOZIONE ALLA NOSTRA SIGNORA

ALLA QUALE AFFIDÒ IN MODO PARTICOLARE L'ORDINE

[786] 198. Circondava di un amore indicibile la Madre di Gesù, perché aveva reso nostro fratello il Signore della maestà. A suo onore cantava lodi particolari, innalzava preghiere, offriva affetti tanti e tali che lingua umana non potrebbe esprimere, Ma ciò che maggiormente riempie di gioia, la costituì Avvocata dell'Ordine e pose sotto le sue ali i figli, che egli stava per lasciare, perché vi trovassero calore e protezione sino alla fine. Orsù, Avvocata dei poveri! Adempi verso di noi il tuo ufficio di Protettrice fino al tempo prestabilito dal Padre.

CAPITOLO CLI

LA SUA DEVOZIONE AL NATALE DEL SIGNORE

E COME VOLEVA CHE IN TALE GIORNO

Sl PORTASSE SOCCORSO A TUTTI

[787] 199. Al di sopra di tutte le altre solennità celebrava con. ineffabile premura il Natale del Bambino Gesù, e chiamava festa delle feste il giorno in cui Dio, fatto piccolo infante, aveva succhiato ad un seno umano. Baciava con animo avido le immagini di quelle membra infantili, e la compassione del Bambino, riversandosi nel cuore, gli faceva anche balbettare parole di dolcezza alla maniera dei bambini. Questo nome era per lui dolce come un favo di miele in bocca. Un giorno i frati discutevano assieme se rimaneva l'obbligo di non mangiare carne, dato che il Natale quell'anno cadeva in venerdì. Francesco rispose a frate Morico: «Tu pecchi, fratello, a chiamare venerdì il giorno in cui è nato per noi il Bambino. Voglio che in un giorno come questo anche i muri mangino carne, e se questo non è possibile, almeno ne siano spalmati all'esterno.

[788] 200. Voleva che in questo giorno i poveri ed i mendicanti fossero saziati dai ricchi, e che i buoi e gli asini ricevessero una razione di cibo e di fieno più abbondante del solito. «Se potrò parlare all'imperatore -- diceva -- lo supplicherò di emanare un editto generale, per cui tutti quelli che ne hanno possibilità, debbano spargere per le vie frumento e granaglie, affinché in un giorno di tanta solennità gli uccellini e particolarmente le sorelle allodole ne abbiano in abbondanza». Non poteva ripensare senza piangere in quanta penuria si era trovata in quel giorno la Vergine poverella. Una volta, mentre era seduto a pranzo, un frate gli ricordò la povertà della beata Vergine e l'indigenza di Cristo suo Figlio. Subito si alzò da mensa, scoppiò in singhiozzi di dolore, e col volto bagnato di lacrime mangiò il resto del pane sulla nuda terra. Per questo chiamava la povertà virtù regale, perché rifulse con tanto splendore nel Re e nella Regina. Infatti ai frati, che adunati a Capitolo gli avevano chiesto quale virtù rendesse una persona più amica a Cristo: « Sappiate--rispose, quasi aprendo il segreto del suo cuore--che la povertà è una via particolare di salvezza. Il suo frutto è molteplice, ma solo da pochi è ben conosciuto ».

CAPITOLO CLII

LA SUA DEVOZIONE AL CORPO DEL SIGNORE

[789] 201. Ardeva di amore in tutte le fibre del suo essere verso il sacramento del Corpo del Signore, preso da stupore oltre ogni misura per tanta benevola degnazione e generosissima carità. Riteneva grave segno di disprezzo non ascoltare ogni giorno la Messa, anche se unica, se il tempo lo permetteva. Si comunicava spesso e con tanta devozione da rendere devoti anche gli altri. Infatti, essendo colmo di reverenza per questo venerando sacramento, offriva il sacrificio dl tutte le sue membra, e, quando riceveva l'agnello immolato, immolava lo spirito in quel fuoco, che ardeva sempre sull'altare del suo cuore. Per questo amava la Francia, perché era devota del Corpo del Signore, e desiderava morire in essa per la venerazione che aveva dei sacri misteri. Un giorno volle mandare i frati per il mondo con pissidi preziose, perché riponessero in luogo il più degno possibile il prezzo della redenzione, ovunque lo vedessero conservato con poco decoro. ).

[790] Voleva che si dimostrasse grande rispetto alle mani del sacerdote, perché ad esse è stato conferito il divino potere di consacrare questo sacramento. «Se mi capitasse - diceva spesso - di incontrare insieme un santo che viene dal cielo ed un sacerdote poverello, saluterei prima il prete e correrei a baciargli le mani. Direi infatti: Ohi! Aspetta, san Lorenzo, perché le mani di costui toccano il Verbo di vita e possiedono un potere sovrumano!»

CAPITOLO CLIII

LA SUA DEVOZIONE ALLE RELIQUIE DEI SANTI

202. Zelantissimo com'era del culto divino, questo uomo non trascurava di onorare debitamente nulla di ciò che si riferisce a Dio.

[791] Mentre si trovava a Monte Casale, in territorio di Massa, comandò ai frati di trasportare con la massima riverenza le sante reliquie da una chiesa completamente abbandonata alla loro casa. Sentiva pena che già da troppo tempo fossero rimaste senza venerazione. Ma, essendo egli partito di lì per urgente motivo, i figli dimenticarono l'ordine del Padre e non tennero in gran conto il merito dell'obbedienza. Un giorno, mentre i frati si preparavano a celebrare la Messa, tolsero, come d'uso, la coperta dell'altare: trovarono ossa bellissime, che spandevano un soave profumo, e rimasero assai stupiti a quello spettacolo mai visto. Ritornato poco dopo il Santo, si informò diligentemente se avevano eseguito il suo comando. Ma i frati confessarono umilmente la loro colpa, di aver trascurata l'obbedienza, e con la penitenza ottennero anche il perdono. Il Santo esclamò: «Sia benedetto il Signore mio Dio, che ha compiuto lui stesso ciò che avreste dovuto fare voi!». Considera ora attentamente quanto sia stato devoto Francesco, osserva quale sia la premura di Dio per la nostra polvere e intona un canto di lode alla santa obbedienza. Perché se alla voce del Santo non si è piegato l'uomo, alle sue preghiere ha obbedito Dio.

CAPITOLO CLIV

LA SUA DEVOZIONE ALLA CROCE E UN SEGRETO MISTERIOSO

[792] 203. Infine, chi potrebbe spiegare o chi potrebbe capire come la sua unica gloria sia stata nella croce del Signore? Solo lo può sapere chi, unico, ha avuto la grazia di provarlo. Certo, anche se ne avessimo qualche leggera esperienza, le nostre parole, insudiciate come sono dall'uso di cose comuni e senza valore, non sarebbero in grado di esprimere così grandi meraviglie. E forse, proprio per questo si è dovuto manifestare nella carne, perché sarebbe stato impossibile esprimerlo a parole. Parli dunque il silenzio, dove vien meno la parola, perché dove non soccorre l'espressione, anche la cosa segnata grida da sé. Solo questo ascolti l'orecchio umano, che non è ancora in tutto chiaro per qual motivo sia apparso nel Santo questo mistero; infatti quel tanto che è stato da lui rivelato non si può comprendere che in funzione del futuro. Sarà veritiero e degno di fede, colui al quale saranno testimoni natura, legge e grazia.

LE POVERE DAME

CAPITOLO CLV

COME VOLEVA CHE I FRATI SI COMPORTASSERO CON LORO

[793] 204. Non è giusto tralasciare il ricordo dell'edificio spirituale, molto più nobile di quello materiale, che il Padre dopo la riparazione della chiesa, innalzò in quel luogo sotto la guida dello Spirito Santo, per accrescere la città celeste. E non si può credere che Cristo gli abbia parlato dal legno della Croce in un modo così stupendo da incutere timore e dolore in chi ne sente parlare, solo per riparare un'opera cadente, destinata a perire. Ma, come un tempo aveva predetto lo Spirito Santo, lì doveva sorgere un Ordine di sante vergini, destinato ad essere trasferito a suo tempo, come massa scelta di pietre vive, per restaurare la casa celeste. Veramente, dopo che le vergini di Cristo cominciarono a raccogliersi in quel luogo provenendo da varie parti del mondo e vi fecero professione di somma perfezione osservando una povertà altissima, nello splendore di ogni virtù, il Padre sottrasse loro a poco a poco la sua presenza fisica. Tuttavia intensificò la sua premura amandole ancor più nello Spirito Santo. Infatti, quando il Padre, dalle numerose prove di altissima perfezione che avevano date, le conobbe pronte a sostenere per Cristo ogni danno terreno ed ogni sacrificio e decise a non deviare mai dalle sante norme ricevute, promise fermamente a loro ed alle altre, che avrebbero professata la povertà nella stessa forma di vita, che avrebbe dato il suo aiuto e consiglio e quello dei suoi frati in perpetuo. Finché visse, mantenne sempre scrupolosamente  queste promesse e, prossimo a morire, comandò con premura che si continuasse sempre: perché, diceva, un solo e medesimo spirito ha fatto uscire i frati e quelle donne poverelle da questo mondo malvagio.

[794] 205. E poiché i frati un giorno mostravano meraviglia, perché non visitasse più spesso personalmente quelle ancelle di Cristo, così sante, rispose: «Non crediate, carissimi, che io non le ami pienamente. Se infatti fosse una colpa prendersi cura di loro in Cristo, non sarebbe ancora più grave l'averle sposate a Cristo? Non averle chiamate, certo, non sarebbe stata colpa, ma non averne cura dopo averle chiamate, sarebbe enorme crudeltà. Ma vi do l'esempio perché anche voi facciate come io ho fatto. Non voglio che alcuno si offra spontaneamente a fare loro visita, ma ordino che siano incaricati del loro servizio quelli che lo fanno contro voglia e sono maggiormente riluttanti, e soltanto persone di spirito, provati da una degna e lunga vita religiosa».

CAPITOLO CLVI

RIPRENDE ALCUNI

CHE ANDAVANO VOLENTIERI Al MONASTERI

[795] 206. Un frate aveva in monastero due figlie di perfetta condotta religiosa. Un giorno si offrì volentieri per portare là un piccolo e povero dono da parte del Santo, ma questi lo riprese con estrema durezza, con parole che qui non posso riferire. E così, il dono fu inviato per mezzo di un altro, che non voleva saperne, ma poi accondiscese. Un altro frate d'inverno, mosso da compassione, si recò ad un altro monastero, non tenendo conto della proibizione del Santo, così tassativa. Quando Francesco lo venne a sapere, lo fece camminare senza tonaca per parecchie miglia, nel freddo intensissimo della neve.
CAPITOLO CLVII

LA PREDICA FATTA PIÙ CON L' ESEMPIO

CHE CON LA PAROLA

[796] 207. Mentre si trovava presso San Damiano, il Padre fu supplicato più volte dal suo vicario di esporre alle sue figlie la parola di Dio e, alla fine, vinto da tanta insistenza, accettò. Quando furono riunite come di consueto per ascoltare la parola del Signore, ma anche per vedere il Padre, Francesco alzò gli occhi al cielo, dove sempre aveva il cuore e cominciò a pregare Cristo. Poi ordinò che gli fosse portata della cenere, ne fece un cerchio sul pavimento tutto attorno alla sua persona, ed il resto se lo pose sul capo. Le religiose aspettavano e, al vedere il Padre immobile e in silenzio dentro al cerchio di cenere, sentivano l'animo invaso dallo stupore. Quando, ad un tratto, il Santo si alzò e nella sorpresa generale in luogo del discorso recitò il salmo Miserere. E appena finito, se ne andò rapidamente fuori. Per questo comportamento carico di significato, le serve del Signore provarono tanta contrizione, che scoppiarono in un profluvio di lacrime e a stento si trattennero dal punirsi con le loro stesse mani. Col fatto aveva insegnato loro a stimarsi cenere, e inoltre che il suo cuore non provava altro sentimento a loro riguardo che non fosse conforme a questo pensiero. Questa era la sua condotta con le religiose, queste le sue visite utilissime, rare però e giustificate da necessità. Questa la sua volontà per tutti i frati: essi dovevano servirle per amore di Cristo, di cui sono serve, ma in modo da guardarsi sempre, come uccelli, dai lacci tesi davanti a loro.

ELOGIO DELLA REGOLA DEI FRATI

CAPITOLO CLVIII

PAROLE Dl ELOGIO PER LA REGOLA

E COME UN FRATE LA PORTAVA CON SÉ

[797] 208. Francesco era zelantissimo per la vita comune e la Regola, e lasciò una particolare benedizione a quanti ne zelavano l'osservanza. Questa, ripeteva, è il libro della vita, speranza di salvezza, midollo del Vangelo, via della perfezione, chiave del Paradiso, patto di eterna alleanza. Voleva che tutti ne avessero il testo e la conoscessero molto bene, e ne facessero sempre oggetto di meditazione con l'uomo interiore, come sprone contro l'indolenza ed a memoria delle promesse giurate. Insegnò ad averla sempre davanti agli occhi, come richiamo alla propria condotta, e, ciò che più importa, a morire con essa.

[798] Si ricordò di questo insegnamento un frate laico, che a nostro avviso è da venerare nel numero dei martiri, e conseguì la palma di una gloriosa vittoria. Mentre era trascinato al martirio dai Saraceni, si inginocchiò e tenendo con la estremità delle mani la Regola, disse al compagno: «Fratello carissimo, mi accuso davanti alla Maestà Divina e davanti a te di tutte le colpe che ho commesso contro questa santa Regola». Alla breve confessione tenne dietro la spada e così terminò la vita col martirio. Più tardi si rese celebre con miracoli e prodigi. Era entrato nell'Ordine così giovinetto, che a stento poteva sopportare il digiuno prescritto dalla Regola. Eppure così fanciullo portava sulla nuda carne il cilizio ! Giovane felice, che ha cominciato santamente, per concludere ancora più felicemente la sua vita!

CAPITOLO CLIX

UNA VISIONE CHE GLORIFICA LA REGOLA

[799] 209. Una volta il padre santissimo ebbe dal cielo una visione, che si riferisce alla Regola. Al tempo in cui i frati tenevano adunanze per discutere la conferma della Regola, il Santo, che era molto preoccupato della cosa, fece questo sogno. Gli sembrava di aver raccolto da terra sottilissime briciole di pane e di doverle distribuire a molti frati affamati, che gli stavano attorno. E siccome esitava temendo che briciole così fini, come piccoli granelli di polvere, gli sfuggissero dalle mani, si udi una voce che gli gridava dall'alto: «Francesco, con tutte le briciole forma una sola ostia e dàlla da mangiare a chi vuole». Egli obbedì e quelli che non la ricevevano con devozione, o disprezzavano il dono ricevuto, subito apparivano chiaramente colpiti dalla lebbra. Al mattino il Santo raccontò tutto ai compagni, dolente di non capire il significato misterioso della visione. Ma poco dopo, mentre vegliava in preghiera, gli giunse dal cielo questa voce: «Francesco, le briciole della notte scorsa sono le parole del Vangelo, l'ostia è la Regola,  la lebbra l'iniquità ». Per quanto riguarda la fedeltà che avevano giurata, i frati di quel tempo non la ritenevano dura o gravosa, ma erano prontissimi a fare in tutto più del dovere. Del resto, è chiaro che non vi può essere tiepidezza o pigrizia dove lo stimolo dell'amore sprona sempre più in alto.

LE MALATTIE Dl SAN FRANCESCO

CAPITOLO CLX

COLLOQUIO CON UN FRATE

RIGUARDO AL DOVERE DI CURARE IL CORPO

[800] 210. Francesco, araldo di Dio, si incamminò sulle vie di Cristo attraverso numerose pene e gravi malattie, e non ritrasse il piede sino a quando coronò il buon inizio con una fine ancora più santa. Infatti, sebbene privo di forze e con il corpo tutto rovinato, mai ebbe una pausa nella corsa verso la perfezione, mai permise che si addolcisse il rigore della disciplina. Tanto è vero, che anche quando il corpo era sfinito, non si sentiva di usargli qualche riguardo senza rimorso di coscienza. Un giorno dovendo lenire, sia pure contro volontà, le sofferenze del corpo con vari medicinali, perché i dolori erano superiori alle sue forze, si rivolse con fiducia ad un frate, perché sapeva che gli avrebbe dato un consiglio saggio. «Cosa ne pensi, figlio carissimo, del fatto che la mia coscienza mi rimprovera spesso della cura che ho per il corpo? Forse teme che io gli sia troppo indulgente perché è ammalato, e cerchi di soccorrerlo con medicamenti rari. Non già che il corpo provi diletto in qualche cosa, perché rovinato com'è da lunga malattia ha perduto ogni gusto».

211. Il figlio rispose al Padre con grande accortezza, conoscendo che il Signore gli suggeriva le parole: «Dimmi, Padre, se credi: non è stato pronto il tuo corpo ad obbedire ai tuoi ordini?». «Gli rendo testimonianza, figlio, che fu obbediente in tutto, in nulla si è risparmiato, ma si precipitava quasi di corsa ad ogni comando. Non ha sfuggito nessuna fatica, non ha rifiutato nessun sacrificio, purché gli fosse possibile obbedire. In questo, io e lui, siamo stati perfettamente d'accordo, di servire senza riserva alcuna Cristo Signore ». E il frate: « Dov'è dunque, Padre, la tua generosità, dov'è la pietà e la tua somma discrezione? È questa la riconoscenza che si dimostra agli amici fedeli, ricevere da loro un beneficio e non ricambiarlo nel tempo della necessità? Quale servizio a Cristo tuo Signore hai potuto fare sino ad ora senza l'aiuto del corpo? Come tu stesso dici, non ha affrontato per questo ogni pericolo?». «Sì, lo ammetto, figlio -- rispose il Padre --. E verissimo!». «E allora--proseguì il frate--è ragionevole che tu venga meno in così grande necessità ad un amico tanto fedele, che per te ha esposto se stesso e tutti i suoi beni sino alla morte? Lungi da te, Padre, aiuto e sostegno degli afflitti, lungi da te questo peccato contro il Signore! ». «Benedetto anche tu, figlio mio--concluse il Santo-- perché sei venuto incontro ai miei dubbi con rimedi così saggi e salutari!». E rivolgendosi al corpo, cominciò a dirgli tutto lieto: « Rallegrati, frate corpo, e perdonami: ecco, ora sono pronto a soddisfare i tuoi desideri, mi accingo volentieri a dare ascolto ai tuoi lamenti!». Ma cosa avrebbe potuto recare conforto a quel povero corpo quasi estinto? Cosa offrirgli a sostegno, essendo in ogni sua parte in rovina? Francesco era già morto a questo mondo, ma Cristo viveva in lui. Le delizie del mondo erano per lui una croce, perché portava radicata nel cuore la Croce di Cristo. E appunto per questo le stimmate rifulgevano all'esterno nella carne, perché dentro la sua radice gli si allungava profondissima nell 'animo.

CAPITOLO CLXI

PROMESSA FATTAGLI DAL SIGNORE PER LE SUE INFERMITÀ

212. È incredibile come le sue forze potessero resistere, essendo tutto il corpo stremato dai dolori. E tuttavia queste sue tribolazioni, non le chiamava pene ma sorelle. Certamente molte sono le ragioni delle sue sofferenze.

[801] Anzitutto, per renderlo più glorioso nel trionfo, l'Altissimo gli affidò compiti difficili non solo al principio del suo servizio, ma continuò a dargli occasione di gloria anche quando era già veterano. Poi, in ciò ha lasciato un esempio ai suoi seguaci, in quanto non ha fatto niente con meno fervore perché maturo di anni, e niente con meno rigore perché ammalato. E neppure senza motivo fu la sua perfetta purificazione in questa valle di lacrime: con essa ha pagato sino all'ultimo spicciolo se vi era rimasto qualcosa da bruciare, in modo da volare poi, purificatissimo, in cielo Ma la principale ragione dei suoi dolori penso sia stata, come egli affermava di altri, la speranza di ricevere nel sopportarli una grande ricompensa.

[802] 213. Una notte, essendo sfinito più del solito per le gravi e diverse molestie delle sue malattie, cominciò nelI'intimo del suo cuore ad avere compassione di se stesso. Ma, affinché lo spirito sempre pronto non provasse, neppure per un istante, alcuna debolezza umana per il corpo, invocò Cristo e col suo aiuto tenne saldo lo scudo della pazienza. Mentre pregava così impegnato in questa lotta, Signore gli promise la vita eterna con questa similitudine: «Supponi che la terra e l'universo intiero sia oro prezioso di valore inestimabile e che, tolto ogni dolore, ti venga dato per le tue gravi sofferenze un tesoro di tanta gloria che, a suo confronto, sia un niente l'oro predetto, neppure degno di essere nominato; non saresti tu contento e non sopporteresti volentieri questi dolori momentanei? ». «Certo sarei contento--rispose il Santo--e sarei contento smisuratamente!». «Esulta dunque,--conclude il Signore--perché la tua infermità è caparra del mio regno e per il merito della pazienza devi aspettarti con sicurezza e certezza di aver parte allo stesso regno ». Quanta esultanza pensi che abbia provato questo uomo, beato per una promessa così felice? Con quanta pazienza, non solo, ma anche con quanto amore avrà abbracciato le sofferenze fisiche? Soltanto lui lo sa adesso perfettamente, perché allora non fu in grado di esprimerlo. Tuttavia ne fece qualche cenno ai compagni, come poté. [803] In quella circostanza compose alcune Lodi delle creature, in cui le invita a lodare come è loro possibile, il Creatore.

IL TRANSITO DEL PADRE SANTO

CAPITOLO CLXII

ESORTAZIONE E BENEDIZIONE DEI FRATI PRIMA Dl MORIRE

[804] 214. Alla morte dell'uomo--dice il saggio--sono svelate tutte le sue opere. È appunto ciò che vediamo gloriosamente compiuto nel Santo. Percorrendo con animo pronto la via dei comandamenti di Dio, giunse attraverso i gradi di tutte le virtù alla più alta vetta, e rifinito a regola d'arte, come un oggetto in metallo duttile, sotto il martello di molteplici tribolazioni, raggiunse il limite ultimo di ogni perfezione. Fu allora soprattutto che brillarono maggiormente le sue mirabili azioni, e rifulse chiaramente alla luce della verità che tutta la sua vita era stata divina, quando, dopo aver calpestato le attrattive di questa vita mortale, se ne volò libero al cielo. Infatti, dimostrò di stimare una infamia vivere, secondo il mondo, amò i suoi sino alla fine, accolse la morte cantando. Quando sentì vicini gli ultimi giorni, nei quali alla luce effimera sarebbe succeduta la luce eterna, mostrò con l'esempio delle sue virtù che non aveva niente in comune con il mondo. Sfinito da quella malattia così grave, che mise termine ad ogni sua sofferenza, si fece deporre nudo sulla terra nuda, per essere preparato in quell'ora estrema, in cui il nemico avrebbe potuto ancora sfogare la sua ira, a lottare nudo con un avversario nudo. In realtà aspettava intrepido il trionfo e con le mani unite stringeva la corona di giustizia. Posto così in terra, e spogliato della veste di sacco, alzò, come sempre il volto al cielo e, tutto fisso con lo sguardo a quella gloria, coprì con la mano sinistra la ferita del lato destro, perché non si vedesse. Poi disse ai frati: «Io ho fatto il mio dovere; quanto spetta a voi, ve lo insegni Cristo! ».

[805] 215. A tale vista, i figli proruppero in pianto dirotto e, traendo dal cuore profondi sospiri, quasi vennero meno sopraffatti dalla commozione. Intanto, calmati in qualche modo i singhiozzi, il suo guardiano, che aveva compreso per divina ispirazione il desiderio del Santo, si alzò in fretta, prese una tonaca, i calzoni ed il berretto di sacco: «Sappi--disse al Padre-- che questa tonaca, i calzoni ed il berretto, io te li do in prestito, per santa obbedienza! E perché ti sia chiaro che non puoi vantare su di essi nessun diritto, ti tolgo ogni potere di cederli ad altri ». Il Santo sentì il cuore traboccare di gioia, perché capì di aver tenuto fede sino alla fine a madonna Povertà. Aveva infatti agito in questo modo per amore della povertà, così da non avere in punto di morte neppure l'abito proprio, ma uno ricevuto in prestito da altri. Aveva poi l'abitudine di portare in testa un berretto di sacco per coprire le cicatrici riportate nella cura degli occhi, mentre gli sarebbe stato necessario un copricapo di lana qualsiasi, purché fine e morbidissima.

[806] 216. Poi il Santo alzò le mani al cielo, glorificando il suo Cristo, perché poteva andare libero a lui senza impaccio di sorta. Ma per dimostrare che in tutto era perfetto imitatore di Cristo suo Dio, amò sino alla fine i suoi frati e figli, che aveva amato fin da principio. Fece chiamare tutti i frati presenti nella casa, e cercando di lenire il dolore che dimostravano per la sua morte, li esortò con affetto paterno all'amore di Dio. Si intrattenne a lungo sulla virtù della pazienza e sull'obbligo di osservare la povertà, raccomandando più di ogni altra norma il santo Vangelo. Poi, mentre tutti i frati gli erano attorno, stese la sua destra su di essi e la pose sul capo di ciascuno cominciando dal suo vicario: «Addio--disse--voi tutti figli miei, vivete nel timore del Signore e conservatevi in esso sempre! E poiché si avvicina l'ora della prova e della tribolazione, beati quelli che persevereranno in ciò che hanno intrapreso! Io infatti mi affretto verso Dio e vi affido tutti alla sua grazia». E benedisse nei presenti anche tutti i frati, ovunque si trovassero nel mondo, e quanti sarebbero venuti dopo di loro sino alla fine dei secoli.

[807] Nessuno si usurpi questa benedizione, che impartì ai presenti per gli assenti. Come è stata riportata altrove, ha chiaramente qualche riferimento personale, ma ciò va piuttosto riferito all'ufficio.

CAPITOLO CLXIII

ULTIME AZIONI DEL SANTO E SUA MORTE

[808] 217. Mentre i frati versavano amarissime lacrime e si lamentavano desolati, si fece portare del pane, lo benedisse, lo spezzò e ne diede da mangiare un pezzetto a ciascuno. Volle anche il libro dei Vangeli e chiese che gli leggessero il Vangelo secondo Giovanni, dal brano che inizia: Prima della festa di Pasqua ecc. Si ricordava in quel momento della santissima cena, che il Signore aveva celebrato con i suoi discepoli per l'ultima volta, e fece tutto questo appunto a veneranda memoria di quella cena e per mostrare quanta tenerezza di amore portasse ai frati.
[809] Trascorse i pochi giorni che gli rimasero in un inno di lode, invitando i suoi compagni dilettissimi a lodare con lui Cristo. Egli poi, come gli fu possibile, proruppe in questo salmo: Con la mia voce ho gridato al Signore, con la mia voce ho chiesto soccorso al Signore. Invitava pure tutte le creature alla lode di Dio, e con certi versi, che aveva composto un tempo, le esortava all'amore divino. Perfino la morte, a tutti terribile e odiosa, esortava alla lode, e andandole incontro lieto, la invitava ad essere suo ospite: « Ben venga, mia sorella morte!».

[810] Si rivolse poi al medico: « Coraggio, frate medico, dimmi pure che la morte è imminente: per me sarà la porta della vita! » E ai frati: «Quando mi vedrete ridotto alI'estremo, deponetemi nudo sulla terra come mi avete visto ieri l'altro, e dopo che sarò morto, lasciatemi giacere così per il tempo necessario a percorrere comodamente un miglio». Giunse infine la sua ora, ed essendosi compiuti in lui tutti i misteri di Cristo, se ne volò felicemente a Dio.

UN FRATE VEDE L' ANIMA DEL SANTO NEL SUO TRANSITO

[811] 217a. Un frate suo discepolo, assai rinomato, vide l'anima del padre santissimo salire direttamente al cielo. Era come una stella, ma con la grandezza della luna e lo splendore del sole, e sorvolava la distesa delle acque trasportata in alto da una nuvoletta candida.

[812] Si radunò allora una grande quantità di gente, che lodava e glorificava il nome del Signore. Accorse in massa tutta la città di Assisi e si affrettarono pure dalla zona adiacente per vedere le meraviglie, che il Signore aveva manifestato nel suo servo. I figli intanto effondevano in lacrime e sospiri il pio affetto del cuore, addolorati per essere rimasti orfani di tanto padre. Ma la singolarità del miracolo mutò il pianto in giubilo e il lutto in esplosione di gioia. Vedevano distintamente il corpo del beato padre ornato delle stimmate di Cristo e precisamente nel centro delle mani e dei piedi, non i fori dei chiodi, ma i chiodi stessi formati dalla sua carne, anzi cresciuti con la carne medesima, che mantenevano il colore oscuro proprio del ferro, e il costato destro arrossato di sangue. La sua carne, prima oscura di natura, risplendendo di un intenso candore, preannunziava il premio della beata risurrezione. Infine, le sue membra divennero flessibili e molli, non rigide come avviene nei morti, ma rese simili a quelle di un fanciullo.

CAPITOLO CLXIV

LA VISIONE DI FRATE AGOSTINO IN PUNTO DI MORTE

[813] 218. Era in quel tempo ministro dei frati della Terra di Lavoro frate Agostino. Da tempo aveva perduto l'uso della parola, ma, quando giunse all'ora della morte, gridò tutto ad un tratto: «Aspettami, Padre, aspetta! Ecco, ora vengo con te ». Tutti i presenti l'udirono e si chiedevano sorpresi a chi parlasse a questo modo. « Non vedete -- rispose con sicurezza--il nostro padre Francesco, che va in cielo? ». E subito la sua anima santa, libera dalla carne, seguì il padre santissimo.

CAPITOLO CLXV

DOPO LA SUA MORTE IL PADRE APPARE AD UN FRATE

[814] 219. In quella notte e alla stessa ora, il padre glorioso apparve ad un altro frate di vita lodevole, mentre era intento a pregare. Era vestito di una dalmatica di porpora, e lo seguiva una folla innumerevole di persone. Alcuni si staccarono dal gruppo per chiedere al frate: «Costui non è forse Cristo, o fratello?». «Sì, è lui », rispondeva. Ed altri di nuovo lo interrogavano: « Non è questi san Francesco? ». E il frate allo stesso modo rispondeva affermativamente. In realtà sembrava a lui e a tutta quella folla che Cristo e Francesco fossero una sola persona. Questa affermazione non può essere giudicata temeraria da chi sa intendere bene, perché chi aderisce a Dio diventa un solo spirito con Lui e lo stesso Dio sarà tutto in tutti. Alla fine, il Padre e quel corteo meraviglioso giunsero in un luogo quanto mai delizioso, dove scorrevano acque limpidissime Era tutto uno splendore di erbe, di fiori, di alberi di ogni specie. Nel mezzo sorgeva un palazzo di straordinaria grandezza e bellissimo. Il nuovo cittadino del cielo vi entrò festoso, e avendo notato numerosi frati attorno ad una mensa, preparata splendidamente e traboccante di ogni sorta di delizie, cominciò con i suoi a banchettare gioiosamente .

CAPITOLO CLXVI

VISIONE DEL VESCOVO Dl ASSISI

RIGUARDANTE IL TRANSITO DEL PADRE

[815] 220. Il vescovo di Assisi in quel tempo era andato in pellegrinaggio alla chiesa di San Michele. Mentre nel ritorno si era fermato a Benevento, gli apparve Francesco, nella notte del suo trapasso, e gli disse: «Ecco, Padre, lascio il mondo e vado a Cristo». Al mattino svegliatosi, il vescovo narrò ai compagni la visione e, chiamato un notaio, fece segnare il giorno e l'ora del transito. Ne fu molto rattristato e pianse per il dolore di avere perduto il migliore dei padri. Ritornato poi alla sua terra, raccontò ogni cosa e ringraziò senza fine il Signore per i suoi doni.

CANONIZZAZIONE E TRASLAZIONE Dl SAN FRANCESCO

[816] 220a. Nel nome del Signore Gesù. Amen. Nell'anno della sua Incarnazione 1226, il 3 ottobre,l nel giorno che aveva predetto, compiuti vent'anni da quando aveva aderito in modo perfettissimo a Cristo seguendo la vita e le orme degli Apostoli, l'uomo apostolico Francesco, sciolto dai ceppi di questa vita mortale, passò felicemente a Cristo. E sepolto presso la città di Assisi, cominciò a risplendere ovunque per tanti e così vari miracoli, che indusse in breve tempo gran parte del mondo ad ammirare il secolo rinnovato. Poiché già in diverse parti, si era reso famoso per lo splendore di nuovi miracoli, affluivano da ogni luogo persone gioiose di essere state liberate col suo aiuto dai loro affanni, il signor papa Gregorio, trovandosi a Perugia con tutti i cardinali ed altri prelati, cominciò a trattare la sua canonizzazione. Tutti furono concordi e si dissero favorevoli. Lessero e approvarono i miracoli, che il Signore aveva operato per mezzo del suo servo, ed esaltarono con le più alte lodi la santità della sua vita. Anzitutto vennero convocati a tanta solennità i principi della terra. Poi, nel giorno fissato, tutto lo stuolo dei prelati e una infinita moltitudine di popolo accompagnarono il Papa in Assisi, per celebrarvi, a maggiore onore del Santo, la sua canonizzazione. Quando tutti si trovarono nel luogo preparato per una circostanza così solenne, da principio papa Gregorio parlò al popolo ed annunziò con affetto dolcissimo le meraviglie del Signore. Poi, con un nobilissimo discorso, tessé le lodi del padre san Francesco, versando lacrime di commozione mentre esponeva la purezza della sua vita. Finito il discorso, papa Gregorio alzò le mani al cielo e con voce sonora proclamò,...

PREGHIERA DEI COMPAGNI DEL SANTO

CAPITOLO CLXVII

[817] 221. Ecco, beato padre, abbiamo tentato nella nostra semplicità di lodare, come meglio ci è stato possibile, le tue mirabili azioni e di esporre a tua gloria almeno alcuni aspetti delle innumerevoli virtù della tua santità. Siamo convinti che le nostre parole hanno tolto molto splendore alla tua grandezza, perché non sono in grado di esprimere i prodigi di tanta perfezione. Chiediamo a te ed ai lettori di misurare il nostro affetto dall'impegno che ci siamo assunti, lieti che la penna umana sia superata dall'altezza di così mirabile vita. Chi infatti, o grande Santo, potrebbe sentire in sé o imprimere negli altri l'ardore del tuo spirito? Chi dar vita agli ineffabili slanci d'amore, che da te salivano continuamente a Dio? Ma abbiamo scritto queste pagine, attratti dal dolce ricordo che abbiamo di te, nel desiderio di tramandarlo, finché vivremo, anche se solo balbettando, agli altri. Tu ormai ti nutri col fiore di frumento, di cui eri affamato; ora ti disseti al torrente delle delizie, di cui prima eri assetato. Ma non crediamo che l'abbondanza della casa di Dio ti abbia così inebriato, da farti dimenticare i tuoi figli perché anche Colui che ti disseta si ricorda di noi. Attiraci dunque a te, o Padre santo, perché corriamo nella fragranza dei tuoi profumi: tu vedi quanto siamo tiepidi e accidiosi, languidi e pigri, quasi morti per la nostra negligenza! Il piccolo gregge ti segue già con passo incerto, e gli occhi deboli, abbagliati, non sopporta i raggi della tua perfezione. Rinnova i nostri giorni, come all'inizio, specchio e modello dei perfetti, e non permettere che siano dissimili nella vita quelli che ti sono conformi nella professione!

[818] 222. Ora presentiamo le nostre umili preghiere alla clemenza della Maestà eterna per il servo di Cristo, il nostro ministro, erede della tua umiltà e tuo seguace nella vera povertà. Egli cura le sue pecorelle con sollecitudine e dolce affetto, per amore del tuo Cristo. Noi ti preghiamo, o Santo, di favorirlo e sostenerlo in tale modo, che, sempre aderendo alle tue stesse orme, possa entrare in possesso eterno di quella lode e gloria, che tu hai conseguito.

[819] 223. Ti supplichiamo anche, con tutto l'affetto del cuore, o benignissimo Padre, per il tuo figlio, che ora come in passato ha scritto devotamente le tue lodi. Ha composto questo libretto con pietà filiale secondo le sue capacità, anche se non è degno dei tuoi meriti, e insieme a noi te lo offre e te lo dedica. Degnati di conservarlo e liberarlo da ogni male, aumenta in lui i meriti di santità, e con le tue preghiere rendilo partecipe in eterno della compagnia dei santi.

[820] 224. Ricordati, o Padre, di tutti i tuoi figli. Tu, o santissimo, conosci perfettamente come, angustiati da gravi pericoli, solo da lontano seguono le tue orme. Dà loro forza per resistere, purificali perché risplendano, rendili fecondi perché portino frutto. Ottieni che sia effuso su di loro lo spirito di grazia e di preghiera, perché abbiano la vera umiltà che tu hai avuto, osservino la povertà che tu hai seguito, meritino quella carità con cui tu hai sempre amato Cristo crocifisso. Egli vive e regna col Padre e lo Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen