LEGGENDA MAGGIORE DI SAN BONAVENTURA - 2.a parte
 
 
 
CAPITOLO XI

COMPRENSIONE DELLE SCRITTURE

E SPIRITO DI PROFEZIA

[1187] 1. La dedizione instancabile alla preghiera, insieme con l'esercizio ininterrotto delle virtù, aveva fatto pervenire l'uomo di Dio a così grande chiarezza di spirito che, pur non avendo acquisito la competenza nelle sacre Scritture mediante lo studio e l'erudizione umana, tuttavia, irradiato dagli splendori della luce eterna, scrutava le profondità delle Scritture con intelletto limpido e acuto. Il suo ingegno, puro da ogni macchia, penetrava il segreto dei misteri, e dove la scienza dei maestri resta esclusa, egli entrava con l'affetto dell'amante. Leggeva, di tanto in tanto, i libri sacri e riteneva tenacemente impresso nella memoria quanto aveva una volta assimilato: giacché ruminava continuamente con affettuosa devozione ciò che aveva ascoltato con mente attenta.

[1188] Una volta i frati gli chiesero se aveva piacere che le persone istruite, entrate nell'Ordine, si applicassero allo studio della Scrittura; ed egli rispose: “ Ne ho piacere, sì; purché, però, sull'esempio di Cristo, di cui si legge non tanto che ha studiato quanto che ha pregato, non trascurino di dedicarsi all'orazione e purché studino non tanto per sapere come devono parlare, quanto per mettere in pratica le cose apprese, e, solo quando le hanno messe in pratica, le propongano agli altri. Voglio che i miei frati siano discepoli del Vangelo e progrediscano nella conoscenza della verità, in modo tale da crescere contemporaneamente nella purezza della semplicità. Così non disgiungeranno la semplicità della colomba dalla prudenza del serpente, che il Maestro insuperabile ha congiunto con la sua parola benedetta ”. [1189] 2. Interrogato, a Siena, da un religioso, dottore in sacra teologia, su alcuni passi di difficile interpretazione, svelò gli arcani della divina sapienza con tale chiarezza di dottrina, che quell'esperto rimase fortemente stupito e, pieno d'ammirazione, esclamò: “ Veramente la teologia di questo padre santo si libra, come un'aquila in volo, sulle ali della purezza e della contemplazione; mentre la nostra scienza striscia col ventre per terra ”. Per quanto egli fosse inesperto nell'arte del dire, pure, pieno di scienza, scioglieva il nodo dei dubbi e portava alla luce le cose nascoste. E non è illogico che il Santo abbia avuto in dono la comprensione delle Scritture, giacché descriveva la loro verità in tutte le sue opere, in quanto era imitatore perfetto di Cristo, e aveva in sé il loro autore, in quanto era ripieno di Spirito Santo.

[1190] 3. Splendeva in lui anche lo spirito di profezia, tant'è vero che prevedeva il futuro e leggeva i segreti dei cuori, vedeva le cose lontane come se fossero presenti e lui stesso si faceva vedere presente in maniera meravigliosa, alle persone lontane. Quando l'esercito cristiano stava assediando Damiata, c'era anche l'uomo di Dio, munito non di armi ma di fede. Venne il “ giorno della battaglia ”, in cui i cristiani avevano stabilito di dare l'assalto alla città. Quando seppe questa decisione, il servo di Cristo, uscendo in forti lamenti, disse al suo compagno: “ Se si tenterà I'assalto, il Signore mi ha rivelato che non andrà bene per i cristiani. Ma, se io dirò questo, mi riterranno un pazzo; se tacerò non potrò sfuggire al rimprovero della coscienza. Dunque: a te che cosa sembra meglio? ”. Gli rispose il suo compagno: “ Fratello, non preoccuparti affatto del giudizio della gente: non è la prima volta che ti giudicano pazzo. Líberati la coscienza e abbi timore più di Dio che degli uomini ”. A queste parole, I'araldo di Cristo affronta pieno di slancio, i crociati e, preoccupato di salvarli dai pericolo, cerca di impedire l'attacco, preannuncia la disfatta. Ma la verità viene presa per una favola: indurarono il loro cuore e non vollero convertirsi. Si va, si attacca battaglia, si combatte, e tutto l'esercito cristiano si volge in fuga: frutto dell'attacco non è il trionfo, ma l'obbrobrio. Le schiere dei cristiani tornarono decimate da un terribile macello: circa sei mila tra morti e prigionieri. Allora fu ben chiaro, ben evidente che non si doveva disprezzare la sapienza del povero, poiché il cuore delI'uomo giusto annuncia talvolta le cose vere meglio di sette sentinelle in vedetta.

[1191] 4. In un'altra circostanza, ritornato dai paesi d'oltremare, si stava recando a Celano, per predicare e fu invitato a pranzo, con umile e devota insistenza, da un cavaliere. Egli, dunque, andò alla casa del cavaliere, accolto con grande gioia da tutta la famiglia, lieta per la venuta di quegli ospiti poverelli. Prima di prendere cibo, l'uomo a Dio devoto, secondo la sua abitudine, offrì a Dio le preghiere di lode, stando con gli occhi rivolti al cielo. Finita la preghiera, chiamò familiarmente in disparte il buon ospite e così gli disse: “ Ecco, fratello ospite: vinto dalle tue preghiere, io son venuto a mangiare nella tua casa. Ora affrettati a seguire i miei ammonimenti, perché tu non mangerai qui, ma altrove. Confessa subito i tuoi peccati, con vera contrizione e pentimento: non nascondere nulla dentro di te; rivela tutto con una confessione sincera. Tu hai accolto con tanta devozione i suoi poveri e oggi il Signore te  ne  darà  il  contraccambio ”. Acconsentì subito, quell'uomo, alle parole del Santo e manifestò al compagno di lui in confessione tutti quanti i peccati; mise ordine alle sue cose e si preparò meglio che poté ad accogliere la morte. Entrarono, infine, nella sala da pranzo e, mentre gli altri incominciavano a mangiare, l'ospite improvvisamente esalò l'anima, colpito da morte repentina, secondo la parola dell'uomo di Dio. E così, come dice la Verità, colui che aveva accolto il profeta con misericordiosa ospitalità, meritò di ricevere la mercede del profeta. Difatti, per la profezia del Santo, quel cavaliere devoto provvide a se stesso e, premunito con le armi della penitenza contro la morte improvvisa, sfuggì alla dannazione eterna e fu accolto negli eterni tabernacoli.
[1192] 5. Nel tempo in cui il Santo giaceva malato a Rieti, portarono da lui, steso su un letticciuolo, un canonico, di nome Gedeone, vizioso e mondano, colpito da una grave malattia . Il canonico lo pregava piangendo, insieme con i presenti, di benedirlo col segno della croce. Ma il Santo gli replicò: “ Come potrò segnarti con la croce, se finora sei vissuto seguendo gli istinti della carne, senza timore dei giudizi di Dio? Ad ogni modo, per la devozione e le preghiere di queste persone che intercedono per te, ti benedirò col segno della croce in nome del Signore. Tu, però, sappi che andrai incontro a castighi più gravi, se una volta guarito, tornerai al vomito. Perché il peccato di ingratitudine si merita sempre punizioni peggiori delle prime ”. Appena ebbe tracciato su di lui il segno della croce, colui che giaceva rattrappito si alzò risanato e, prorompendo nelle lodi di Dio, esclamò: “ Sono guarito! ”. Le ossa della sua schiena scricchiolarono, come quando si rompe legna secca con le mani: furono in molti a sentire. Ma costui, passato un po' di tempo, si dimenticò di Dio e si abbandonò di nuovo alla impudicizia. Ebbene, una sera che era andato a cena in casa di un altro canonico e vi era rimasto per passare la notte, improvvisamente il tetto della casa crollò. Ma, mentre tutti gli altri riuscirono a sfuggire alla morte, solo quel misero fu sorpreso e ucciso. Per giusto giudizio di Dio l'ultima condizione di quelI'uomo fu peggiore della prima, a causa del peccato d'ingratitudine e del disprezzo di Dio, giacché è necessario essere grati per il perdono ricevuto, e il delitto ripetuto dispiace doppiamente.
[1193] 6. In un'altra circostanza, una devota nobildonna si recò dal Santo, per esporgli il proprio dolore e richiedere il rimedio: aveva un marito molto cattivo, che la faceva soffrire osteggiandola nel servizio di Cristo. Perciò chiedeva al Santo di pregare per lui, affinché Dio si degnasse nella sua bontà d'intenerirgli il cuore. Il Santo, dopo averla ascoltata, le disse: “ Va in pace e sta sicura che fra poco avrai dal tuo uomo la consolazione che desideri ”. E aggiunse: “ Gli dirai da parte di Dio e mia che ora è tempo di misericordia; poi, di giustizia ”. Ricevuta la benedizione, la donna ritorna, trova il marito, gli riferisce quelle parole. Scende sopra di lui lo Spirito Santo che, trasformandolo in un uomo nuovo, così lo induce a rispondere con tutta mansuetudine: “ Signora, mettiamoci a servire il Signore e salviamo l'anima nostra ”. Dietro esortazione della santa moglie, condussero una vita da celibi per parecchi anni, finché ambedue nello stesso giorno tornarono al Signore. Veramente degno di ammirazione lo Spirito profetico operante in quest'uomo di Dio, con la potenza del quale egli rinnovava il vigore alle membra ormai inaridite e nei cuori induriti imprimeva la pietà. Ma non è meno stupefacente la chiarezza con cui questo spirito profetico gli faceva prevedere gli eventi futuri e scrutare il segreto delle coscienze, quasi gli avesse conferito il duplice spirito di Elia, invocato da Eliseo.

[1194] 7. A Siena, aveva predetto ad un suo amico alcune cose che dovevano accadergli nei suoi ultimi giorni. Ebbene quel dotto religioso, che, come abbiamo ricordato sopra andava talvolta a interrogare il Santo su problemi scritturistici, venne a conoscenza di quelle predizioni, ma aveva il dubbio che non le avesse fatte proprio il padre santo. Perciò andò da lui per informarsi di persona. Il Santo non solo asserì di aver fatto quelle predizioni ma, mentre l'interlocutore cercava di sapere i fatti degli altri, gli predisse profeticamente la sorte che era riservata a lui stesso. E, per imprimergli nel cuore la predizione con maggior sicurezza, espose con chiarezza un segreto tormento di coscienza che il religioso non aveva mai rivelato ad anima vivente. Non solo, però, glielo rivelò in modo mirabile, ma glielo recise via con un consiglio salutare. Aggiungo a conferma di tutti questi particolari, che quel religioso fece proprio la fine che il servo di Cristo gli aveva predetto.

[1195] 8 Di ritorno dai paesi d'oltremare, una volta, mentre viaggiava in compagnia di frate Leonardo d'Assisi, dovette servirsi dl un asinello, perché troppo affaticato. Frate Leonardo, che lo scortava, in un momento di umana debolezza, incominciò a dire dentro di sé: “ Mica giocavano insieme i genitori di costui e i miei. Ed ecco, lui sta in sella e io qui a piedi a guidare il suo asino ”. Aveva appena fatto questo pensiero che il Santo scese improvvisamente dall'asino e gli disse: “ Non conviene fratello, che io stia in sella e tu vada a piedi, perché tu nei mondo eri più nobile e più importante di me ”. Stupefatto e ricoperto di rossore, il frate si riconosce colto in fallo, e subito si prostra ai suoi piedi; profondendosi in lacrime, mette a nudo tutto quanto ha pensato e chiede perdono.

[1196] 9 Un frate, devoto a Dio e al servo di Cristo, andava rimuginando nel cuore questo suo pensamento: sarà degno della grazia del cielo colui al quale il Santo concede la sua familiarità e il suo affetto; invece colui che il Santo tratta come un estraneo, lo si deve considerare escluso dal numero degli eletti. Tormentato spesso da questa idea conturbante bramava ardentemente che l'uomo di Dio gli accordasse la sua familiarità, e tuttavia non svelava a nessuno il segreto del suo cuore. Ma il padre pietoso lo chiamò dolcemente a se e gli parlò così: "Non ti turbi alcun pensiero, o figlio, perché io ti ritengo il più caro tra tutti quelli che mi sono particolarmente cari e volentieri ti faccio dono della mia familiarità e del mio amore". Il frate ne fu meravigliato e, divenuto da allora ancor più devoto, non solo crebbe nell'amore verso il Santo, ma, per opera e grazia dello Spirito Santo, si arricchì di doni sempre maggiori.

[1197] Al tempo in cui, sul monte della Verna, se ne restava rinchiuso nella cella, uno dei suoi compagni sentiva un gran desiderio di avere la Francesco qualche scritto con le parole del Signore, firmate di sua propria mano. Aveva la convinzione che con questo mezzo avrebbe potuto eliminare o almeno, certo, sopportare con minore pena la grave tentazione da cui era tormentato: tentazione non di sensi ma di spirito. Languiva per tale desiderio e si sentiva interiormente angustiato; ma si lasciava vincere dalla vergogna e non osava confidare la cosa al reverendo padre. Ma quello che non disse l'uomo, lo rivelò lo Spirito. Francesco, infatti, ordinò a quel frate di portargli inchiostro e carta e vi scrisse le Lodi del Signore, firmandole con la benedizione di propria mano, e gli disse: “ Prendi questo bigliettino e custodiscilo con cura fino al giorno della tua morte ”. Prende, il frate, quel dono tanto desiderato e immediatamente sente svanire tutta quella tentazione. La lettera viene conservata, e, in seguito, servì a compiere cose meravigliose, a testimonianza delle virtù di Francesco.

[1198] 10. C'era un frate, a giudicare dal di fuori, santissimo e veramente esemplare; ma amante delle singolarità. Dedicava tutto il suo tempo alla preghiera; osservava il silenzio con tale intransigenza che aveva preso l'abitudine di confessarsi non a parole, ma a cenni. Il padre santo si trovò a passare dal luogo dov'era questo frate e parlò di lui con gli altri confratelli. Tutti gli altri magnificavano questo tale con grandi panegirici; ma l'uomo di Dio replicò: “ Smettetela, fratelli, di lodarmi in costui le finzioni del diavolo. Sappiate che si tratta di tentazione diabolica e d'inganno frodolento ”. Male accolsero i frati questa risposta: secondo loro era impossibile che la falsità e la frode potessero imbellettarsi sotto tanti indizi di perfezione. Ma, di lì a non molti giorni, quando quel tale se ne andò dall'Ordine, fu ben chiaro a tutti che l'uomo di Dio aveva letto, col suo sguardo luminoso, nell'intimo segreto di quel cuore. Era questo il modo in cui egli prevedeva infallibilmente anche la caduta di molti, che sembravano star dritti come pure la conversione a Cristo di molti peccatori. Perciò sembrava che egli contemplasse ormai da vicino lo specchio della luce eterna, nel cui mirabile splendore l'occhio del suo spirito poteva vedere le cose fisicamente lontane come se fossero presenti.

[1199] 11. Mentre, una volta, il suo vicario stava tenendo il Capitolo, Francesco se ne stava a pregare nella cella, quasi

facendosi intermediario tra i frati e Dio. Ebbene, uno di questi frati, protetto dal mantelletto di qualcuno che lo difendeva, rifiutava di assoggettarsi alla disciplina. Il Santo vide in ispirito la scena, chiamò uno dei frati e gli disse: “ Fratello, ho visto sulla schiena di quel frate disobbediente un diavolo, che lo stringeva al collo: soggiogato da un simile cavaliere, guidato dalle sue briglie e dai suoi incitamenti, egli disprezzava il freno dell'obbedienza. Ho pregato Dio per quel frate, e subito il demonio se n'è andato via scornato. Perciò va dal frate e digli che senza indugio pieghi il collo sotto la santa obbedienza ”. Ammonito per ambasciatore, il frate si convertì immediatamente a Dio e si gettò umilmente ai piedi del vicario.

[1200] 12. Un'altra volta capitò che due frati, da paesi lontani, si recassero all'eremo di Greccio, per vedere di persona l'uomo di Dio e portarne via con sé la benedizione che già da lungo tempo desideravano. Ma, giunti sul posto, non lo trovarono, perché dal luogo comune si era già ritirato in cella. Già se ne ripartivano sconsolati, quando, mentre si allontanavano, egli, contro ogni sua abitudine, uscì dalla cella, e, benché non avesse potuto in alcun modo, con mezzi umani, sentirli arrivare e partire, li chiamò, gridando dietro di loro ad alta voce, e li benedisse in nome di Cristo, tracciando il segno della croce. Proprio come loro avevano desiderato.

[1201] 13. Una volta andarono da lui due frati della Terra di Lavoro, il più vecchio dei quali, durante il viaggio, aveva dato non poco scandalo al più giovane. Quando furono davanti al Padre, egli chiese al più giovane come si era comportato con lui il frate suo compagno. E quello rispose: “ Sì, sì: abbastanza bene ”. Ma Francesco replicò: “ Sta attento, fratello, a non mentire, sotto pretesto di umiltà! Perché io so, io so. Ma aspetta un po' e vedrai! ”. Il frate rimase enormemente meravigliato: come mai il Santo aveva potuto conoscere in ispirito cose avvenute così lontano?

Di lì a pochi giorni lascia l'Ordine e se ne va fuori, colui che aveva dato scandalo al fratello, non aveva chiesto perdono al Padre e non aveva ricevuto il necessario ammaestramento della correzione. Due cose risultarono ben chiare contemporaneamente nella fine disastrosa di uno solo: quanto siano giusti i castighi di Dio e quanto fosse penetrante lo spirito profetico di Francesco.

[1202] 14. Come, poi, egli sia apparso miracolosamente a persone da cui si trovava lontano, ce lo hanno detto con evidenza le pagine precedenti. Basta richiamare alla memoria come, assente, egli comparve ai frati, trasfigurato su un carro di fuoco e come si fece vedere presente, in figura di croce, ai capitolari di Arles. Si deve credere che questi fatti siano avvenuti per disposizione divina, nel senso che quel suo meraviglioso comparire in vari luoghi con la sua persona fisica stava ad indicare palesemente come il suo spirito era in perfetta comunione con la Luce della eterna Sapienza, quella Sapienza che è più nobile d'ogni moto e penetra dappertutto per la sua purezza, si comunica alle anime sante e forma gli amici di Dio e i profeti. Infatti l'eccelso Dottore suole rivelare i suoi misteri ai semplici e ai piccoli, come abbiamo visto dapprima in Davide, il più sublime tra i profeti, e, successivamente, in Pietro, il principe degli apostoli e, finalmente, in Francesco, il poverello di Cristo. Erano, essi, semplici e illetterati; ma lo Spirito Santo con il suo magistero li rese illustri: Davide, pastore, perché pascesse il gregge della Sinagoga, liberato dall'Egitto; Pietro, il pescatore, perché riempisse le reti della Chiesa con una moltitudine di credenti, Francesco, il mercante, perché, vendendo e donando tutto per Cristo, comprasse la perla della vita evangelica.

CAPITOLO XII

EFFICACIA NELLA PREDICAZIONE

E GRAZIA DELLE GUARIGIONI

[1203] 1. Francesco, servitore e ministro veramente fedele di Cristo, tutto volendo compiere con fedeltà e perfezione, si sforzava di praticare soprattutto quelle virtù che sapeva maggiormente gradite al suo Dio, come aveva appreso per dettame dello Spirito Santo.

[1204] A questo proposito, si trovò una volta fortemente angosciato da un dubbio, che per molti giorni espose ai frati suoi familiari, quando tornava dall'orazione, perché l'aiutassero a scioglierlo. “Fratelli - domandava - che cosa decidete? Che cosa vi sembra giusto?: che io mi dia tutto all'orazione o che vada attorno a predicare? Io, piccolino e semplice, inesperto nel parlare, ho ricevuto la grazia dell'orazione più che quella della predicazione. Nell'orazione, inoltre, o si acquistano o si accumulano le grazie; nella predicazione, invece, si distribuiscono i doni ricevuti dal cielo. Nell'orazione purifichiamo i nostri sentimenti e ci uniamo con l'unico, vero e sommo Bene e rinvigoriamo la virtù; nella predicazione, invece, lo spirito si impolvera e si distrae in tante direzioni e la disciplina si rallenta. Finalmente, nella orazione parliamo a Dio, lo ascoltiamo e ci tratteniamo in mezzo agli angeli; nella predicazione, invece, dobbiamo scendere spesso verso gli uomini e, vivendo da uomini in mezzo agli uomini, pensare, vedere, dire e ascoltare al modo umano. Però, a favore della predicazione, c'è una cosa, e sembra che da sola abbia, davanti a Dio, un peso maggiore di tutte le altre, ed è che l'Unigenito di Dio, sapienza infinita, per la salvezza delle anime è disceso dal seno del Padre, ha rinnovato il mondo col suo esempio, parlando agli uomini la Parola di salvezza e ha dato il suo sangue come prezzo per

riscattarli, lavacro per purificarli, bevanda per fortificarli, nulla assolutamente riservando per se stesso, ma tutto dispensando generosamente per la nostra salvezza. Ora noi dobbiamo fare tutto, secondo il modello che vediamo risplendere in Lui, come su un monte eccelso. Perciò sembra maggiormente gradito a Dio, che io lasci da parte il riposo e vada nel mondo a lavorare ”. Per molti giorni ruminò discorsi di questo genere con i frati; ma non riusciva ad intuire con sicurezza la strada da scegliere, quella veramente più gradita a Cristo. Lui, che mediante lo spirito di profezia veniva a conoscere cose stupefacenti, non era capace di risolvere con chiarezza questo interrogativo da se stesso: la Provvidenza di Dio preferiva che fosse una risposta venuta dal cielo a mostrare l'importanza della predicazione e che il servo di Cristo si conservasse nella sua umiltà.

[1205] 2. Non aveva rossore di chiedere le cose piccole a quelli più piccoli di lui; lui, vero minore, che aveva imparato dal Maestro supremo le cose grandi. Era solito ricercare con singolare zelo la via e il modo per servire più perfettamente Dio, come a Lui meglio piace. Questa fu la sua filosofia suprema, questo il suo supremo desiderio, finché visse: chiedere ai sapienti e ai semplici, ai perfetti e agli imperfetti, ai giovani e agli anziani qual era il modo in cui più virtuosamente poteva giungere al vertice della perfezione. Incaricò, dunque, due frati di andare da frate Silvestro, a dirgli che cercasse di ottenere la risposta di Dio sulla tormentosa questione e che gliela facesse sapere ( frate Silvestro era quello che aveva visto una croce uscire dalla bocca del Santo e ora si dedicava ininterrottamente alla orazione sul monte sovrastante Assisi). Questa stessa missione affidò alla santa vergine Chiara: indagare la volontà di Dio su questo punto, sia pregando lei stessa con le altre sorelle, sia incaricando qualcuna fra le vergini più pure e semplici, che vivevano alla sua scuola. E furono meravigliosamente d'accordo nella risposta--poiché l'aveva rivelata lo Spirito Santo -- il venerabile sacerdote e la vergine consacrata a Dio: il volere divino era che Francesco si facesse araldo di Cristo ed uscisse a predicare. Ritornarono i frati, indicando qual era la volontà di Dio, secondo quanto avevano saputo; ed egli subito si alzò si cinse le vesti, e, senza frapporre il minimo indugio, si mise in viaggio. Andava con tanto fervore ad eseguire il comando divino, correva tanto veloce, come se la mano del Signore, scendendo su di lui, lo avesse ricolmato di nuove energie.

[1206] 3. Avvicinandosi a Bevagna, giunse in un luogo dove una moltitudine sterminata d'uccelli di varie specie s'eran dato convegno. Appena li vide, il Santo di Dio accorse tutto allegro e li salutò, come fossero dotati di ragione. Tutti gli uccelli erano in attesa e si voltavano verso di lui; e quelli sui rami, mentre egli si accostava, chinavano il capo per guardarlo. Quando fu in mezzo a loro, li esortò premurosamente ad ascoltare tutti la parola di Dio, dicendo: “ O miei fratelli alati, dovete lodare molto il vostro creatore: perché è stato lui a ricoprirvi di piume, a darvi le ali per volare, a concedervi il regno dell'aria pura, ed è lui che vi mantiene, liberi da ogni preoccupazione ”. Mentre diceva loro queste e simili parole, gli uccelletti, gesticolando in meravigliosa maniera, allungavano il collo, stendevano le ali, aprivano il becco, guardandolo fisso. Ed egli passava in mezzo a loro, con mirabile fervore di spirito, e li toccava con la sua tonaca, senza che nessuno si muovesse dal suo posto. Finalmente, quando l'uomo di Dio, tracciando il segno della croce, diede loro la benedizione e il permesso, tutti insieme volarono via. I compagni, dalla strada, stavano a guardare lo spettacolo. Ritornato fra loro, I'uomo semplice e puro incominciò ad accusarsi di negligenza, perché fin allora non aveva mai predicato agli uccelli.

[1207] 4. Passò, poi, a predicare nei luoghi vicini e giunse ad un paese, che si chiama Alviano. Qui, adunato il popolo e indetto il silenzio, non riusciva a farsi sentire a causa delle rondini, che avevano il nido proprio lì e garrivano a tutta forza. L'uomo di Dio, alla presenza di tutti gli ascoltatori, così si rivolse alle rondini: “ Sorelle mie rondini, adesso è venuto il momento che parli io, perché voi avete parlato abbastanza. Ascoltate la parola di Dio, in silenzio, fino a quando la predica sarà terminata”. E quelle, quasi fossero dotate di intelletto, tacquero immediatamente; né si mossero dal loro posto finché la predica fu terminata. Tutti, a quello spettacolo, furono pieni di stupore e diedero gloria a Dio. La fama di questo miracolo si diffuse tutto intorno, suscitando in molti venerazione per il Santo, devozione e fede.

[1208] 5. Nella città di Parma, uno studente universitario di buona indole, mentr'era impegnato nello studio con alcuni compagni, infastidito dal chiacchiericcio importuno di una rondine, si mise a dire: “ Questa rondine deve essere una di quelle che disturbavano l'uomo di Dio Francesco, mentre una volta stava predicando, e che lui fece tacere ”. Poi, volgendosi alla rondine, disse con fede: “ In nome del servo di Dio Francesco ti comando di venire da me e di tacere immediatamente! ”. E quella, udito il nome di Francesco, da brava discepola dell'uomo di Dio, tacque sull'istante e andò a rifugiarsi, con tutta sicurezza, nelle mani dello studente. Stupefatto, egli la restituì immediatamente alla libertà: e non sentì più i suoi garriti.

[1209] 6. Una volta il servitore del Signore stava predicando in riva al mare, a Gaeta. La folla, per devozione, si accalcava intorno a lui per toccarlo. Volendo il servo di Cristo sfuggire a tutta quella gente osannante, saltò, solo, su una barca che si trovava sulla riva. E quella, come fosse pilotata dalla forza di una misteriosa spinta interiore, senza alcun rematore, si allontanò un bel pezzo da terra, sotto lo sguardo ammirato di tutti i presenti. Addentratasi per un po' nel mare, restò poi immobile in mezzo alle onde, per tutto il tempo che all'uomo di Dio piacque di predicare alle turbe in attesa sul lido. Ascoltato il discorso e visto il miracolo, la moltitudine si stava allontanando, dopo aver ricevuto dal Santo la benedizione, per non molestarlo oltre: e allora la barca tornò da se stessa a riva. Chi potrebbe, a questo punto, avere un cuore così ostinato ed empio, da disprezzare la predicazione di Francesco, dal momento che, per la Sua virtù miracolosa, gli esseri privi di ragione accoglievano i suoi ;insegnamenti e perfino i corpi inanimati, quasi acquistassero un'anima, si mettevano al servizio del predicatore?

[1210] 7. Lo Spirito del Signore, che lo aveva unto e inviato , assisteva il suo servo Francesco, ovunque si dirigesse; lo assisteva Cristo stesso, potenza e sapienza di Dio. Per questo le sue parole sovrabbondavano di sana dottrina e i suoi miracoli erano così splendidi ed efficaci. Era, la sua parola, come un fuoco ardente, che penetrava l'intimo del cuore e ricolmava d'ammirazione le menti; non sfoggiava l'eleganza della retorica, ma aveva il profumo e l'afflato della rivelazione divina.

[1211] Una volta, che doveva predicare davanti al Papa e ai cardinali, per suggerimento del cardinale di Ostia aveva mandato a memoria un discorso stilato con ogni cura. Se non che, quando si trovò là in mezzo, al momento di pronunciare quelle parole edificanti, dimenticò tutto e non riuscì d spiccicare nemmeno una frase. Allora, dopo aver esposto con umiltà e sincerità il suo imbarazzo, si mise a invocare la grazia dello Spirito Santo. Immediatamente le parole in cominciarono ad affluire così abbondanti, così efficaci nel commuovere e piegare il cuore di quegli illustri personaggi, da far vedere chiaramente che non era lui a parlare. ma lo Spirito del Signore.

[1212] 8. Quello che esigeva dagli altri con le parole, lo aveva preteso prima da se stesso con le opere; perciò non temeva censori e predicava la verità con estremo coraggio. Sapeva non lusingare le colpe, ma sferzarle; non blandire la condotta dei peccatori, ma abbatterla con dure rampogne. Con pari fermezza di spirito parlava ai piccoli e ai grandi, e provava uguale gioia nel parlare a pochi e a molti. Gente di ogni età e d'ogni sesso correva a vedere e ad ascoltare quell'uomo nuovo, donato dal cielo al mondo. Egli pellegrinava per le varie regioni, annunciando con fervore il Vangelo; e il Signore cooperava. confermando la Parola con i miracoli che l'accompagnavano. Infatti, nel nome del Signore, Francesco; predicatore della verità, scacciava i demoni, risanava gli infermi, e, prodigio ancor più grande, con l'efficacia della sua parola inteneriva e muoveva d penitenza gli ostinati e, nello stesso tempo, ridonava la salute ai corpi e ai cuori. Lo stanno a dimostrare alcuni dei prodigi da lui operati, che ora riferiremo a modo di esempio.

[1213] 9. Nella città di Toscanella fu accolto devotamente come ospite da un cavaliere. Accondiscendendo alla sua grande insistenza, il Santo prese per la mano il suo figlio unico, rachitico fin dalla nascita, e immediatamente glielo restituì in perfetta salute: sotto gli occhi di tutti, le membra del corpicciolo si rassodarono sull'istante e il bambino si levò su, sano e forte, camminando e saltando e lodando Dio .

[1214] Nella città di Narni, per l'insistenza del vescovo, benedisse un paralitico, privo dell'uso di tutte le membra, tracciandogli un segno di croce dalla testa ai piedi, e gli ridonò salute perfetta.
[1215] Nella diocesi di Rieti, una madre in lacrime gli presentò il suo bambino, da quattro anni cosí gonfio che non riusciva nemmeno a vedere le proprie gambe: il Santo lo toccò appena con le sue sacre mani e lo rese perfettamente sano.

[1216] C'era, vicino alla città di Orte, un bambino tutto rattrappito, che aveva la testa congiunta ai piedi e parecchie ossa rotte. Commosso dalle lacrime e dalle preghiere dei genitori, il Santo lo benedisse col segno della croce, e quello si rizzò con le membra ben distese, guarite all'istante.

[1217] 10. Una donna della città di Gubbio aveva tutt'e due le mani rattrappite e secche, tanto che non poteva assolutamente farne uso. Appena il Santo le fece il segno della croce nel nome del Signore, guarì così perfettamente che, tornata subito a casa, si mise a preparare con le proprie mani il cibo, come un tempo la suocera di Simone, a servizio di Francesco e dei poveri.

[1218] A una bambina cieca di Bevagna restituì la vista desiderata, spalmandole gli occhi con lo sputo per tre volte, nel nome della Trinità. Una donna della città di Narni, colpita da cecità, recuperò la vista appena egli l'ebbe benedetta. Un bambino di Bologna aveva un occhio tutto coperto da una macchia e non vedeva assolutamente niente. Non si riusciva a trovare nessun rimedio per aiutarlo. Ma dopo che il servo del Signore gli ebbe fatto il segno della croce, dalla testa ai piedi, riacquistò una vista limpidissima. In seguito entrò nell'Ordine dei frati minori e diceva di vederci molto più chiaro dall'occhio guarito che non dalI'occhio rimasto sempre sano.

[1219] Nel borgo di Sangemini il servo di Dio ricevette ospitalità da un uomo devoto, la cui moglie era tormentata dal demonio. Dopo aver pregato, comandò, per virtù d'obbedienza, al demonio di uscire dalla donna e, con l'aiuto della potenza divina, lo costrinse ad una fuga immediata: dimostrazione chiara che l'ostinazione dei demoni non può resistere alla virtù della santa obbedienza. A Città di Castello una donna era posseduta da uno spirito maligno e furioso: appena il Santo glielo ebbe ingiunto per obbedienza, il demonio fuggì, pieno di sdegno, lasciando libera nell'anima e nel corpo la povera ossessa. 11. Un frate era tormentato da un male così spaventoso da far credere a molti che si trattasse piuttosto di vessazione diabolica che di infermità naturale. Infatti spesso si dibatteva in tutto il corpo e si rotolava con la bava alla bocca; le sue membra apparivano ora rattrappite, ora distese, ora piegate e contorte, ora rigide e dure. Talvolta, tutto teso e irrigidito, con i piedi all'altezza della testa, si slanciava in aria, per ricadere poi subito con un tonfo orrendo. Il servo di Cristo, pieno di misericordia e di compassione per quell'infelice, cosí miserabilmente e irrimediabilmente colpito, gli fece portare un boccone del pane che stava mangiando. All'assaggiare quel pane, il malato sentì dentro di sé una forza così miracolosa che da quel momento non soffrì più di quell'infermità.

[1220] Nel contado di Arezzo, una donna da molti giorni soffriva il travaglio del parto ed era ormai vicino alla morte. In quella situazione disperata, non le restava più rimedio alcuno, se non da Dio. Ebbene, il servo di Cristo era appena passato, a cavallo, da quelle parti e capitò che, nel riportare la bestia al padrone, gli incaricati passassero dal villaggio della povera donna. La gente del luogo, visto il cavallo su cui il Santo aveva viaggiato, gli strapparono via le briglie e andarono a porle sul corpo della donna. A quel contatto miracoloso, scomparve ogni pericolo e la donna, sana e salva, subito partorì. Un uomo di Città della Pieve, religioso e timorato di Dio, conservava la corda che era servita da cingolo al padre santo. E siccome in quel paese gran numero di uomini e di donne veniva colpita da varie malattie, andava in giro per le case dei malati, intingeva la corda nell'acqua, che poi dava da bere ai sofferenti: con questo mezzo moltissimi guarivano. Ma anche i malati che mangiavano il pane toccato dall'uomo di Dio, ottenevano rapidamente per divino intervento, la guarigione.

[1221] 12. Poiché l'araldo di Cristo era famoso per questi e molti altri prodigi, la gente prestava attenzione alle sue parole, come se parlasse un Angelo del Signore. Infatti la prerogativa delle virtù eccelse, lo spirito di profezia, la potenza taumaturgica, la missione di predicare venuta dal cielo, I'obbedienza delle creature prive di ragione, le repentine conversioni dei cuori operate dall'ascolto della sua parola, la scienza infusa dallo Spirito Santo e superiore all'umana dottrina, I'autorizzazione a predicare concessa dal sommo Pontefice per rivelazione divina, come pure la Regola, che definisce la forma della predicazione, confermata dallo stesso Vicario di Cristo e, infine, i segni del Sommo Re impressi come un sigillo nel suo corpo, sono come dieci testimonianze per tutto il mondo e confermano senza ombra di dubbio che Francesco, I'araldo di Cristo, è degno dl venerazione per la missione ricevuta, autentico nella dottrina insegnata, ammirabile per la santità e che, perciò. egli ha predicato il Vangelo di Cristo come un vero inviato di Dio.

CAPITOLO XIII

LE SACRE STIMMATE

[1222] 1. Francesco, uomo evangelico, non si disimpegnava mai dal praticare il bene. Anzi, come gli spiriti angelici sulla scala di Giacobbe, o saliva verso Dio o discendeva verso il prossimo. Il tempo a lui concesso per guadagnare meriti, aveva imparato a suddividerlo con grande accortezza: parte ne spendeva nelle fatiche apostoliche per il suo prossimo, parte ne dedicava alla tranquillità e alle estasi della contemplazione. Perciò, dopo essersi impegnato, secondo l'esigenza dei tempi e dei luoghi, a procacciare la salvezza degli altri, lasciava la folla col suo chiasso e cercava la solitudine, col suo segreto e la sua pace: là, dedicandosi più liberamente a Dio, detergeva dall'anima ogni più piccolo grano di polvere, che il contatto con gli uomini vi avesse lasciato.

[1223] Due anni prima che rendesse lo spirito a Dio, dopo molte e varie fatiche, la Provvidenza divina lo trasse in disparte, e lo condusse su un monte eccelso, chiamato monte della Verna. Qui egli aveva iniziato, secondo il suo solito, a digiunare la quaresima in onore di san Michele arcangelo, quando incominciò a sentirsi inondato da straordinaria dolcezza nella contemplazione, acceso da più viva fiamma di desideri celesti, ricolmo di più ricche elargizioni divine. Si elevava a quelle altezze non come un importuno scrutatore della maestà, che viene oppresso dalla gloria, ma come un servo fedele e prudente, teso alla ricerca del volere di Dio, a cui bramava con sommo ardore di conformarsi in tutto e per tutto.

[1224] 2. Egli, dunque, seppe da una voce divina che, all'apertura del Vangelo, Cristo gli avrebbe rivelato che cosa Dio maggiormente gradiva in lui e da lui. Dopo aver pregato molto devotamente, prese dall'altare il sacro libro dei Vangeli e lo fece aprire dal suo devoto e santo compagno, nel nome della santa Trinità. Aperto il libro per tre volte, sempre si imbatté nella Passione del Signore. Allora l'uomo pieno di Dio comprese che, come aveva imitato Cristo nelle azioni della sua vita, così doveva essere a lui conforme nelle sofferenze e nei dolori della Passione, prima di passare da questo mondo. E benché ormai quel suo corpo, che aveva nel passato sostenuto tante austerità e portato senza interruzione la croce del Signore, non avesse più forze, egli non provò alcun timore, anzi si sentì più vigorosamente animato ad affrontare il martirio. L'incendio indomabile dell'amore per il buon Gesù erompeva in lui con vampe e fiamme di carità così forti, che le molte acque non potevano estinguerle.

[1225] 3. L'ardore serafico del desiderio, dunque, lo rapiva in Dio e un tenero sentimento di compassione lo trasformava in Colui che volle, per eccesso di carità, essere crocifisso. Un mattino, all'appressarsi della festa dell'Esaltazione della santa Croce, mentre pregava sul fianco del monte, vide la figura come di un serafino, con sei ali tanto luminose quanto infocate, discendere dalla sublimità dei cieli: esso, con rapidissimo volo, tenendosi librato nell'aria, giunse vicino all'uomo di Dio, e allora apparve tra le sue ali l'effige di un uomo crocifisso, che aveva mani e piedi stesi e confitti sulla croce. Due ali si alzavano sopra il suo capo, due si stendevano a volare e due velavano tutto il corpo. A quella vista si stupì fortemente, mentre gioia e tristezza gli inondavano il cuore. Provava letizia per l'atteggiamento gentile, con il quale si vedeva guardato da Cristo, sotto la figura del serafino. Ma il vederlo confitto in croce gli trapassava l'anima con la spada dolorosa della compassione. Fissava, pieno di stupore, quella visione così misteriosa, conscio che l'infermità della passione non poteva assolutamente coesistere con la natura spirituale e immortale del serafino. Ma da qui comprese, finalmente, per divina rivelazione, lo scopo per cui la divina provvidenza aveva mostrato al suo sguardo quella visione, cioè quello di fargli conoscere anticipatamente che lui, I'amico di Cristo, stava per essere trasformato tutto nel ritratto visibile di Cristo Gesù crocifisso, non mediante il martirio della carne, ma mediante l'incendio dello spirito.

[1226] Scomparendo, la visione gli lasciò nel cuore un ardore mirabile e segni altrettanto meravigliosi lasciò impressi nella sua carne. Subito, infatti, nelle sue mani e nei suoi piedi, incominciarono ad apparire segni di chiodi, come quelli che poco prima aveva osservato nell'immagine dell'uomo crocifisso. Le mani e i piedi, proprio al centro, si vedevano confitte ai chiodi; le capocchie dei chiodi sporgevano nella parte interna delle mani e nella parte superiore dei piedi, mentre le punte sporgevano dalla parte opposta. Le capocchie nelle mani e nei piedi erano rotonde e nere; le punte, invece, erano allungate, piegate all'indietro e come ribattute, ed uscivano dalla carne stessa, sporgendo sul resto della carne. Il fianco destro era come trapassato da una lancia e coperto da una cicatrice rossa, che spesso emanava sacro sangue, imbevendo la tonaca e le mutande.

[1227] 4. Vedeva, il servo di Cristo, che le stimmate impresse in forma così palese non potevano restare nascoste ai compagni più intimi; temeva, nondimeno, di mettere in pubblico il segreto del Signore ed era combattuto da un grande dubbio: dire quanto aveva visto o tacere? Chiamò, pertanto, alcuni dei frati e, parlando in termini generali, espose loro il dubbio e chiese consiglio. Uno dei frati, Illuminato, di nome e di grazia, intuì che il Santo aveva avuto una visione straordinaria, per il fatto che sembrava tanto stupefatto, e gli disse: “ Fratello, sappi che qualche volta i segreti divini ti vengono rivelati non solo per te, ma anche per gli altri. Ci sono, dunque, buone ragioni per temere che, se tieni celato quanto hai ricevuto a giovamento di tutti, venga giudicato colpevole di aver nascosto il talento ". Il Santo fu colpito da queste parole e, benché altre volte fosse solito dire: “ Il mio segreto è per me ”, pure in quella circostanze, con molto timore, riferì come era avvenuta la visione e aggiunse che, durante l'apparizione il serafino gli aveva detto alcune cose, che in vita sua non avrebbe mai confidato a nessuno. Evidentemente i discorsi di quel sacro serafino, mirabilmente apparso in croce, erano stati così sublimi che non era concesso agli uomini di proferirli.

[1228] 5. Così il verace amore di Cristo aveva trasformato I'amante nella immagine stessa dell'amato. Si compì, intanto, il numero dei quaranta giorni che egli aveva stabilito di trascorrere nella solitudine e sopravvenne anche la solennità dell'arcangelo Michele. Perciò l'uomo angelico Francesco discese dal monte: e portava in sé l'effigie del Crocifisso, raffigurata non su tavole di pietra o di legno dalla mano di un artefice, ma disegnata nella sua carne dal dito del Dio vivente. E, poiché è cosa buona nascondere il segreto del re, egli, consapevole del regalo segreto, nascondeva il più possibile quei segni sacri. Ma a Dio appartiene rivelare a propria gloria i prodigi che egli compie e, perciò, Dio stesso, che aveva impresso quei segni nel segreto, li fece conoscere apertamente per mezzo dei miracoli, affinché la forza nascosta e meravigliosa di quelle stimmate si rivelasse con evidenza nella chiarezza dei segni.

[1229] 6. Nella provincia di Rieti, infieriva un'epidemia gravissima e violentissima, che sterminava buoi e pecore, senza possibilità di rimedio. Ma un uomo timorato di Dio una notte ebbe una visione, in cui lo si esortava a recarsi in fretta al romitorio dei frati, dove allora dimorava il servo di Dio, a prendere l'acqua con cui Francesco si era lavato, per aspergerne tutti gli animali. Al mattino, quello andò al luogo e, ottenuta di nascosto quella sciacquatura dai compagni del Santo, andò ad aspergere con essa le pecore e i buoi ammalati. Meraviglia!: appena toccati da quell'acqua, fosse pure una goccia sola, gli animali colpiti ricuperavano le forze, si alzavano Immediatamente e correvano al pascolo, come se non avessero mai avuto malattie. Così, per l'ammirabile efficacia di quell'acqua, che era stata a contatto con le sacre piaghe, ogni piaga scompariva e la pestilenza fu cacciata dal bestiame.
[1230] 7. Nel territorio attorno alla Verna, prima che il Santo vi soggiornasse, i raccolti venivano ogni anno distrutti da una violenta grandinata, provocata da una nube che si alzava dalla montagna. Ma, dopo quella fausta apparizione, con meraviglia degli abitanti, la grandine non venne più: evidentemente l'aspetto stesso del cielo, divenuto sereno in maniera inusitata, dichiarava, così, la grandezza di quella visione e la virtù taumaturgica delle stimmate, che proprio là erano state impresse .
[1231] Una volta, d'inverno, il Santo stava compiendo un viaggio, cavalcando, per la debolezza fisica e l'asperità della strada, un asinello, di proprietà d'un poveruomo. Non poterono giungere all'ospizio prima del calar della notte e dovettero pernottare sotto la sporgenza d'una roccia, per evitare in qualche modo i danni della neve. Il Santo si accorse che il suo accompagnatore brontolava sottovoce, si lamentava, sospirava, si agitava da una parte e dall'altra, perché aveva un vestito troppo leggero e non riusciva a dormire a causa del freddo intenso. Infiammato dal fuoco dell'amor divino, egli stese allora la mano e lo toccò. Fatto davvero mirabile: al contatto di quella mano sacra, che portava in sé il carbone ardente del serafino, immediatamente quell'uomo si sentì invadere, dentro e fuori, da un fortissimo calore, quasi fosse investito dalla fiamma di una fornace. Confortato nello spirito e nel corpo subito s'addormentò, fra sassi e nevi, e dormì fino al mattino, più saporitamente di quanto avesse mai riposato nel proprio letto, come poi raccontò lui stesso. Tutti questi sono indizi sicuri, da cui risulta che quei sacri sigilli furono impressi dalla potenza di Colui che, mediante il ministero dei serafini, purifica, illumina ed infiamma. Difatti essi, all'esterno, purificavano dalla pestilenza ed erano efficacissimi nel donare ai corpi salute, serenità e calore. Ciò fu dimostrato da miracoli anche più probanti, che avvennero dopo la morte del Santo e che noi riporteremo più tardi, a suo luogo.

[1232] 8. Grande era la cura che egli metteva nel nascondere il tesoro scoperto nel campo; ma non poté impedire che alcuni vedessero le stimmate delle mani e dei piedi, benché tenesse le mani quasi sempre coperte e, da allora, andasse con i piedi calzati. Videro, durante la sua vita, molti frati: uomini già per se stessi in tutto e per tutto degni di fede a causa della loro santità eccelsa, essi vollero tuttavia confermare con giuramento, fatto sopra i libri sacri, che così era e che così avevano visto. Videro anche, stante la loro familiarità con il Santo alcuni cardinali e resero testimonianza alla verità sia con la parola sia con gli scritti, intessendo veridicamente le lodi delle sacre stimmate in prose rimate, inni ed antifone, che pubblicarono in suo onore. Anche il sommo pontefice, papa Alessandro, predicando al popolo, in presenza di molti frati, fra cui c'ero anch'io affermò di aver potuto osservare quelle stimmate sacre con i propri occhi, mentre il Santo era in vita. Videro, alla sua morte, più di cinquanta frati, e Chiara la vergine a Dio devotissima, con le altre sue suore, nonché innumerevoli secolari. Molti di essi, come si dirà a suo luogo, mentre le baciavano per devozione, le toccarono anche ripetutamente, per averne una prova sicura.

[1233] Ma la ferita del costato la nascondeva con tanta premura, che nessuno la poté osservare, mentre era in vita, se non furtivamente. Uno dei frati, che era solito servirlo con molto zelo, lo persuase una volta, con pia astuzia, a lasciarsi togliere la tonaca, per ripulirla. Così, guardando con attenzione, poté vedere la piaga: la toccò rapidamente con tre dita e poté misurare, a vista e al tatto, la grandezza della ferita. Con analoga astuzia riuscì a vederla anche il frate che era allora suo vicario. Un frate suo compagno, di ammirevole semplicità, mentre una volta gli frizionava le spalle malate, facendo passare la mano attraverso il cappuccio, la lasciò scivolare per caso sulla sacra ferita, procurandogli intenso dolore. Per questa ragione il Santo portava, da allora, mutande così fatte che arrivavano fino alle ascelle e proteggevano la ferita del costato. I frati che gli lavavano le mutande e gli ripulivano di quando in quando la tonaca, trovavano quegli indumenti arrossati di sangue e così, attraverso questa prova evidente, poterono conoscere, senza ombra di dubbio, I'esistenza della sacra ferita, che, poi, alla sua morte, insieme con molti altri, poterono venerare e contemplare a faccia svelata .

[1234] 9. Orsù, dunque, o valorosissimo cavaliere di Cristo brandisci le armi del tuo stesso invittissimo Capitano: cosi splendidamente armato, sconfiggerai tutti gli avversari. Brandisci il vessillo del Re altissimo: alla sua vista, tutti i combattenti dell'esercito di Dio ritroveranno coraggio. Ma brandisci anche il sigillo di Cristo, il pontefice sommo: con questa garanzia le tue parole e le tue azioni saranno da tutti e a piena ragione ritenute irreprensibili e autentiche! Ormai, nessuno ti deve recare molestia per le stimmate del Signore Gesù, che porti nel tuo corpo; anzi ogni servitore di Cristo è tenuto a venerarti con tutto l'affetto. Ormai, per questi segni certissimi, non solo confermati a sufficienza da due o tre testimoni, ma confermati in sovrabbondanza da prove innumerevoli, gli insegnamenti di Dio in te e per te si sono dimostrati veracissimi e tolgono agli increduli ogni velo di scusa, rinsaldano nella fede i credenti, li elevano con la fiducia della speranza, li infiammano col fuoco della carità.

[1235] 10. Ora si è compiuta veramente in te la prima visione che tu vedesti, secondo la quale tu, futuro capitano dell'esercito di Cristo, dovevi essere decorato con l'insegna delle armi celesti e con il segno della croce. Ora il fatto che tu, al principio della tua conversione, abbia avuto quella visione, in cui il tuo spirito fu trafitto dalla spada dolorosa della compassione e quell'altro, in cui hai udito quella voce scendere dalla croce, come trono sublime e segreto propiziatorio di Cristo, come tu stesso hai confermato con la tua sacra parola, risultano indubitabilmente veri. Ora resta confermato che furono vere rivelazioni celesti, e non frutto di fantasia, quelle che seguirono alla tua conversione: quella della croce, che frate Silvestro vide uscire in maniera mirabile dalla tua bocca, quella delle spade, che il santo frate Pacifico vide trapassare il tuo corpo in forma di croce; quella in cui l'angelico frate Monaldo con chiarezza ti vide librato nell'aria in forma di croce, mentre Antonio, il Santo, predicava sulla scritta posta in cima alla croce. Ora, finalmente, verso il termine della tua vita, ti viene mostrato il Cristo contemporaneamente sotto la figura eccelsa del Serafino e nell'umile effige del Crocifisso, che infiamma d'amore il tuo spirito e imprime nel tuo corpo i sigilli, per cui tu vieni trasformato nell' altro Angelo, che sale dall'oriente e porti in te il segno del Dio vivente. Tutto questo da una parte conferisce la garanzia della credibilità alle visioni precedenti, mentre dall'altra riceve da essa la prova della veridicità.

[1236] Ecco: attraverso le sei apparizioni della Croce, che in modo mirabile e secondo un ordine progressivo furono mostrate apertamente in te e intorno a te, ora tu sei giunto, come per sei gradi successivi, a questa settima, nella quale poserai definitivamente. La croce di Cristo, che ti fu proposta e che tu subito hai abbracciato agli inizi della tua conversione e che, da allora, durante la tua vita hai sempre portato in te stesso mediante una condotta degna d'ogni lode e hai sempre mostrato agli altri come esempio, sta a dimostrare con perfetta certezza che tu hai raggiunto definitivamente l'apice della perfezione evangelica. Perciò nessuno, che sia veramente devoto, può respingere questa dimostrazione della sapienza cristiana, seminata nella terra della tua carne; nessuno, che sia veramente umile, può tenerla in poca considerazione, poiché essa è veramente opera di Dio ed è degna di essere accettata da tutti.

CAPITOLO XIV

LA SUA SAPIENZA. IL TRANSITO

[1237] 1. Francesco, ormai confitto nella carne e nello spirito, con Cristo suIIa croce, non solo ardeva di amore serafico verso Dio, ma sentiva la sete stessa di Cristo crocifisso per la salvezza degli uomini. E siccome non poteva camminare, a causa dei chiodi sporgenti sui piedi, faceva portare attorno per città e villaggi quel suo corpo mezzo morto, per animare tutti gli altri a portare la croce di Cristo. Diceva ai frati: “ Incominciamo, fratelli, a servire il Signore Dio nostro, perché finora abbiamo combinato poco ”. Ardeva anche d'un gran desiderio di ritornare a quella sua umiltà degli inizi, per servire, come da principio, ai lebbrosi e per richiamare al primitivo fervore il corpo ormai consumato dalla fatica. Si proponeva di fare grandi imprese, con Cristo come condottiero, e, mentre le membra si sfasciavano, forte e fervido nello spirito, sognava di rinnovare il combattimento e di trionfare sul nemico. Difatti non c'è posto né per infermità né per pigrizia, là dove lo slancio dell'amore incalza a imprese sempre maggiori. Tale era in lui l'armonia fra la carne e lo spirito; tanta la prontezza della carne ad obbedire, che, quando lo spirito si slanciava alla conquista della santità suprema, essa non solo non si mostrava recalcitrante, ma tentava di arrivare per prima.

[1238] 2. Ma perché crescesse in lui il cumulo dei meriti, che trovano tutti il loro compimento nella pazienza, I'uomo di Dio incominciò ad essere tormentato da molteplici malattie: erano così gravi che a stento restava nel suo corpo qualche parte senza strazio e pena. A causa delle varie, insistenti, ininterrotte infermità, era ridotto al punto che ormai la carne era consumata e rimaneva quasi soltanto la pelle attaccata alle ossa. Ma, per quanto strazianti fossero i suoi dolori, quelle sue angosce non le chiamava sofferenze, ma sorelle. Una volta, vedendolo pressato più del solito dai dolori lancinanti, un frate molto semplice gli disse: “ Fratello prega il Signore che ti tratti un po' meglio, perché sembra che faccia pesare la sua mano su di te più del dovuto ”. A quelle parole, il Santo esclamò con un grido: “ Se non conoscessi la tua schiettezza e semplicità, da questo momento io avrei in odio la tua compagnia, perché hai osato ritenere discutibili i giudizi di Dio a mio riguardo ”. E, benché stremato dalla lunga e grave infermità, si buttò per terra, battendo le ossa indebolite nella cruda caduta. Poi baciò la terra, dicendo: “ Ti ringrazio, Signore Dio per tutti questi miei dolori e ti prego, o Signore mio, di darmene cento volte di più, se così ti piace. Io sarò contentissimo, se tu mi affliggerai e non mi risparmierai il dolore, perché adempiere alla tua volontà è per me consolazione sovrappiena ”. Per questo motivo ai frati sembrava di vedere un altro Giobbe, nel quale, mentre cresceva la debolezza del corpo, cresceva contemporaneamente la forza dello spirito. Avendo conosciuto molto tempo prima il giorno del suo transito, quando esso fu imminente disse ai frati che entro poco tempo doveva deporre la tenda del suo corpo, come gli era stato rivelato da Cristo.

[1239] 3. Durante il biennio che seguì alla impressione delle stimmate, egli, come una pietra destinata all'edificio della Gerusalemme celeste, era stato squadrato dai colpi della prova, per mezzo delle sue molte e tormentose infermità, e, come un materiale duttile, era stato ridotto all'ultima perfezione sotto il martello di numerose tribolazioni. Nell'anno ventesimo della sua conversione, chiese che lo portassero a Santa Maria della Porziuncola, per rendere a Dio lo spirito della vita, là dove aveva ricevuto lo spirito della grazia. Quando vi fu condotto, per dimostrare che, sul modello di Cristo-Verità, egli non aveva nulla in comune con il mondo, durante quella malattia così grave che pose fine a tutto il suo penare, si prostrò in fervore di spirito, tutto nudo sulla nuda terra: così, in quell'ora estrema nella quale il nemico poteva ancora scatenare la sua ira, avrebbe potuto lottare nudo con lui nudo. Così disteso sulla terra, dopo aver deposto la veste di sacco, sollevò la faccia al cielo, secondo la sua abitudine totalmente intento a quella gloria celeste, mentre con la mano sinistra copriva la ferita del fianco destro, che non si vedesse. E disse ai frati: “ Io ho fatto la mia parte; la vostra, Cristo ve la insegni ”.

[1240] 4. Piangevano, i compagni del Santo, colpiti e feriti da mirabile compassione. E uno di loro, che l'uomo di Dio chiamava suo guardiano, conoscendo per divina ispirazione il suo desiderio, si levò su in fretta, prese la tonaca, la corda e le mutande e le porse al poverello di Cristo, dicendo: “ Io te le do in prestito, come a un povero, e tu prendile con il mandato della santa obbedienza ”. Ne gode il Santo e giubila per la letizia del cuore perché vede che ha serbato fede a madonna Povertà fino alla fine; e, levando le mani al cielo, magnifica il suo Cristo, perché, alleggerito di tutto, libero se ne va a Lui. Tutto questo egli aveva compiuto per lo zelo della povertà, che lo spingeva a non avere neppure l'abito, se non a prestito da un altro. Volle, di certo, essere conforme in tutto a Cristo crocifisso, che, povero e dolente e nudo rimase appeso sulla croce. Per questo motivo, all'inizio della sua conversione, rimase nudo davanti al vescovo; per questo motivo, alla fine della vita, volle uscire nudo dal mondo e ai frati che gli stavano intorno ingiunse per obbedienza e carità che, dopo morto, lo lasciassero nudo là sulla terra per il tratto di tempo necessario a percorrere comodamente un miglio. Uomo veramente cristianissimo, che, con imitazione perfetta, si studiò di essere conforme, da vivo, al Cristo vivente; in morte, al Cristo morente e, morto, al (,risto morto, e meritò l'onore di portare nel proprio corpo l'immagine di Cristo visibilmente!

[1241] 5. Finalmente, avvicinandosi il momento del suo transito, fece chiamare intorno a sé tutti i frati del luogo e, consolandoli della sua morte con espressioni carezzevoli li esortò con paterno affetto all'amore di Dio. Si diffuse a parlare sulla necessita di conservare la pazienza, la povertà, la fedeltà alla santa Chiesa romana, ma ponendo sopra tutte le altre norme il santo Vangelo. Mentre tutti i frati stavano intorno a lui, stese sopra di loro le mani, intrecciando le braccia in forma di croce (giacché aveva sempre amato questo segno) e benedisse tutti i frati, presenti e assenti, nella potenza e nel nome del Crocifisso. Inoltre aggiunse ancora: “ State saldi, o figli tutti, nel timore del Signore e perseverate sempre in esso! E, poiché sta per venire la tentazione e la tribolazione, beati coloro che persevereranno nel cammino iniziato! Quanto a me, mi affretto verso Dio e vi affido tutti alla Sua grazia! ”.

[1242] Terminata questa dolce ammonizione, I'uomo a Dio carissimo comandò che gli portassero il libro dei Vangeli e chiese che gli leggessero il passo di Giovanni, che incomincia: “ Prima della festa di Pasqua... ”. Egli, poi. come poté, proruppe nell'esclamazione del salmo: “ Con la mia voce al Signore io grido, con la mia voce il Signore io supplico ” e lo recitò fin al versetto finale: “ Mi attendono i giusti, per il momento in cui mi darai la ricompensa ”.

[1243] 6. Quando, infine, si furono compiuti in lui tutti i misteri, quell'anima santissima, sciolta dal corpo, fu sommersa nell'abisso della chiarità divina e l'uomo beato s'addormentò nel Signore. Uno dei suoi frati e discepoli vide quell'anima beata, in forma di stella fulgentissima, sollevarsi su una candida nuvoletta al di sopra di molte acque e penetrare diritta in cielo: nitidissima, per il candore della santità eccelsa e ricolma di celeste sapienza e di grazia, per le quali il Santo meritò di entrare nel luogo della luce e della pace, dove con Cristo riposa senza fine. Era, allora, ministro dei frati della Terra di Lavoro frate Agostino, uomo davvero di grande santità. Costui, che si trovava ormai in fin di vita e aveva perso ormai da tempo la parola, improvvisamente fu sentito dagli astanti esclamare: “Aspettami, Padre, aspettami. Ecco sto già venendo con te! ”. I frati gli chiesero, stupiti, con chi stesse parlando con tanta vivacità. Egli rispose: “ Non vedete il nostro padre Francesco, che sta andando in cielo? ”; e immediatamente la sua anima santa, migrando dal corpo, seguì il padre santissimo.

[1244] Il vescovo d'Assisi, in quella circostanza, si trovava in pellegrinaggio al santuario di San Michele sul Monte Gargano. Il beato Francesco gli apparve la notte stessa del suo transito e gli disse: “ Ecco, io lascio il mondo e vado in cielo ”. Al mattino, il vescovo, alzatosi, narrò ai compagni quanto aveva visto e, ritornato ad Assisi, indagò accuratamente e poté costatare con sicurezza che il beato padre era migrato da questo mondo nel momento stesso in cui egli lo aveva saputo per visione.

[1245] Le allodole, che sono amiche della luce e han paura del buio della sera, al momento del transito del Santo, pur essendo già imminente la notte, vennero a grandi stormi sopra il tetto della casa e roteando a lungo con non so qual insolito giubilo, rendevano testimonianza gioiosa e palese alla gloria del Santo, che tante volte le aveva invitate a lodare Dio.

CAPITOLO XV

CANONIZZAZIONE E TRASLAZIONE

[1246] 1. Francesco, servo e amico dell'Altissimo, fondatore e guida dell'Ordine dei frati minori, campione della povertà, forma della penitenza, araldo della verità, specchio di santità e modello di tutta la perfezione evangelica, prevenuto dalla grazia celeste, con ordinata progressione, partendo da umili inizi raggiunse le vette più sublimi. Dio che aveva reso mirabilmente risplendente, in vita, 4uest'uomo ammirabile, ricchissimo per la povertà, sublime per l'umiltà, vigoroso per la mortificazione, prudente per la semplicità e cospicuo per l'onestà d'ogni suo comportamento, lo rese incomparabilmente più risplendente dopo la morte. L'uomo beato era migrato dal mondo; ma quella sua anima santa, entrando nella casa dell'eternità e nella gloria del cielo, per bere in pienezza alla fonte della vita, aveva lasciato ben chiari nel corpo alcuni segni della gloria futura: quella carne santissima che, crocifissa insieme con i suoi vizi, già si era trasformata in nuova creatura, mostrava agli occhi di tutti, per un privilegio singolare, I'effige della Passione di Cristo e, mediante un miracolo mai visto, anticipava l'immagine della resurrezione.

[1247] 2. Si scorgevano, in quelle membra fortunate, i chiodi, che l'Onnipotente aveva meravigliosamente fabbricati con la sua carne: erano così connaturati con la carne stessa che, da qualunque parte si premessero, subito si sollevavano, come dei nervi tutti uniti e duri, dalla parte opposta. Si poté anche osservare in forma più palese la piaga del costato, non impressa nel suo corpo né provocata da mano d'uomo e simile alla ferita del costato del Salvatore: quella che nella persona stessa del Redentore rivelò il sacramento della redenzione e della rigenerazione. I chiodi apparivano neri, come di ferro, mentre la ferita del fianco era rossa e, ridotta quasi a forma di cerchietto per il contrarsi della carne, aveva l'aspetto di una rosa bellissima. Le altre parti della sua carne, che prima per le malattie e per natura tendevano al nero, splendevano bianchissime, anticipando la bellezza del corpo spiritualizzato.

[1248] 3. Le sue membra, a chi le toccava, risultavano così molli e flessibili, come se avessero riacquistato la tenerezza dell'età infantile, adorne di chiari segni d'innocenza. In mezzo alla carne, candidissima, spiccava, dunque il nero dei chiodi; la piaga del costato rosseggiava come il fior della rosa: non è da stupire, perciò, se una così bella e miracolosa varietà suscitava negli osservatori gioia ed ammirazione. Piangevano i figli, che perdevano un padre così amabile; eppure si sentivano invadere da grande letizia, allorché baciavano in lui i segni del sommo Re. Quel miracolo così nuovo trasformava il pianto in giubilo e trascinava l'intelletto dall'indagine allo stupore. Per chi guardava, lo spettacolo così insolito e così insigne era consolidamento della fede, incitamento all'amore; per chi ne sentiva parlare, motivo d'ammirazione e stimolo al desiderio di vedere.

[1249] 4. Difatti, appena si diffuse la notizia del transito del beato padre e la fama del miracolo, una marea di popolo accorse sul luogo: volevano vedere con i propri occhi il prodigio, per scacciare ogni dubbio della ragione e accrescere l'emozione con la gioia. I cittadini assisani, nel più gran numero possibile, furono ammessi a contemplare e a baciare quelle stimmate sacre. Uno di loro, un cavaliere dotto e prudente, di nome Gerolamo, molto noto fra il popolo, siccome aveva dubitato di questi sacri segni ed era incredulo come Tommaso, con maggior impegno e audacia muoveva i chiodi e le mani del Santo, alla presenza dei frati e degli altri cittadini, tastava con le proprie mani i piedi e il fianco, per recidere dal proprio cuore e dal cuore di tutti la piaga del dubbio, palpando e toccando quei segni veraci delle piaghe di Cristo. Perciò anche costui, come altri, divenne in seguito fedele testimone di questa verità, che aveva riconosciuto con tanta certezza e la confermò giurando sul santo Vangelo.

[1250] 5. I frati e figli, che erano accorsi al transito del Padre, insieme con tutta la popolazione, dedicarono quella notte, in cui l'almo confessore di Cristo era morto, alle divine lodi: quelle non sembravano esequie di defunti, ma veglie d'angeli. Venuto il mattino, le folle, con rami d'albero e gran numero di fiaccole, tra inni e cantici scortarono il sacro corpo nella città di Assisi. Passarono anche dalla chiesa di San Damiano, ove allora dimorava con le sue vergini quella nobile Chiara, che ora è gloriosa nei cieli. Là sostarono un poco con il sacro corpo e lo porsero a quelle sacre vergini, perché lo potessero vedere insignito delle perle celesti e baciarlo. Giunsero finalmente, con grande giubilo, nella città e seppellirono con ogni riverenza quel prezioso tesoro, nella chiesa di San Giorgio, perché là, da fanciullino, egli aveva appreso le lettere e là, in seguito, aveva predicato per la prima volta. Là, dunque, giustamente trovò, alla fine, il primo luogo del suo riposo.

[1251] 6. Il venerabile padre passò dal naufragio di questo mondo nell'anno 1226 dell'incarnazione del Signore, il 4 ottobre, la sera di un sabato, e fu sepolto la domenica successiva. L'uomo beato, appena fu assunto a godere la luce del volto di Dio, incominciò a risplendere per grandi e numerosi miracoli. Così quella santità eccelsa, che durante la sua vita si era manifestata al mondo con esempi di virtù perfetta a correzione dei peccatori, ora che egli regnava con Cristo, veniva confermata da Dio onnipotente per mezzo dei miracoli, a pieno consolidamento della fede. I gloriosi miracoli, avvenuti in diverse parti del mondo, e i generosi benefici impetrati per la sua intercessione, infiammavano moltissimi fedeli all'amore di Cristo e alla venerazione per il Santo. Poiché la testimonianza delle parole e dei fatti proclamava ad alta voce le grandi opere che Dio operava per mezzo del suo servo Francesco, ne giunse la fama all'orecchio del sommo pontefice, papa Gregorio IX.

[1252] 7. A buona ragione il pastore della Chiesa, riconoscendo con piena fede e certezza la santità di Francesco, non solo dai miracoli uditi dopo la sua morte, ma anche dalle prove viste con i suoi propri occhi e toccate con le sue proprie mani durante la sua vita, non ebbe il minimo dubbio che egli era stato glorificato nei cieli dal Signore. Quindi, per agire in conformità con Cristo, di cui era Vicario, con pio pensiero decise di proclamarlo, sulla terra, degno della gloria dei santi e di ogni venerazione. Inoltre, perché il mondo cristiano fosse pienamente sicuro che quest'uomo santissimo godeva la gloria dei cieli, affidò il compito di esaminare i miracoli conosciuti e debitamente testimoniati a quelli tra i cardinali che sembravano meno favorevoli. E solo quando i miracoli furono discussi accuratamente e approvati all'unanimità da tutti i suoi fratelli cardinali e da tutti i prelati allora presenti nella curia romana, decretò che si doveva procedere alla canonizzazione.
[1253] Andò, dunque, personalmente nella città di Assisi e il 16 luglio dell'anno 1228 dell'incarnazione del Signore, in giorno di domenica, con solennità grandissime, che sarebbe lungo narrare, iscrisse il beato padre nel catalogo dei Santi.

[1254] 8. Successivamente, nell'anno del Signore 1230, anno in cui i frati celebrarono il Capitolo generale ad Assisi, quel corpo a Dio consacrato fu traslato nella basilica costruita in suo onore, il giorno 25 di maggio. Mentre veniva trasportato quel sacro tesoro, sigillato dalla bolla del Re altissimo, Colui del quale esso portava l'effige si degnò di operare moltissimi miracoli, per attirare il cuore dei fedeli col suo profumo salutare e indurli a correre dietro le orme di Cristo. Era sommamente conveniente che le ossa beate di colui che Dio, facendolo oggetto della sua compiacenza e del suo amore, già durante la vita, aveva preso con sé in paradiso, come Enoch, mediante la grazia della contemplazione, e aveva rapito in cielo, come Elia, su un carro di fuoco, mediante l'ardore della carità, emanassero meravigliosi profumi e germogli, ora che egli soggiornava tra fiori celestiali nel giardino della eterna primavera.

[1255] 9. Sì, come durante la sua vita quest'uomo beato rifulse per i segni ammirabili di virtù, così dal giorno del suo transito brillò e continua a brillare per i luminosissimi prodigi e miracoli, che avvengono nelle varie parti del mondo e con i quali la divina onnipotenza lo rende glorioso. Infatti, per i suoi meriti, ciechi e sordi, muti e zoppi, idropici e paralitici, indemoniati e lebbrosi, naufraghi e prigionieri ricevono il rimedio ai loro mali; infermità, necessità, pericoli di ogni genere trovano soccorso. Ma anche la resurrezione di molti morti, mirabilmente operata per sua intercessione, manifesta ai fedeli la magnifica potenza che, per glorificare il suo Santo, dispiega l'Altissimo. E all'Altissimo sia onore e gloria per gli infiniti secoli dei secoli. Amen.

E' finita la vita

del beato Francesco

ALCUNI MIRACOLI

DA LUI OPERATI DOPO LA MORTE

I

POTENZA MIRACOLOSA DELLE STIMMATE

[1256] 1. Accingendomi a narrare, ad onore di Dio onnipotente e a gloria del beato padre Francesco, alcuni tra i miracoli approvati, che avvennero dopo la sua glorificazione in cielo, ho giudicato di dover incominciare da quello che, meglio di ogni altro, rivela la potenza della croce di Gesù e ne rinnova la gloria. L'uomo nuovo Francesco risplendette per un nuovo e stupendo miracolo, quando per un privilegio straordinario, non concesso nelle età precedenti, apparve insignito e adorno delle stimmate sacre, che impressero nel suo corpo di morte la figura del Crocifisso. Qualunque lode dica lingua umana di questo prodigio, non sarà mai lode adeguata. In verità tutta l'opera dell'uomo di Dio, in pubblico e in privato, mirava alla croce del Signore: per questo prese l'abito della penitenza, fatto in forma di croce, racchiudendosi in essa, per sigillare anche esteriormente il suo corpo con il sigillo della croce, che era stato impresso nel suo cuore all'inizio della conversione. Per questo volle che, come il suo spirito si era interiormente rivestito del Signore crocifisso, così anche il suo corpo si rivestisse delle armi della croce e che il suo esercito militasse sotto quella stessa insegna con la quale Dio aveva debellato le potestà diaboliche. Inoltre varie volte, fin da quando aveva cominciato a militare per il Crocifisso, rifulsero intorno a lui i misteri della Croce. Ciò appare chiaramente a chi considera lo svolgimento della sua vita, cioè a chi considera le sette apparizioni della croce del Signore, dalle quali egli fu totalmente trasfigurato per opera d'estatico amore verso di lui, ad immagine dei Crocifisso, nello spirito, nel cuore, nelle opere. Giustamente, pertanto, il Re sommo e clemente, benigno oltre ogni umana immaginazione con chi lo ama, volle che Francesco portasse impresso nel proprio corpo il vessillo della Sua croce: colui che aveva avuto il dono di un amore straordinario per la croce, poteva bene ottenere dalla croce un onore straordinario.

[1257] 2. A scacciare ogni nube di dubbio e a comprovare l'autenticità di questo miracolo stupendo e incontestabile ci sono non soltanto le testimonianze, assolutamente degne di fede, di coloro che videro e toccarono, ma anche le ammirabili apparizioni e i prodigi, che rifulsero dopo la morte del Santo. Papa Gregorio IX, di felice memoria, al quale il Santo aveva profetizzato l'elezione alla cattedra di Pietro nutriva in cuore, prima di canonizzare l'alfiere della croce, dei dubbi sulla ferita del costato. Ebbene, una notte, come lo stesso glorioso presule raccontava tra le lacrime, gli apparve in sogno il beato Francesco che, con volto piuttosto severo, lo rimproverò per quelle esitazioni e, alzando bene il braccio destro, scoprì la ferita e gli chiese una fiala, per raccogliere il sangue zampillante che fluiva dal costato. Il sommo Pontefice, in visione, porse la fiala richiesta e la vide riempirsi fino all'orlo di sangue vivo. Da allora egli si infiammò di grandissima devozione e ferventissimo zelo per quel sacro miracolo, al punto da non riuscire a sopportare che qualcuno osasse, nella sua superbia e presunzione, misconoscere la realtà dei quei segni fulgentissimi, senza rimproverarlo duramente.

[1258] 3. Un certo frate, minore per professione, predicatore per ufficio, eminentissimo per la fama delle sue virtù, credeva fermamente nel fatto delle stimmate. Se non che, cercando dentro di sé la spiegazione di questo miracolo secondo la logica umana, si sentì titillare da non so che dubbi. Per parecchi giorni fu in preda a quella lotta interiore, che il suo ragionare basato sui sensi rinvigoriva. Ma una notte, mentre dormiva, gli apparve Francesco con aspetto umile e severo, paziente e adirato e con i piedi sporchi di fango. E gli disse: “ Che cosa sono queste tue lotte, questi tuoi conflitti? Che cos'è questo sudiciume di dubbi? Guarda le mie mani e i miei piedi ”. E il frate vedeva, sì, le mani trafitte, ma non riusciva a vedere le stimmate nei piedi infangati. “ Togli via il fango dai miei piedi --gli disse allora il Santo--e riconosci il posto dei chiodi ”. Il frate gli abbracciò i piedi con devozione e, mentre li ripuliva dal fango, poté tastare con le sue mani il posto dei chiodi. Subito si sveglia e si effonde in lacrime, ripulendo così i suoi primitivi sentimenti, intorbiditi dal fango, e con il lavacro delle lacrime e con una pubblica confessione.

[1259] 4. Nella città di Roma, una matrona, nobile per limpidezza di costumi e gloria di casato, si era eletta san Francesco come patrono e teneva un quadro con la sua immagine nella camera segreta, dove nel segreto pregava il Padre. Un giorno, mentre pregava rimirando l'immagine del Santo, fu colta da grande dolore e meraviglia, costatando che non vi erano dipinti i sacri segni delle stimmate. Ma non c'è da meravigliarsi se nel dipinto non c'era quello che il pittore non vi aveva messo. Per molti giorni la matrona indagò ansiosamente quale potesse essere la causa di una simile omissione. Ed ecco un giorno, apparire improvvisamente nel quadro quei segni meravigliosi, come di solito vengono dipinti nelle immagini del Santo. Tutta tremante, fa venire subito la figlia sua, a Dio devota; le chiede se fino allora l'immagine era senza le stimmate. La figlia afferma e giura che prima era stata così, senza le stimmate, mentre ora la si vedeva sicuramente con le stimmate. Ma spesso la mente umana si spinge da se stessa nel precipizio, rimettendo in dubbio la verità. F così si insinua di nuovo nella mente della donna un dubbio funesto: forse quell'immagine era stata dipinta con i segni delle stimmate fin da principio. Ma la potenza di Dio, perché non venisse disprezzato il primo miracolo, ne aggiunse un secondo. Difatti quei segni prodigiosi scomparvero all'improvviso, lasciandone spoglia l'immagine. In questo modo il secondo prodigio diventava la prova del primo.

[1260] 5. Nella Catalogna, vicino a Lerida, un uomo, che si chiamava Giovanni ed era devoto del beato Francesco, una sera stava camminando per una strada, dove era stato teso un agguato per uccidere non già lui, che non aveva nemici, ma un altro, che gli assomigliava e quella sera si trovava in sua compagnia. Balzando dal nascondiglio, I'assassino, che avea scambiato Giovanni per il suo nemico, lo colpì a morte molte volte con la spada. Non c'era più assolutamente speranza di salvarlo. Difatti il primo colpo gli aveva staccato quasi totalmente una spalla e il braccio e un secondo gli aveva aperto sotto la mammella un tale squarcio che il fiato che ne fuorusciva avrebbe potuto spegnere sei candele in una volta. A giudizio dei medici era impossibile curarlo, perché le ferite erano già imputridite ed esalavano un fetore insopportabile, tanto che perfino la moglie ne provava violenta ripugnanza. Perduta ormai ogni speranza nei rimedi umani, il ferito rivolse tutta la sua devozione a impetrare il patrocinio del beato padre Francesco, che già sotto il grandinare dei colpi aveva invocato con grande fiducia, insieme con la beata Vergine. Ed ecco: mentre languiva nel letto solitario della sua sventura, e, vegliando e gemendo, continuava a ripetere il nome di Francesco, gli si avvicinò un tale, vestito da frate minore; sembrava che fosse entrato dalla finestra. Chiamandolo per nome, gli disse: “ Siccome hai avuto fiducia in me, ecco che il Signore ti farà guarire ”. L'infermo gli domandò chi era: quello rispose che era san Francesco e subito si accostò a lui, gli slegò le fasciature delle ferite e spalmò un unguento (così sembrava) su tutte le piaghe. Al contatto soave di quelle mani stimmatizzate, che avevano ricevuto dal Salvatore la potenza di risanare, la carne, scomparso il marciume, si reintegrò, le ferite si rimarginarono, lasciando il ferito completamente sano, come prima. Fatto questo, il beato Francesco scomparve. E quelI'uomo, sentendosi risanato, proruppe in grida di gioia e di lode a Dio e al beato Francesco; chiamò la moglie, che accorse in fretta e vedendolo già in piedi, mentre pensava di doverlo seppellire il giorno dopo, stupefatta e sbigottita, incominciò a gridare, facendo accorrere tutto il vicinato. Accorsero i parenti e cercarono di rimetterlo nel letto, credendolo frenetico; ma egli, opponendosi ai loro sforzi, proclamava e dimostrava di essere guarito. Tutti, folgorati dallo stupore e come fuori di senno, credevano di vedere un fantasma, trovandosi di fronte integro, sano e allegro, colui che poco prima avevano visto dilaniato da orribili ferite e ormai quasi imputridito. Il miracolato disse loro: “ Non abbiate paura: non state vedendo un fantasma. San Francesco, che c- appena scomparso da qui, mi ha toccato con le sue mani sacre e mi ha risanato integralmente da ogni piaga ”. La fama del miracolo si diffonde e ingigantisce; tutto il popolo accorre e riconosce in un prodigio così potente la virtù miracolosa delle stimmate di san Francesco e, pieno di ammirazione e di gioia, inneggia e osanna all'alfiere di Cristo. Era sommamente conveniente che il beato padre, morto nella carne e ormai vivente con Cristo, facendo sentire la sua presenza miracolosa e il tocco soave delle sue sacre mani, concedesse la salute a un uomo ferito mortalmente. Difatti egli portava in sé le stimmate di Colui che, misericordiosamente morendo e miracolosamente risorgendo, ha risanato con le sue piaghe il genere umano ferito e abbandonato mezzo morto sulla via.

[1261] 6. A Potenza, città delle Puglie, vi era un chierico, di nome Ruggero, personaggio rispettabile e canonico della chiesa maggiore. Ruggero, tormentato da una malattia, entrò un giorno a pregare nella chiesa, dove si trovava un quadro che rappresentava il beato Francesco insignito delle gloriose stimmate, e incominciò ad avere dei dubbi su questo miracolo così sublime: gli pareva una cosa troppo straordinaria, impossibile. Mentre si abbandonava a questi pensieri vani, che gli piagavano la mente, si sentì colpito nel palmo della mano sinistra, sotto il guanto, e udì il rumore come di un colpo: sembrava quello di una freccia scagliata dalla balestra. Dolorante per la ferita e stupefatto per il rumore si tolse subito il guanto per controllare con gli occhi quanto aveva avvertito col tatto e con l'udito. Ebbene: prima nel palmo non vi era ombra di ferita, ed ora invece nel centro della mano si vedeva una piaga, che sembrava causata da un colpo di freccia e che sprigionava un bruciore così forte da farlo quasi svenire. Ma la meraviglia è che sul guanto non appariva nessun segno: evidentemente quella ferita inflitta segretamente stava a indicare la piaga segreta del cuore. Grida e ruggisce per due giorni sotto il terribile dolore e palesa a tutti la sua segreta incredulità; giura di credere che san Francesco ha avuto veramente le stimmate e dichiara che tutti i suoi dubbi sono scomparsi come fantasmi . Prega e supplica il Santo di Dio di soccorrerlo, in nome delle sacre stimmate, e rende più fruttuose le molte preghiere del cuore con grande profluvio di lacrime. Cosa davvero meravigliosa: appena la sua mente guarisce, rifiutando l'incredulità, guarisce anche il suo corpo. Ogni dolore si placa, cessa il bruciore, scompare ogni traccia di ferita. Così la provvida bontà del cielo aveva curato la malattia invisibile dello spirito con un cauterio visibile nella carne, risanando insieme anima e corpo. Quell'uomo diventa umile, devoto, e resta per sempre legato da grande familiarità al Santo e all'Ordine dei frati. Questo miracolo fu testimoniato con giuramento e noi ne abbiamo avuto notizia dalle lettere del vescovo, munite del suo proprio sigillo.

[1262] Riguardo alla realtà delle sacre stimmate, dunque, nessuna esitazione per nessuno; nessuno, su questo punto, abbia l'occhio cattivo, perché Dio è buono, quasi che un dono così straordinario sia disdicevole alla Bontà sempiterna. Difatti nessuno, che sia sano di mente, può negare che tornerebbe totalmente a gloria di Cristo il fatto che molti fedeli aderissero a Cristo loro capo con lo stesso amore serafico di Francesco e fossero ritenuti degni di portare in guerra un'armatura come la sua e di raggiungere una gloria come la sua nel Regno.

II

MORTI RISUSCITATI

[1263] 1. Nel borgo di Monte Marano, presso Benevento era morta una donna particolarmente devota di san Francesco. La sera vennero i chierici per le esequie e già si apprestavano a celebrare la veglia con la recita dei salmi quando improvvisamente, alla vista di tutti, la donna si alzò sul letto e chiamò uno dei sacerdoti presenti, che era il suo padrino, e gli disse: “ Padre, voglio confessarmi: ascolta il mio peccato. Quando sono morta, io dovevo essere gettata in una orrenda prigione, perché non avevo confessato il peccato che sto per dirti. Ma per me ha pregato san Francesco, che durante la vita ho sempre servito con devozione e cosi mi è stato concesso di ritornare ora nel corpo, per confessare quel peccato e meritarmi la vita eterna. Dopo che lo avrò confessato, ecco, mi affretterò alla pace promessa ”. Tremando si confessò al sacerdote tremante e, ricevuta l'assoluzione, si stese in pace sul suo letto e s'addormentò felicemente nel Signore.

[1264] 2. Nel paese di Pomarico, situato fra i monti della Puglia, due coniugi avevano un'unica figlia, di tenera età, teneramente amata. Ma una grave malattia la condusse alla tomba. I suoi genitori, disperando di avere altri eredi, si ritenevano morti con lei. Vennero i parenti e gli amici per quel funerale troppo degno di pianto; ma la madre infelice, giacendo ricolma d'indicibili dolori e sommersa da infinita tristezza, nulla avvertiva di quanto si stava facendo. Intanto san Francesco, in compagnia di un solo frate, si degnò di visitare con un'apparizione la desolata donna, che ben conosceva come sua devota. Pietosamente parlandole: “ Non piangere, le disse, perché il lume della tua lucerna, che tu piangi come spento, ti sarà restituito per mia intercessione ”. Si alzò immediatamente la donna e, raccontando a tutti quanto il Santo le aveva detto, proibì che si procedesse alla sepoltura; poi, invocando con grande fede il nome di san Francesco, prese per mano la figlia morta, e, viva, sana e salva, la fece alzare, fra lo stupore universale.

[1265] 3. Una volta i frati di Nocera (Umbra), che avevano bisogno del carro, lo chiesero in prestito per un po' di tempo ad un certo Pietro. Ma costui, pazzamente, rispose scagliando ingiurie, invece dell'aiuto richiesto, e lanciando una bestemmia contro san Francesco, invece dell'elemosina domandata in suo nome. Si pentì subito, I'uomo, della sua pazzia, perché Dio gli fece sentire nel cuore la paura della sua vendetta, che, del resto, sopravvenne prontamente. Infatti il suo figlio primogenito si ammalò improvvisamente e di lì a poco spirò. Si rivoltava per terra l'infelice padre e non cessava di invocare san Francesco, il santo di Dio, gridando fra le lacrime: “Sono io che ho peccato, io che ho parlato da malvagio: avresti dovuto punire direttamente me, nella mia persona. O Santo adesso che sono pentito, restituiscimi quello che hai tolto, quando bestemmiavo da empio! Io mi consacro a te, mi assoggetto per sempre al tuo servizio e sempre offrirò a Cristo un devoto sacrificio di lode per onore del tuo nome! ”. Cosa meravigliosa: a queste parole il fanciullo risuscitò e, facendo smettere i pianti, raccontò che, appena era morto ed era uscito dal corpo, era stato condotto via da san Francesco, che poi lo aveva ricondotto in vita.

[1266] 4. Il figlioletto appena settenne d'un notaio di Roma, si era messo in testa, come usano i bambini, di seguire la mamma che stava andando alla chiesa di San Marco. Siccome la mamma lo aveva costretto a restare a casa, si buttò dalla finestra del palazzo e, abbattendosi al suolo, spirò sul colpo. La madre, che non era ancora molto lontano, sospettando, dal rumore, che il suo bambino fosse precipitato, tornò in fretta e, vedendo che aveva improvvisamente perduto il figlio per quella caduta sciagurata, incominciò a straziarsi con le proprie mani, come per punirsi da se stessa, mentre con le sue grida di dolore eccitava al pianto tutto il vicinato. Ma un frate dell'Ordine dei minori, di nome Rao, che si stava recando in quel luogo per predicare, si avvicinò al bambino e poi, pieno di fede, disse al padre: “ Credi tu che Francesco, il santo di Dio, può risuscitare dai morti tuo figlio, in forza di quell'amore che ha sempre avuto verso Gesù Cristo, morto in croce per ridare la vita agli uomini? ”. Il padre rispose che lo credeva fermamente e che da quel momento sarebbe stato per sempre un fedele servitore del Santo, se, per i suoi meriti, Dio gli avesse concesso un dono così grande. Quel frate si prostrò in orazione con il frate suo compagno e incitò tutti i presenti a pregare. Come fu terminata la preghiera, il bambino incominciò a sbadigliare un poco, aprì gli occhi e sollevò le braccia e, finalmente, si alzò da solo e subito, alla presenza di tutti, si mise a camminare, sano e salvo, restituito alla vita e, insieme, alla salvezza per la mirabile potenza del Santo .

[1267] 5. Nella città di Capua, un bambino, giocando con molti altri presso la riva del fiume Volturno, cadde per sbadataggine nella corrente impetuosa, che lo inghiottì e lo seppellì sotto la sabbia. Gli altri bambini che stavano giocando con lui vicino al fiume, si misero a gridare forte, facendo accorrere una gran folla. Tutta la popolazione si mise a invocare devotamente il beato Francesco, supplicando che, guardando alla fede dei suoi genitori a lui tanto devoti, si degnasse di strappare il figlio alla morte. Un nuotatore, che si trovava nei paraggi sentendo quelle grida, si avvicinò e si informò dell'accaduto. Dopo aver invocato l'aiuto del beato Francesco, riuscì a trovare il cadavere del bambino, immerso nel fango, come in un sepolcro. Lo disseppellì e lo portò a riva, costatando che, purtroppo, ormai era morto. Ma la popolazione, tutto intorno, benché vedesse che il bambino era morto, gridava forte, continuando a piangere e a far lamento: “ San Francesco, ridona il bambino a suo padre! ”. E anche degli Ebrei, che erano accorsi, mossi da naturale pietà, dicevano: “ San Francesco, san Francesco, ridona il bambino al padre suo!”. Improvvisamente il bambino, fra la gioia e lo stupore universale, si levò in piedi sano e salvo e supplicò che lo conducessero alla chiesa di san Francesco, perché voleva ringraziarlo devotamente, ben sapendo che era stato lui, con la sua potenza, a risuscitarlo.

[1268] 6. Nella città di Sessa, in un quartiere denominato “ Alle Colonne ”, una casa crollò improvvisamente, travolgendo un giovane e uccidendolo sul colpo. Uomini e donne, accorrendo da ogni parte al rumore del crollo, rimossero le travi e portarono il corpo del figlio morto alla madre. Ma l'infelice, tra amarissimi singhiozzi, così come poteva, con voce di dolore gridava: “ San Francesco, san Francesco, rendimi il figlio mio! ”. Non solo lei, ma anche tutti i presenti invocavano con insistenza l'aiuto di san Francesco. Finalmente, non vedendo più segno di vita, misero il cadavere su un lettuccio, nell'attesa di seppellirlo l'indomani. La madre, però, che aveva fiducia nel Signore e nei meriti del suo Santo, fece voto di donare una tovaglia nuova per l'altare del beato Francesco, se egli avesse richiamato in vita suo figlio. Ed ecco, verso l'ora di mezzanotte, il giovane incominciò a sbadigliare, sentì rifluire il calore nelle membra e si rialzò, vivo e sano, prorompendo in esclamazioni di lode ed incitando anche il clero là convenuto e il popolo tutto a lodare e ringraziare con letizia Dio e il beato Francesco.

[1269] 7. Un giovane di Ragusa, di nome Gerlandino, era andato alla vigna, in occasione della vendemmia. Mentre, nel tino, stava davanti al torchio, intento a riempire gli otri, alcune cataste di legna si sfasciarono, facendo cadere delle pietre molto grosse, che gli fracassarono la testa. Il padre accorse subito in aiuto del figlio, ma, disperando di salvarlo, non cercò nemmeno di soccorrerlo e lo lasciò, così com'era, sotto le pietre. I vignaioli, sentendo i suoi fortissimi lamenti, accorsero prontamente e, condividendo l'intenso dolore del padre estrassero il giovane, ormai cadavere, dalle macerie. Ma il padre, prostratosi ai piedi di Gesù, umilmente lo supplicava che si degnasse di restituirgli il suo figlio unico per i meriti di san Francesco, di cui era imminente la festa. Moltiplicava le preghiere, si votava a opere di pietà, promettendo di andare in pellegrinaggio alla tomba del Santo, insieme col figlio, se fosse risuscitato. Cosa davvero meravigliosa: il giovane, che aveva avuto sfracellato tutto il corpo, improvvisamente balzò in piedi, vivo e integro, e, pieno di gioia, si mise a rimproverare quelli che piangevano, dichiarando che era stato reso alla vita per l'intercessione di san Francesco.

[1270] 8. Francesco fece risuscitare un morto anche in Germania. Di questo fatto papa Gregorio si fece garante con lettera apostolica, annunciandolo il giorno della traslazione del Santo a tutti i frati, convenuti ad Assisi per il Capitolo, e riempiendoli di gioia. Il modo in cui è avvenuto questo miracolo, non ho potuto saperlo, e perciò non l'ho descritto; ma sono sicuro che il documento papale è più forte di qualsiasi testimonianza.

III

SALVATI DAL PERICOLO DI MORTE

[1271] 1. Nei dintorni di Roma, un nobiluomo di nome Rodolfo, insieme con la sua devota consorte, aveva accolto nella sua casa dei frati minori, sia per amore di ospitalità sia per devozione e amore verso il beato Francesco. Ma quella notte il custode del castello, che dormiva sulla sommità della torre, sopra una catasta di legna posta proprio sulla sporgenza del muro, sfasciatasi la catasta, cadde sul tetto del palazzo e da lì precipitò al suolo. Tutta la famiglia, al rumore della caduta, si svegliò; il castellano e la castellana accorsero insieme con i frati, avendo intuito che il custode era precipitato dalla torre. Se non che costui dormiva tanto profondamente che non si svegliò né per la duplice caduta né per il rumore e le grida di quelli che accorrevano. Finalmente, tirandolo e spingendolo, riuscirono a svegliarlo. Egli, allora, incominciò a lamentarsi, perché lo avevano bruscamente distolto da un riposo soave, proprio mentre, come lui asseriva, stava dormendo dolcemente fra le braccia del beato Francesco. Ma quando fu informato dagli altri del modo in cui era precipitato e si vide là in terra, mentre si era addormentato in cima alla torre, rimase stupefatto: non si era nemmeno accorto di quanto gli accadeva! E allora promise davanti a tutti di fare penitenza per amor di Dio e del beato Francesco .

[1272] 2. Nel paese di Pofi, che si trova nella Campania, un sacerdote di nome Tommaso, si era messo a riparare il mulino della chiesa. Ma camminando incautamente lungo le estremità del condotto da cui l'acqua defluiva in gran massa, formando un gorgo profondo, cadde improvvisamente e si impigliò tra le pale della ruota che fa girare il mulino. Giacendo, così, supino e inviluppato fra i legni e sentendo scorrere l'acqua impetuosa sulla faccia, con il cuore soltanto, non potendolo fare con la lingua, flebilmente invocava san Francesco. Per lungo tempo rimase in quella posizione. I suoi compagni, non sapendo in quale altro modo salvarlo, girarono con violenza la mola in senso contrario: così il sacerdote venne spinto fuori dalle pale; ma ora veniva trascinato via dalla corrente. Ed ecco: un frate minore, vestito di una bianca tonaca e cinto con una corda, lo afferrò per il braccio e con grande delicatezza lo trasse fuori dall'acqua, dicendo: “ Io sono san Francesco, che tu hai invocato ”. Sentendosi liberato in un modo simile e pieno di stupore, il sacerdote voleva baciare le orme dei suoi piedi e correva ansiosamente qua e là, chiedendo ai compagni: “ Dov'è? Dov'è andato il Santo? da che parte si è allontanato? ”. Allora tutti quegli uomini, tremanti di paura, si prostrarono per terra, esaltando le imprese grandi e gloriose di Dio eccelso e la miracolosa intercessione dell'umile suo servo.

[1273] 3. Alcuni ragazzi del borgo di Celano erano andati a falciare l'erba in un campo, dove c'era un vecchio pozzo, che aveva la sommità nascosta e tutta coperta dall'erba che vi era cresciuta rigogliosa. L'acqua del pozzo era profonda quasi quattro passi. Quando i ragazzi si sparpagliarono per la campagna, uno di loro cadde improvvisamente nel pozzo. Mentre, però, con il corpo sprofondava nella gola del pozzo, egli con lo spirito saliva in alto a invocare l'aiuto di san Francesco e, proprio durante la caduta, gridava: “ San Francesco, aiutami! >. Tutti gli altri, poiché non lo vedevano comparire, si misero a cercarlo da ogni parte, gridando e piangendo. Scoperto, finalmente, che era caduto nel pozzo, tornarono di corsa al paese, per segnalare l'incidente e chiamare aiuto. Tornarono indietro con una gran folla di gente. Uno fu calato nel pozzo con una fune e scorse il ragazzo seduto sul pelo dell'acqua, completamente illeso. Tratto fuori dal pozzo, il ragazzo disse a tutti i presenti: “ Quando sono caduto improvvisamente, io ho invocato la protezione del beato Francesco e lui, mentre precipitavo, è venuto subito vicino a me, mi ha preso per mano lievemente e non mi ha più lasciato, finché, insieme con voi, mi ha fatto uscire dal pozzo ”.

[1274] 4. Nella chiesa di San Francesco, ad Assisi, mentre il vescovo di Ostia--quello che poi sarebbe diventato papa Alessandro -- stava predicando alla presenza della curia romana, una lastra pesante e grossa, lasciata per incuria sul pulpito, che era alto e in pietra, a causa di una spinta troppo forte, cadde sulla testa di una donna. I presenti, vedendo che la donna aveva la testa fracassata, pensarono che ormai fosse morta e la ricopersero col mantello che aveva indosso, nell'intento di portar fuori il triste peso dalla chiesa, appena finita la predica. Ma la donna si raccomandò fiduciosamente al beato Francesco, davanti all'altare del quale si trovava distesa. Ed ecco, terminata la predica, la donna si alzò alla presenza di tutti, sana e salva, perfettamente illesa. Ma c'è qualcosa di più meraviglioso: mentre, fino allora, aveva sofferto un dolor di testa quasi continuo, da allora ne fu completamente libera, come lei stessa in seguito testimoniava.

[1275] 5. A Corneto, mentre alcune devote persone lavoravano nel luogo dei frati alla fusione di una campana, un ragazzino di otto anni, di nome Bartolomeo, andò a portare ai frati un po' di cibo per i lavoratori. Ed ecco: improvvisamente un fortissimo colpo di vento investendo la casa, scaraventò l'uscio della porta grande e pesante addosso al ragazzino. L'urto era stato così violento da far ritenere che egli fosse morto, schiacciato da quel peso enorme che lo aveva sepolto e completamente ricoperto, facendolo scomparire dalla vista. Accorsero tutti i presenti, invocando la destra miracolosa del beato Francesco. Il padre del ragazzo, tutto irrigidito dal dolore, non riusciva più a muoversi; ma pregava con il cuore e con la voce, offrendo il figlio a san Francesco. Finalmente si riuscì a rimuovere il funesto peso: ed ecco, il bambino che credevano morto, comparve lieto e contento, come se si svegliasse allora dal sonno, perfettamente illeso. Adempiendo al voto, quand'ebbe quattordici anni, si fece frate minore e divenne, poi, un predicatore dotto e famoso.
[1276] 6. Alcuni operai di Lentini avevano cavato dal monte una pietra grandissima, che si doveva porre sopra l'altare d'una chiesa dedicata a san Francesco, pochi giorni prima che venisse consacrata. Mentre gli uomini, una quarantina circa, intensificavano gli sforzi per farla scivolare sul veicolo, la pietra cadde sopra uno di loro e lo ricoprì come una lastra sepolcrale. Confusi e storditi, non sapevano che cosa fare, sicché la maggior parte di loro, persa ogni speranza, se ne andò. Ma i dieci rimasti si misero a invocare con voce lamentosa san Francesco, perché non permettesse che un uomo, proprio mentre lavorava al suo servizio, morisse in una maniera così orrenda. Poi, ripreso coraggio, riuscirono a rimuovere la pietra con una tale facilità da renderli tutti convinti che c'era stato di mezzo l'intervento miracoloso di san Francesco. L'uomo si rialzò, integro in tutte le sue membra; e per di più si ritrovò con una vista perfettamente limpida, mentre fin allora ci vedeva male. In questo modo tutti poterono capire quanto sia potente l'intercessione di san Francesco nelle situazioni disperate.
[1277] 7. Un fatto analogo avvenne presso San Severino, nella Marca d'Ancona. Una pietra enorme, proveniente da Costantinopoli, veniva trascinata da molti uomini alla basilica di San Francesco, quando all'improvviso scivolò e si abbatté su uno di loro. Credettero che costui non solo fosse morto, ma totalmente sfracellato. E invece intervenne l'aiuto del beato Francesco, che tenne sollevata la pietra, finché l'uomo, buttando via quel gran peso, saltò fuori sano e salvo, perfettamente illeso.

[1278] 8. Bartolomeo, un cittadino di Gaeta, mentre lavorava alla costruzione di una chiesa del beato Francesco senza risparmiare sudori, fu gravemente colpito da una trave malferma che, precipitando su di lui, gli schiacciò la testa. Sentendo che la morte era ormai imminente, da persona fedele e pia qual era, chiese a un frate il Viatico. Il frate, sicuro che non sarebbe arrivato in tempo col Viatico, perché quello sembrava ormai agli estremi, si servì della formula di sant'Agostino: “ Credi, e ti sei già comunicato! ”. Ma la notte seguente, il beato Francesco apparve al morente, in compagnia di undici frati, e, portando in seno un agnellino, si accostò al suo ]etto e lo chiamò per nome: “ Bartolomeo, non temere, perché il nemico non prevarrà contro di te; lui che voleva sottrarti al mio servizio. Questo è l'Agnello che tu chiedevi di ricevere e che, per il tuo santo desiderio, hai anche ricevuto. Per la sua potenza otterrai non solo la salvezza dell'anima, ma anche quella del corpo >. E, cosí, facendo scorrere le mani sopra le sue ferite, gli comandò di ritornare al suo lavoro. Bartolomeo si alzò molto presto e al mattino si presentò incolume e allegro davanti a quelli che l'avevano lasciato mezzo morto. L'esempio di quest'uomo e il miracolo del Santo, lasciando tutti stupefatti, eccitò i cuori alla devozione e all'amore per il beato padre.

[1279] 9. Un certo Nicola, di Ceprano, un giorno cadde nelle mani di nemici crudeli, che. decisi a spacciarlo, infierirono sul poveretto, coprendolo di ferite, e lo lasciarono solo quando lo credettero morto o in punto di morte. Ma Nicola, sotto l'infuriare dei primi colpi, aveva gridato ad alta voce: “ San Francesco, soccorrimi! San Francesco, aiutami! ”. Molti da lontano sentirono questo grido, anche se non poterono venire in aiuto. Riportato, finalmente, a casa, tutto rivoltato nel suo sangue, Nicola dichiarava con grande fiducia che lui, per quelle piaghe, non avrebbe visto la morte e che, anche in quel momento, non sentiva dolori, perché san Francesco era venuto in suo soccorso e gli aveva ottenuto dal Signore la grazia di poter prima fare penitenza. Ciò che seguì confermò le sue parole. Difatti, appena fu lavato dal sangue, contro ogni umana speranza si rialzò guarito.
[1280] 10. Il figlio d'un nobile di Castel San Giminiano, a causa di una grave infermità, era ridotto agli estremi, senza più speranza di guarigione. Dagli occhi gli usciva un fiotto di sangue, come quello che di solito sprizza dalla vena del braccio. Anche in tutto il resto del corpo c'erano segni di fine imminente, tanto che ormai lo consideravano come un morto. Quando poi il respiro si fece debole, si spensero la forza vitale, la sensibilità e il moto, sembrò che se ne fosse andato del tutto. I parenti e gli amici erano venuti per il compianto, secondo l'uso, e ormai si parlava soltanto di sepoltura. Ma il padre, che aveva fiducia nel Si.more, corse a gr.ln passi nella chiesa del beato Francesco, che era stata costruita nel paese, e, col cingolo al collo, si prostrò a terra con tutta umiltà. Facendo voti e pregando senza interruzione, fra pianti e sospiri, meritò di ottenere che san Francesco si facesse suo patrono presso Cristo. Infatti, ritornando subito dal figlio, il padre lo trovò guarito e trasformò il suo lutto in gioia.
[1281] 11. Un miracolo analogo, il Signore, per i meriti del Santo, lo operò a favore di una fanciulla della città di Thamarit, nella Catalogna, e di un'altra fanciulla, di Ancona: ad ambedue, ridotte all'ultimo respiro dalla violenza della malattia, il beato Francesco, invocato con fede dai genitori, ridonò immediatamente perfetta salute.
[1282] 12. Un chierico di Vicalvi, chiamato Matteo, un giorno ingerì un veleno mortale, che lo privò totalmente della parola e lo ridusse in fin di vita. Un sacerdote andò da lui per confessarlo, ma non riuscì a storcergli fuori una parola. Il chierico, però, in cuor suo, pregava umilmente Cristo, perché si degnasse di strapparlo dalle fauci della morte, per i meriti di san Francesco. E finalmente, con l'aiuto di Dio, riuscì a pronunciare il nome di Francesco. Appena lo ebbe pronunciato, vomitò il veleno e, alla presenza di tutti, rese grazie al suo liberatore.

IV

SALVATI DAL NAUFRAGIO

[1283] 1. Alcuni marinai, sorpresi da una violenta burrasca a dieci miglia dal porto di Barletta, vistisi in grave pericolo e ormai incerti della vita, gettarono le àncore. Ma, gonfiandosi il mare con violenza ancora maggiore, sotto l'infuriare del vento, le funi delle àncore si ruppero ed essi incominciarono a vagare tra le onde, senza punto di riferimento. Finalmente, come Dio volle, il mare si placò ed essi Si apprestarono a recuperare, con ogni sforzo possibile, le àncore, di cui vedevano le funi galleggiare in superficie. Visto che non riuscivano da soli nell'impresa, invocarono l'aiuto di molti santi. Ma, nonostante questo e nonostante gli sforzi che li lasciavano in un mare di sudore nel corso dell'intera giornata non poterono recuperare nemmeno un'àncora. C'era fra loro un marinaio, che di nome era Perfetto, ma non era perfetto nella condotta. Costui, con senso di scherno, disse ai compagni: “ Ecco: avete invocato l'aiuto di tutti i Santi e, come vedete, non ce n'è uno che ci venga incontro. Proviamo a invocare questo famoso san Francesco, che è un santo fatto di fresco, e vediamo se in qualche modo si cala in mare e ci riporta le àncore perdute ”. Gli altri acconsentirono alla proposta di Perfetto, non per ridere, ma sul serio; anzi, rimproverandogli le sue parole di scherno, fecero di comune accordo un voto al Santo. E, subito, sull'istante, senza bisogno di alcun intervento, le àncore vennero a galla, come se il ferro, cambiando natura, avesse acquistato la leggerezza del legno.

[1284] 2. Un pellegrino, debilitato da una febbre acutissima, che l'aveva precedentemente colpito, stava tornando dai paesi d'oltremare a bordo di una nave. Anche costui nutriva un singolare sentimento di devozione per il beato Francesco e se lo era scelto come patrono presso il Re del cielo. Siccome non era ancora perfettamente libero dalla febbre, si sentiva tormentato da una sete ardente. Sebbene, ormai, non ci fosse più acqua, egli incominciò a gridare ad alta voce: “ Andate con fiducia a prendermi da bere, perché il beato Francesco ha riempito d'acqua il mio barilotto! ”. Cosa davvero meravigliosa: trovarono pieno d'acqua il recipiente che prima avevano lasciato vuoto. Un altro giorno si era scatenata una tempesta e la nave veniva ricoperta dai flutti e squassata dalla violenza della procella, tanto che ormai temevano di naufragare. Ma quello stesso infermo si mise improvvisamente a gridare, facendosi sentire da tutta la nave: “ Alzatevi tutti e correte incontro a san Francesco. Ecco che viene: è qui per salvarci! ”. E, così dicendo, con grandi grida e lacrime si prostrò a terra ad adorare. All'apparire del Santo, I'infermo riacquistò piena salute e il mare ritornò tranquillo.

[1285] 3. Frate Giacomo da Rieti, dopo aver attraversato un fiume su una barchetta in compagnia di altri frati, fece sbarcare prima i compagni sulla riva, apprestandosi poi a scendere lui pure. Ma, per disgrazia, la piccola imbarcazione si rovesciò. Il barcaiolo ed il frate caddero nel fiume; ma il barcaiolo sapeva nuotare, mentre il frate venne trascinato a fondo. I frati che si trovavano sulla riva invocavano con grande sentimento il beato Francesco, scongiurandolo con pianti e lamenti di accorrere in soccorso del figlio. Anche il frate sommerso, dal ventre del gorgo, non potendolo con la bocca, gridava col cuore, come poteva, e implorava il soccorso del padre pietoso. Ed ecco: il beato padre fece sentire la sua presenza e aiutò il frate a camminare in fondo all'acqua, come se fosse su terra asciutta, finché egli, aggrappandosi alla barca sommersa, risalí con essa vicino alla sponda. Altra meraviglia: i vestiti del frate non si erano bagnati e nemmeno una goccia si era posata sulla sua tonaca.

[1286] 4. Un frate di nome Bonaventura stava attraversando un lago con due altre persone, quando nella barca si produsse una falla. L'acqua si rovesciò impetuosamente dentro la barca, che andò a fondo, trascinando con sé il frate e i suoi compagni. Ma poiché dal fondo della tetra fossa essi invocavano con molta fiducia il misericordioso padre Francesco, improvvisamente la barca risalì a galla e, con il Santo al timone, raggiunse felicemente il porto. Così anche un frate di Ascoli, caduto nel fiume, ne fu liberato per i meriti di san Francesco. Ma anche nel lago di Rieti, un gruppo di uomini e di donne, che si trovavano in un pericolo analogo, invocato il nome di san Francesco, scampando al pericolo di molte acque, si salvarono dal naufragio.

[1287] 5. Alcuni marinai di Ancona, sbattuti da una furiosa tempesta, si vedevano ormai in pericolo di affondare. Così, disperando della vita, supplicarono umilmente san Francesco: allora apparve sulla nave una luce grande e, con la luce, venne per bontà divina anche la bonaccia, quasi a indicare che l'uomo beato possiede la meravigliosa potenza di comandare ai venti e al mare. Non credo affatto che sia possibile raccontare ad uno ad uno tutti i miracoli con i quali questo beato padre ha mostrato e continua a mostrare la sua fulgida gloria sul mare o tutti i casi disperati in cui, sul mare, è intervenuto col suo soccorso. Del resto non deve far meraviglia se, ora che regna nei cieli, gli è stato conferito l'impero sulle acque. Difatti già quando viveva nella nostra condizione umana, tutte le creature terrestri gli erano mirabilmente sottomesse, come al tempo dell'innocenza originaria.

V

PRIGIONIERI LIBERATI

[1288] 1. Una volta, in Romania, un uomo nativo del luogo, che era al servizio di un signore, venne accusato falsamente di furto. Il governatore ordinò di rinchiuderlo in una angusta prigione, con pesanti catene. Ma la padrona di casa, avendo compassione del servo, che riteneva assolutamente innocente della colpa imputatagli, continuava a pregare e a supplicare il marito, perché lo liberasse. Visto che il marito rifiutava ostinatamente di ascoltarla, la padrona ricorse umilmente a san Francesco e raccomandò alla sua pietà l'innocente, facendo un voto. Subito il soccorritore dei miseri intervenne e, nella sua bontà, visitò l'uomo in carcere. Sciolse le catene, infranse le porte della prigione, prese per mano l'innocente, lo condusse fuori e gli disse: “ Io sono colui, al quale la tua patrona devotamente ti ha affidato ”. Il prigioniero era invaso dal terrore, anche perché doveva scendere da quell'altissima rupe, circondata da una voragine. Ma, mentre cercava di aggirarla, improvvisamente per la potenza del suo liberatore si ritrovò sul piano. Ritornò dalla sua padrona, alla quale raccontò fedelmente la storia del miracolo, infiammandola ancor di più nell'amore di Cristo e nella devozione per il suo servo Francesco.

[1289] 2. Un poverello di Massa San Pietro doveva una somma di denaro ad un cavaliere. Siccome la sua povertà non gli consentiva di pagare il debito, venne messo in prigione dietro richiesta del cavaliere. Il debitore implorava umilmente pietà, chiedendo una dilazione per amore del beato Francesco. Sprezzò il cavaliere superbo quelle preghiere e, da cianciatore, vilipese l'amore del Santo come una ciancia, rispondendo altezzosamente: “ Ti rinchiuderò in un luogo e ti caccerò in una prigione tale che né san Francesco né alcun altro potrà aiutarti ”. E fece come aveva detto. Trovò una prigione tenebrosa e vi gettò il debitore incatenato. Mia poco dopo intervenne san Francesco, che infranse le porte della prigione, spezzò le catene e ricondusse l'uomo a casa sua. In tal modo la potenza di san Francesco, lasciando deluso il cavaliere superbo, liberò dalla sventura il prigioniero che si era a lui affidato, e, con un altro ammirabile miracolo mutò l'animo del protervo cavaliere, che divenne mitissimo.
[1290] 3. Alberto d'Arezzo, tenuto in strettissima prigione per debiti che gli venivano addossati ingiustamente, affidò umilmente la propria innocenza a san Francesco. Difatti egli amava molto l'Ordine dei frati minori e, fra i santi, venerava con speciale affetto san Francesco. Ma il suo creditore replicò bestemmiando che non c'erano né Dio né Francesco che potessero liberarlo dalle sue mani. Sopraggiunse la vigilia della festa di san Francesco e il prigioniero, per amore del Santo, osservò un perfetto digiuno, offrendo il proprio cibo a un bisognoso. La notte successiva, mentr'egli vegliava, gli apparve san Francesco: al suo ingresso, i ceppi caddero dai piedi e le catene dalle mani, le porte si aprirono da sole, le tavole del soffitto saltarono via, e il prigioniero se ne tornò libero a casa sua. Da allora egli mantenne il voto di digiunare alla vigilia di san Francesco e di aggiungere al cero, che ogni anno era solito offrire, un'oncia in più ogni anno, come segno della sua sempre crescente devozione.

[1291] 4.  Al tempo in cui sedeva sulla cattedra di Pietro papa Gregorio IX, un certo Pietro, della città di Alife, accusato di eresia, fu preso prigioniero a Roma e, per mandato dello stesso pontefice, affidato alla custodia del vescovo di Tivoli. Questi, impegnato a non lasciarselo sfuggire, pena la perdita del vescovado, lo fece incatenare e rinchiudere in un'oscura prigione, dove gli veniva dato il pane a peso a peso e l 'acqua secondo misura. Ma quell'uomo, avendo saputo che si approssimava la vigilia della festa di san Francesco, incominciò a invocarlo con molte preghiere e lacrime, perché avesse pietà di lui. E siccome era tornato alla fede sincera, rinnegando ogni errore ed ogni prava eresia, e si era affidato con tutta la devozione del cuore a Francesco, campione della fede di Cristo, meritò di essere esaudito dal Signore, per intercessione del Santo. La sera della sua festa, sull'imbrunire, il beato Francesco pietosamente scese nel carcere e, chiamando Pietro per nome, gli comandò di alzarsi in fretta. Invaso dal terrore, il prigioniero gli domandò chi fosse e si sentì rispondere che era il beato Francesco. Intanto vedeva che, per la presenza miracolosa del Santo, i ceppi erano caduti infranti ai suoi piedi, le porte del carcere si aprivano, mentre i chiodi saltavano via da soli, e gli si spalancava davanti la strada per andarsene. Pietro vedeva tutto questo, vedeva che era libero: eppure, paralizzato dallo stupore, non riusciva a fuggire; soltanto si mise vicino alla porta e incominciò a gridare, facendo spaventare tutte le guardie. Venuto a sapere da loro che il prigioniero era stato liberato dai ceppi e il modo in cui si erano svolte le cose, il pio vescovo si recò nel carcere e là, riconoscendo ben visibile la potenza di Dio, si inginocchiò ad adorare il Signore. Quei ceppi furono poi mostrati al Papa e ai cardinali che, vedendo quanto era accaduto, benedissero Dio con sentimento di grandissima ammirazione.

[1292] 5. Guidolotto da San Giminiano fu accusato falsamente di aver avvelenato un uomo e di aver intenzione di sterminare con lo stesso mezzo il figlio di lui e tutta quanta la famiglia. Perciò venne fatto imprigionare dal podestà del luogo e rinchiuso in una torre, tra pesantissimi ceppi. Ma egli, forte e sicuro della propria innocenza, pieno di fiducia nel Signore, affidò la sua causa al patrocinio del beato Francesco. Intanto il podestà andava escogitando come estorcergli con la tortura la confessione del crimine imputatogli e a quale genere di morte farlo condannare, una volta che avesse confessato. Ma la notte precedente il giorno in cui doveva essere condotto alla tortura, il prigioniero fu visitato da san Francesco che, con la sua presenza, gli fece risplendere tutto intorno una luce immensa fino al mattino e lo ricolmò di gioia e di fiducia, assicurandogli la liberazione. Sopraggiunsero al mattino i carnefici che lo trassero fuori dal carcere e lo sospesero al cavalletto, ammassando sul suo corpo molti pesi di ferro. Più volte lo calarono a terra e lo risollevarono, per costringerlo a confessare il crimine più in fretta sotto l'incalzare dei tormenti. Ma egli, con il coraggio dell'innocenza, conservava un volto lieto e non mostrava alcuna mestizia, in mezzo alle pene. Lo sospesero, poi, a testa in giù e gli accesero sotto un gran fuoco; ma neppure uno dei suoi capelli bruciò. Finalmente gli versarono addosso olio bollente. Ma egli con l'aiuto miracoloso del patrono a cui aveva affidato la propria difesa, superò tutte queste prove e così, lasciato libero, se ne andò sano e salvo.

VI

DONNE SALVATE DAI PERICOLI DEL PARTO

[1293] 1. Vi era nella Schiavonia, una contessa illustre per nobiltà ed amante della virtù, che nutriva ardente devozione per san Francesco e pietosa sollecitudine per i frati. Al momento del parto fu assalita da dolori terribili e invasa da grande angoscia. Pareva che il sorgere, ormai vicino, della prole dovesse segnare il tramonto della madre e che ella non potesse far venire alla vita il bambino, se non andandosene dalla vita. Quello non era per lei un partorire, ma un perire. Se non che le torna alla mente la fama di san Francesco, la sua potenza miracolosa e la sua gloria, e si sente infiammata di fede e di devozione. Si rivolge a lui, come all'efficace soccorritore, all'amico fidato, al rifugio degli afflitti: “San Francesco, gli dice, tutte le mie ossa invocano la tua pietà, ed io nel cuore ti faccio il voto che non posso esprimere con le parole ”. Meravigliosa sveltezza della pietà!: la fine del dire fu la fine del soffrire; la fine delle doglie, I'inizio del parto. Subito, infatti, cessato ogni tormento, ella diede felicemente alla luce il bambino. E non fu immemore del voto, non abbandonò il proposito: fece costruire una bella chiesa in onore di san Francesco e la affidò ai frati.

[1294] 2. Dalle parti di Roma, una donna di nome Beatrice, già da quattro giorni portava in grembo il feto morto e non riusciva a partorire. L'infelice era in preda a grandissime angosce, pressata da sofferenze mortali. Il feto morto sospingeva la madre alla morte; I'abortivo non ancora venuto alla luce partoriva un palese pericolo per la madre. I medici tentavano con ogni mezzo di aiutarla; ma era fatica vana. Troppo gravemente pesava sulla infelice la maledizione dovuta al peccato d'origine: divenuta sepolcro per la sua creatura, era ella stessa sicura di finire presto nel sepolcro. Alla fine, ponendo tutta la sua speranza nei frati minori, mandò a chiedere da loro, con piena fede e umiltà, una reliquia di san Francesco. Riuscirono, per divina disposizione, a trovare un pezzetto della corda, che il Santo un tempo aveva usata come cingolo. Appena le posarono sul corpo quella corda, la donna in doglie sentì scomparire ogni dolore, espulse con estrema facilità il feto, morto e causa di morte, e riacquistò la salute.

[1295] 3. La moglie d'un nobil uomo di Calvi, che si chiamava Giuliana, avendo perduto i figli, trascinava i suoi anni nel lutto. Piangeva continuamente i suoi infelici eventi, giacché, tutti i figli che con dolore aveva portati in seno, con dolore ancora maggiore aveva dovuto in breve tempo affidarli alla tomba. Ora, da quattro mesi aveva il bambino in seno, e, a causa di quanto le era successo nel passato, era in trepidazione, temendo più per la morte che per la nascita della prole. Ma ecco: una notte, mentre dormiva, le apparve in sogno una donna che, portando tra le mani un bel fanciullino, glielo porgeva con atteggiamento di grande letizia. Lei, però, non voleva prenderlo, per paura di perderlo subito; allora quella donna soggiunse: “ Prendilo con sicurezza, perché questo bambino, che san Francesco ti manda per venir incontro alla tua angoscia, vivrà e godrà buona salute ”. Destatasi immediatamente, la donna, ripensando alla visione mandata dal cielo, comprese di essere assistita dall'aiuto di san Francesco e, da allora, tutta confortata, moltiplicò le preghiere e i voti, perché si avverasse la promessa. Si compì finalmente il tempo del parto ed ella partorì un maschietto, che poi crebbe, pieno di forza e di giovanile vigore, quasi che san Francesco gli donasse un supplemento di salute, e fu per i genitori motivo di devozione ancor più sentita verso Cristo e verso il Santo.

[1296] Un prodigio analogo a questo compì il beato padre nella città di Tivoli. Una donna, madre già di molte figlie, era tormentata dal desiderio dl avere un maschietto. Si rivolse a san Francesco con preghiere e voti ed ottenne la grazia, superiore a tutte le sue speranze, di dare alla luce due gemelli.
[1297] 4. Una donna di Viterbo, prossima al parto, veniva ritenuta prossima piuttosto alla morte, tormentata com'era da dolori viscerali, oltre che angustiata dalle normali doglie. Sentendosi venir meno e vedendo che ogni cura era inutile, la donna invocò san Francesco e, subito guarita, portò a termine il parto felicemente. Ma, ottenuto ciò che voleva, si dimenticò del beneficio ricevuto, non riconoscendo in esso il glorioso intervento del Santo. Tanto che, nel giorno della sua festa, non esitò a compiere opere servili. Ed ecco: il braccio che aveva steso per lavorare, improvvisamente rimase rigido e secco. Mentre cercava di tirarlo a sé con l'altro braccio, anche questo rimase paralizzato, con ugual castigo. Colpita da timore di Dio, la donna rinnovò il suo voto e per la seconda volta si consacrò al misericordioso ed umile Santo, ottenendo, per i suoi meriti, di recuperare l'uso delle membra, che, per la sua ingratitudine e irriverenza, aveva perduto.

[1298] 5. Una donna delle parti di Arezzo, già da sette giorni si trovava fra i pericoli del parto, e tutti la davano ormai per spacciata, perché il corpo le era diventato tutto nero. Fece voto al beato Francesco e, ormai in punto di morte, si mise a invocare il suo aiuto. Appena formulato il voto, si addormentò e vide in sogno il beato Francesco, che le parlava dolcemente e le chiedeva se riconosceva il suo volto e  se  sapeva  recitare  in  onore  della Vergine  gloriosa  l'antifona “ Salve, regina di misericordia ”. La donna rispose che lo riconosceva e che sapeva quella preghiera. E allora il    Santo: “ Incomincia la sacra antifona, e, prima di terminarla, partorirai felicemente ”. Mentre supplicava quegli “occhi misericordiosi ” e menzionava il “ frutto ~> del seno verginale, la donna, liberata da ogni angoscia, partorì un bel bambino. Rese, dunque, grazie alla “ Regina della misericordia ”, che, per i meriti del beato Francesco, si era degnata d'aver misericordia di lei.

VII

CIECHI CHE RIACQUISTANO LA VISTA

[1299] 1. Nel convento dei frati minori di Napoli vi era un frate, di nome Roberto, cieco da molti anni. Ad un certo punto sopra gli occhi gli si formò un'escrescenza carnosa, che gli impediva di muovere e sollevare le palpebre. Un giorno si radunarono in quel convento molti frati forestieri, diretti in diverse parti del mondo. Ebbene, il beato padre Francesco, specchio di santa obbedienza, quasi per incuorarli al viaggio con la novità di un miracolo, volle guarire quel frate, alla loro presenza, nel modo che segue: Questo frate Roberto era ammalato a morte, tanto che ormai gli era stata raccomandata l'anima; quand'ecco gli si presentò il beato Padre, in compagnia di tre frati, modelli d'ogni santità: sant'Antonio, frate Agostino e frate Giacomo d'Assisi, che ora, dopo morte, lo accompagnavano premurosamente, così come lo avevano seguito perfettamente durante la vita. Prendendo un coltello, san Francesco gli tagliò via la carne superflua, restituendogli la vista e strappandolo alle fauci della morte; poi gli disse: “ O figlio Roberto, la grazia che ti ho fatto è un segno per i frati che partono per lontane genti: è il segno che io li precederò e guiderò nel loro cammino. Partano con gioia e adempiano con animo pronto l'obbedienza ricevuta! ”.

[1300] 2. A Tebe, nella Romania, una donna cieca, che la vigilia di san Francesco aveva digiunato a pane ed acqua il giorno della festa, di primissimo mattino si fece condurre dal marito alla chiesa dei frati minori. Durante la celebrazione della Messa, al momento delI'elevazione del Corpo di Cristo, la donna aprì gli occhi, vide con chiarezza, si prostrò in devotissima adorazione. Così adorando, gridò forte: “ Grazie a Dio e al suo Santo, perché io vedo il Corpo di Cristo ”. Tutti si voltarono verso quel grido di esultanza. Compiute le sacre cerimonie, la donna con la gioia nello spirito e la luce negli occhi, tornò a casa sua, tutta esultante, non solo perché aveva recuperato la vista, ma anche perché le era stato concesso di vedere, prima d'ogni altra cosa, quel mirabile sacramento, che è luce vera e viva delle anime. Tutto ciò, per i meriti di san Francesco e in virtù della fede.

[1301] 3. Un ragazzo quattordicenne di Pofi, nella Campania, per un trauma improvviso, rimase completamente cieco dall'occhio sinistro. Per la violenza del dolore, I'occhio era uscito dal suo posto e rimase poi per otto giorni quasi atrofizzato, pendendo in fuori, sopra la mascella, per la lunghezza di un dito, a causa dell'allentamento del nervo. Poiché ormai non restava che asportarlo e i medici davano il caso per disperato, il padre del ragazzo si rivolse con tutta l'anima al beato Francesco. E quell'instancabile soccorritore degli infelici non rimase insensibile alle sue suppliche Difatti con il suo potere taumaturgico fece rientrare l'occhio atrofizzato nella sua posizione normale, sano come prima e come prima sensibile ai raggi della luce sospirata.

[1302] 4. In quella stessa regione, a Castro dei Volsci, un legno molto pesante, precipitando dall'alto, colpì molto gravemente alla testa un sacerdote, accecandogli l'occhio sinistro. Gettato a terra, il sacerdote incominciò a lamentarsi, chiamando a gran voce san Francesco: “ Soccorrimi, padre santissimo. Fa' che possa andare alla tua festa, come ho promesso ai tuoi frati ”. Era, infatti, la vigilia del Santo. Guarì perfettissimamente e, rialzatosi all'istante, proruppe in esclamazioni di lode e di gioia, riempiendo di stupore e di giubilo tutti i presenti, che avevano commiserato il suo dolore. Andò alla festa e raccontò a tutti la bontà e la potenza miracolosa che aveva sperimentato in se stesso.

[1303] 5. Un uomo di Monte Gargano, mentre nella sua vigna stava tagliando un legno con la scure, si colpì un occhio, spaccandolo in due, in modo tale che quasi una metà pendeva in fuori. In una situazione così disperata non aveva alcuna speranza nell'aiuto umano; perciò promise a san Francesco che, se fosse venuto in suo soccorso, avrebbe digiunato nel giorno della sua festa. Subito il Santo di Dio gli fece ritornare nella giusta posizione l'occhio, ricongiungendo le due metà in cui era diviso e ridonandogli la limpidezza della vista. Della lesione non rimase alcuna traccia.

[1304] 6. Il figlio di un nobile, nato cieco, ricevette, per i meriti di san Francesco, la vista tanto desiderata e, a ricordo dell'evento, ricevette il nome di Illuminato. Riconoscente per il beneficio ricevuto, all'età adatta entrò nell'Ordine di san Francesco e fece grande progresso nella luce della grazia e della virtù, mostrando di essere figlio della luce vera. Finalmente, per i meriti di san Francesco, concluse il santo inizio con una più santa fine.

[1305] 7. A Zancato, un borgo vicino ad Anagni, un cavaliere di nome Gerardo aveva perso completamente la vista. Avvenne che due frati minori, provenienti da paesi stranieri, si recassero alla sua casa per chiedere ospitalità. Furono ricevuti devotamente e trattati con ogni bontà da tutta la famiglia, per amore di san Francesco. Poi, rese grazie a Dio e all'ospite, poterono raggiungere il vicino luogo dei frati. Ma una notte, il beato Francesco apparve in sogno a uno di quei frati e gli disse: “ Alzati e va in fretta con il tuo compagno alla casa del vostro ospite. Poiché egli, accogliendo voi, ha accolto Cristo e me, io voglio ricambiare le sue dimostrazioni di bontà. Sappi che egli è diventato cieco in castigo dei suoi peccati, che non si è ancora preoccupato di purgare con la confessione e la penitenza >. Appena il Padre scomparve, il frate si alzò e si affrettò con il suo compagno a compiere l'incarico ricevuto. Giunti alla casa dell'ospite, gli narrarono insieme per ordine quello che uno di loro aveva veduto. Rimase fortemente stupito, quell'uomo, e, dichiarando che tutto quanto gli avevano detto era vero, fece di buon animo la sua confessione e promise di emendarsi. Divenuto, così, interiormente un uomo nuovo, riacquistò subito anche la vista esteriore. La fama di questo miracolo si diffuse tutt'intorno e stimolò molti non solo a venerare il Santo, ma anche a confessare umilmente i propri peccati e ad esercitare l'ospitalità .

AGGIUNTA POSTERIORE

[1306] 7a. Ad Assisi un uomo fu calunniosamente accusato di furto e perciò fu accecato per severo ordine della giustizia civile. Fu il giudice Ottaviano ad emettere la sentenza di cavare gli occhi all'accusato e fu il cavaliere Ottone a farla eseguire dai pubblici ufficiali. Sconciato in questo modo, con le occhiaie vuote, poiché gli avevano reciso con il coltello anche i nervi ottici, l'accusato si fece condurre all'altare del beato Francesco e là, proclamando di essere innocente del delitto imputatogli, invocò la clemenza del Santo. Ebbene, per i meriti di san Francesco, nello spazio di Ire giorni gli furono donati nuovi occhi: più piccoli, certamente, di quelli che gli avevano tolti, ma altrettanto validi per vederci chiaramente. Questo miracolo stupefacente fu testimoniato, sotto vincolo di giuramento, dal cavaliere Ottone, sopra menzionato, alla presenza del signor Giacomo, abate di San Clemente per ordine del signor Giacomo, vescovo di Tivoli, incaricato di inquisire sul miracolo stesso. Fu testimoniato, inoltre, da frate Guglielmo Romano, al quale frate Gerolamo, ministro generale dell'Ordine dei frati minori, ordinò per obbedienza e sotto pena di scomunica, di riferire veridicamente quanto sapeva sul fatto. Stretto da un giuramento così solenne, alla presenza di molti ministri provinciali e di altri frati assai autorevoli, egli affermò quanto segue: Tempo addietro, quando era ancora secolare, aveva conosciuto l'uomo in questione e costatato che aveva gli occhi. Poi aveva assistito all'operazione dell'accecamento, in cui l'uomo in questione ne era stato privato; e anzi, lui stesso, per curiosità, aveva rivoltato col bastone gli occhi, che erano stati gettati per terra. In seguito aveva visto quello stesso uomo dotato di nuovi occhi, avuti in dono dalla potenza divina, con i quali ci vedeva benissimo.

VIII

INFERMI GUARITI DA VARIE MALATTIE

[1307] 1. A Città della Pieve c'era un giovane mendicante, sordo e muto fin dalla nascita. Aveva una lingua così corta e sottile, che sembrava troncata dalla radice, come molti poterono molte volte costatare. Un certo Marco gli diede ospitalità per amor di Dio, e il giovane, sentendo che gli voleva bene, prese l'abitudine di restare con lui. Una sera Marco, durante la cena, disse alla moglie in presenza del ragazzo: “ Se il beato Francesco ridonasse a questo ragazzo l'udito e la parola, questo, sì, sarebbe un miracolo grandioso ”. Poi aggiunse: “ Faccio voto a Dio che, se san Francesco si degnerà di fare questo miracolo, io manterrò questo ragazzo a mie spese per tutta la vita ”. Cosa davvero meravigliosa: in quello stesso istante la lingua del ragazzo ingrossò ed egli cominciò a parlare, dicendo: “ Gloria a Dio e a san Francesco, che mi ha donato l'udito e la parola! ”.

[1308] 2. Frate Giacomo da Iseo, da bambino, quand'era ancora in famiglia, aveva contratto una forma molto grave di ernia. Seguendo la divina ispirazione, benché giovane e infermo, si consacrò a Dio entrando nell'Ordine di san Francesco, non svelando, però, a nessuno il disturbo da cui era afflitto. Quando il corpo del beato Francesco venne traslato nel luogo dove ora è riposto, quale sacro tesoro, con i suoi resti mortali, anche frate Giacomo era presente e poté partecipare alla gioia comune e tributare il dovuto onore al corpo santissimo del Padre, ormai assunto alla gloria del cielo. Quando le sacre ossa furono deposte nell'arca, egli si avvicinò a quel sacro tumulo e, abbracciandolo con grande fervore di spirito, immediatamente avvertì che l'ernia era miracolosamente rientrata, lasciandolo perfettamente guarito. Depose il cinto e da allora rimase libero da tutti i passati dolori.

[1309] Da questa stessa infermità per la bontà di Dio e i meriti di san Francesco furono miracolosamente guariti fra Bartolomeo da Gubbio, frate Angelo da Todi; Nicola, sacerdote di Ceccano; Giovanni da Sora, un abitante di Pisa e un altro del paese di Cisterna; come pure Pietro di Sicilia, un abitante di Spello, presso Assisi, e moltissimi altri.

[1310] 3. A Maremma, nel Lazio, una donna, pazza da cinque anni, era diventata anche cieca e sorda. Si dilaniava le vesti con i denti, si buttava nel fuoco e nell'acqua. Al colmo di tutte le sventure, contrasse anche l'orribile mal caduco. Ma Dio nella sua misericordia dispose di venire in suo soccorso. Una notte, illuminata da Dio con lo splendore di quella luce che salva, ella vide il beato Francesco, assiso sopra un trono eccelso. Si prostrò dinanzi a lui, supplicandolo umilmente di guarirla; ma egli non accondiscese subito alle sue preghiere. La donna, allora fece il voto di non negare mai, finché ne avesse, I'elemosina a quanti gliel'avessero chiesta per amore di Dio e del Santo. Subito il Santo accettò il patto: lui, che un tempo ne aveva fatto uno simile col Signore e, benedicendola col segno della croce, le ridonò una salute perfetta. Da uguale infermità Francesco, il santo di Dio, liberò per sua bontà una fanciulla di Norcia, il figlio di un nobile e alcuni altri, come risulta da fonte sicura.

[1311] 4. Pietro da Foligno andò una volta in pellegrinaggio al santuario di San Michele, ma non si comportò troppo devotamente. Perciò, mentre stava bevendo a una fontana fu invaso dai demoni. Rimase ossesso per tre anni e, durante quel periodo, si dilaniava, faceva pessimi discorsi e compiva azioni orrende. In uno dei rari intervalli di lucidità, volle recarsi al sepolcro del pietoso padre Francesco, per invocare umilmente la sua potenza, poiché aveva sentito che era efficace per scacciare le forze demoniache. Appena ebbe accostato la mano al sepolcro, fu liberato in maniera prodigiosa dai demoni, che lo straziavano così crudelmente. Allo stesso modo, Francesco, nella sua bontà, venne in soccorso anche di un abitante di Narni, posseduto dal demonio, e di molti altri. Ma sarebbe troppo lungo narrare particolareggiatamente tutte le vessazioni diaboliche da cui essi erano tormentati e il modo in cui furono liberati.

[1312] 5. Un cittadino di Fano,che si chiamava Buonuomo era paralitico e lebbroso. Portato dai genitori nella chiesa dei beato Francesco, ottenne la guarigione da entrambe le malattie . Ma anche un giovane di San Severino, di nome Atto, che aveva il corpo tutto ricoperto di lebbra, fu guarito per i meriti del Santo, dopo aver fatto un voto ed avere visitato il suo sepolcro. E certo il Santo ebbe una potenza taumaturgica straordinaria nel guarire dalla lebbra, perché, durante la sua vita si era votato, per umiltà e pietà, al servizio dei lebbrosi.

[1313] 6. Nella diocesi di Sora, una nobildonna di nome Rogata, da ventitré anni era affetta da perdite di sangue. Si aggiunga che era ricorsa a moltissimi medici, ricavandone moltissimi malanni. Spesso, per l'acuirsi della malattia, sembrava in fin di vita. Se, poi, si riusciva ad arrestare l'emorragia, le si gonfiava tutto il corpo. Le capitò di sentire un ragazzo che cantava in vernacolo romanesco la storia dei miracoli, operati da Dio per mezzo di san Francesco, e allora, sciogliendosi in lacrime per la commozione e il dolore, incominciò a dire così: “ O beato padre Francesco, che rifulgi per tanti miracoli, se ti degnerai di liberarmi da questa malattia, ne avrai grande accrescimento di gloria, perché un miracolo così grande finora non l'hai mai fatto ”. A che tante parole? Aveva appena finito di parlare, che si sentì guarita, per i meriti del beato Francesco. San Francesco, poi, le guarì anche il figlio Mario, che aveva un braccio rattrappito, dopo che ella ebbe fatto un voto in suo onore. Anche una donna di Sicilia, che per sette anni aveva patito perdite di sangue, fu guarita dal santo alfiere di Cristo.
[1314] 7. Nella città di Roma, una donna di nome Prassede, famosa per la sua religiosità, ormai da quasi quarant'anni viveva imprigionata in una piccola cella, dove si era rinchiusa fin dall'età tenerella per amore dell'eterno Sposo. Prassede meritò dal beato Francesco un favore singolare. Un giorno era salita sul solaio della celletta a prendere qualcosa che le occorreva; ma, colta da capogiro, cadde, a ruppe il piede con la gamba e si slogò una spalla. Le apparve allora il benignissimo Padre, avvolto in candide vesti splendente di gloria e si mise a parlarle con grande tenerezza “ Alzati, figlia benedetta; alzati e non temere ”. La prese per mano e la rialzò; poi scomparve. Ella, credendo di vedere un fantasma, si volgeva qua e per la sua celletta; ma quando, alle sue grida, accorsero finalmente con un lume, capì che era stata perfettamente risanata per l'intervento del servo di Dio Francesco e narrò per ordine tutto quanto era accaduto.

IX

TRASGRESSORI DELLA FESTA DI SAN FRANCESCO.

DENIGRATORI DELLA SUA GLORIA

[1315] 1. Dalle parti di Poitiers, in un villaggio chiamato Le Simon, un sacerdote di nome Reginaldo aveva ordinato ai suoi parrocchiani di celebrare solennemente la festa di san Francesco, per il quale aveva molta devozione. Ma un popolano, che non conosceva la potenza del Santo, non tenne conto dell'ordine del suo parroco. Uscito fuori nel campo per far legna, mentre si accingeva al lavoro, udi per tre volte una voce che gli diceva: “ E festa: non si può lavorare ”. Quel servo temerario, che non aveva ascoltato il comando del sacerdote, non si lasciò impressionare neppure dalla voce del cielo. Ma la potenza di Dio, a gloria del suo Santo, intervenne senza indugio con un miracolo, che fu anche un castigo. Il contadino aveva già alzato con una mano la scure per dar inizio al lavoro, mentre con l'altra teneva la forcella: ma ecco che per intervento divino, ognuna delle mani gli rimase attaccata all'arnese che impugnava e le dita gli si irrigidirono in modo tale che non riusciva più a staccarle. Stupefatto, non sapendo che fare, corse alla chiesa, mentre molti accorrevano da ogni parte per vedere il prodigio. Con il cuore contrito, si inginocchiò davanti all'altare; poi, per suggerimento di uno tra i molti sacerdoti là invitati per la festa, fece umilmente a san Francesco tre voti, come tre volte aveva sentito la voce del cielo: di celebrare con onore la sua festa; di venire, nel giorno della festa, in quella chiesa in cui ora si trovava e di andare in pellegrinaggio al sepolcro del Santo. Prodigio stupendo da raccontare: formulato un voto, rimase libero un primo dito; pronunciando il secondo, si sciolse l'altro, ma, emesso il terzo voto, non si staccò solo il terzo dito, ma tutta quanta la mano. Così pure avvenne, successivamente, per l'altra mano. Intanto la gente, ormai accorsa in gran numero, implorava con molta devozione la clemenza del Santo. L'uomo, riacquistato il libero uso delle mani, depose da se stesso i suoi attrezzi mentre la folla lodava Dio per la meravigliosa potenza dei Santo, che tanto meravigliosamente poteva colpire e risanare. A ricordo del fatto, sul luogo stesso fu costruito un altare in onore di san Francesco e davanti all'altare furono appesi quei famosi attrezzi, che anche oggi si possono vedere. Molti altri miracoli furono compiuti là e nei dintorni, quasi per dimostrare che il Santo regna glorioso nei cieli e che qui in terra si deve celebrare col debito onore la sua festa.

[1316] 2. Nella città di Le Mans, una donna che, nel giorno della solennità di san Francesco, si era messa a lavorare stendendo la mano alla conocchia e le dita a stringere il fuso, sentì le mani irrigidirsi e un gran bruciore alle dita. Quel castigo fu per lei come una lezione. Riconobbe la potenza del Santo e, tutta pentita, corse dai frati: mentre i figli devoti supplicavano la bontà del padre santo, la donna venne risanata. Sulle sue mani non rimase alcuna lesione, salvo una traccia di bruciatura, come per ricordarle quant'era accaduto.
[1317] In maniera simile tre altre donne (una nella Campania Felice, una a Valladolid e una nel paese di Piglio), che, per loro prevaricazione, si rifiutavano di celebrare la festa del Santo, furono dapprima castigate; ma, poi, pentite, ancor più mirabilmente vennero guarite per l'intercessione del Santo.

[1318] 3. Un cavaliere di Borgo, in provincia di Massa, denigrava con estrema sfacciataggine le opere e i miracoli del beato Francesco. Insultava e ingiuriava i pellegrini che si recavano a venerare il suo sepolcro e, nella sua frenesia, si scagliava pubblicamente contro i frati. Una volta quel peccatore ostinato, per contestare la gloria del Santo di Dio, uscì in quest'esecrabile bestemmia: “ Se codesto Francesco è davvero un santo, che io muoia oggi stesso d'un colpo di spada; se, invece, non è un santo, che io resti incolume ”. L'ira di Dio non tardò a colpire col giusto supplizio colui che ormai aveva trasformato la sua preghiera in colpa. Infatti di lì a poco, suo nipote, sentendosi ingiuriare da quel bestemmiatore, sguainò la spada e gliela immerse nel ventre. In quel giorno stesso lo scellerato morì e divenne preda dell'inferno, figlio delle tenebre: perché tutti imparassero a non contrastare con espressioni blasfeme gli stupendi prodigi di Francesco e a celebrarli con debite lodi.

[1319] 4. Un giudice di nome Alessandro, mentre si dava da fare, con la sua lingua avvelenata, per distogliere quanti più poteva dalla devozione al beato Francesco, per giudizio divino perdette l'uso della parola. Vedendo che la punizione lo aveva colpito proprio in quella lingua con la quale aveva peccato, provò gran pentimento e dolore d'aver inveito come un cane rabbioso contro i miracoli del Santo. Perciò il Santo misericordioso placò il proprio sdegno e riaccordò la propria benevolenza al povero pentito, che umilmente lo invocava, e gli restituì l'uso della parola. Da allora il giudice, ammaestrato e reso devoto dal castigo, consacrò la sua lingua, non più a denigrare il Santo, ma a celebrarne la gloria.

X

ALTRI MIRACOLI VARI

[1320] 1. A Gagliano Aterno, in diocesi di una donna di nome Maria, serva fedele e Gesù e di san Francesco. Un giorno d'estate, uscita a procurarsi il necessario con le proprie mani, la donna si sentì venir meno per il gran caldo e per la gran sete. Sola, su una montagna arida e assolutamente sprovvista d'acqua, si gettò a terra quasi esanime e incominciò a invocare piamente, nel suo cuore, il suo protettore san Francesco. Continuò la sua preghiera umile e sentita, finché, spossata all'estremo dalla fatica, dalla sete e dal caldo, si assopì alquanto. Ed ecco venire san Francesco e chiamarla per nome, dicendole: “ Alzati e bevi l'acqua che la generosità di Dio ha procurato per te e per molti ”. All'udire quella voce, la donna si destò dal suo sopore, tutta confortata; e afferrando una felce lì vicino, la svelse dalle radici; poi, scavando tutto intorno con un bastoncino, trovò acqua viva: era, all'inizio, un tenue zampillo; ma subito, per divina potenza, si ingrandì in una sorgente. Bevve, dunque, la donna a sazietà; poi si lavò gli occhi e sentì che acquistavano nuova forza visiva, mentre prima li aveva appannati a causa d'una lunga malattia. S'affrettò a casa, la donna, e raccontò a tutti lo stupendo miracolo, a gloria di san Francesco. Udito il prodigio, molti accorsero da ogni parte e costatarono per esperienza diretta la efficacia miracolosa di quell'acqua, poiché in gran numero, bagnandosi con essa, dopo aver confessato i loro peccati, venivano guariti da varie malattie. Quella chiara fonte c'è ancora e accanto è stato costruito un oratorio in onore di san Francesco.

[1321] 2. A Sahagún, nella Spagna, san Francesco fece rinverdire miracolosamente, contro ogni speranza, un ciliegio ormai secco, ridonandogli fiori e frutti. Liberò, inoltre, col suo intervento miracoloso, le campagne di Villasilos dal flagello dei vermi, che rodevano le vigne tutt'intorno. Un sacerdote di Palencia, che tutti gli anni aveva il granaio invaso dai tarli del grano, lo affidò con fede al Santo, e il Santo lo mondò completamente da quei parassiti. Un signore di Petramala, nel regno delle Puglie, raccomandandosi umilmente al Santo, ottenne che il suo campo rimanesse indenne dal terribile flagello dei bruchi, che faceva strage tutt'intorno.
[1322] 3. Un certo Martino aveva condotto i buoi al pascolo, lontano dal suo paese. Uno dei buoi cadde e si fratturò una gamba molto malamente, sicché non c'era modo di rimediare. Martino decise di scuoiarlo; ma non avendo l'arnese necessario e dovendo tornare a casa a prenderlo, lasciò a san Francesco la cura del bue, fiducioso che il Santo lo avrebbe custodito fino al suo ritorno dall'assalto dei lupi. Ritornò il mattino dopo, prestissimo, con lo scortichino, nel bosco dove aveva lasciato il bue, ma lo trovò che pascolava, così sano che non si riusciva assolutamente a distinguere quale fosse la gamba fratturata. Martino rese grazie al buon pastore che aveva custodito con tanta cura 11 suo bue e lo aveva guarito.  L'umile Santo ama soccorrere tutti quanti lo invocano e non sdegna di venir incontro alle necessità, per quanto piccole, degli uomini. Infatti ad un tale di Amiterno fece ritrovare il giumento che gli era stato rubato. A una donna di Antrodoco riaggiustò perfettamente un catino nuovo, che, cadendo, s'era rotto in mille pezzi. Anche ad un contadino di Montolmo, nelle Marche, riaggiustò il vomere, reso inutilizzabile da una rottura.
[1323] 4. Nella diocesi di Sabina c'era una vecchierella ottuagenaria, alla quale la figlia, morendo, aveva lasciato un bambino ancora lattante. Piena di miseria, era la vecchierella, ma vuota di latte: e non c'era nessuna donna che si prestasse a dare al bambino affamato la necessaria razione di latte, sicché la vecchierella non sapeva proprio da che parte voltarsi. Intanto il bambino si indeboliva. Allora la vecchierella, priva di ogni aiuto umano, una notte, tra una pioggia di lacrime, si rivolse con tutta l'anima al beato padre Francesco, invocando soccorso. Il Santo, che ama l'età innocente, fu subito accanto a lei e le disse: “ Io sono san Francesco che, tu o donna, hai invocato con tante lacrime. Porgi le tue mammelle alla bocca del bambino, perché il Signore ti darà latte in abbondanza ”. La vecchia adempì all'ordine del Santo e immediatamente le mammelle della ottuagenaria diedero latte in abbondanza. La fama di questo mirabile dono del Santo si diffuse ovunque, perché molti, uomini e donne, erano accorsi a vedere. E siccome la lingua non poteva impugnare ciò che gli occhi attestavano, tutti si sentivano infervorati a lodare Dio per la potenza mirabile e per l'amabile pietà del suo Santo.

[1324] 5. Due coniugi di Scoppito avevano un unico figlio che era nato con le braccia attaccate al collo, le ginocchia congiunte al petto e i piedi uniti alle natiche, sicché non pareva figlio di uomini, ma un mostro. Da qui la loro quotidiana afflizione per quella discendenza così umiliante. Era la donna a soffrire più intensamente. Spesso ella si rivolgeva a Cristo con grida e lamenti, pregandolo che si degnasse di venir incontro alla sua infelicità e alla sua vergogna, per l'intercessione di san Francesco. Una notte, mentre, oppressa da questa tristezza, si abbandonava ad un triste sonno, le apparve san Francesco, che la confortò con tenere parole e inoltre la esortò a portare il figlio in un luogo vicino dedicato al suo nome, per aspergerlo nel nome del Signore con l'acqua del pozzo che vi avrebbe trovato: così sarebbe divenuto perfettamente sano. La donna, però, non volle eseguire l'ordine del Santo, che glielo ripeté in una seconda apparizione. Infine, apparendole una terza volta, la condusse col suo bambino fino alla porta del luogo indicato, precedendola e facendole da guida. Vedendo sopraggiungere alcune matrone, venute per loro devozione a visitare quel luogo, la donna raccontò loro accuratamente la visione. Quelle, allora, andarono con lei a presentare il bambino ai frati. Poi la più nobile tra loro attinse l'acqua dal pozzo e lavò il bambino con le proprie mani: subito tutte le membra del bambino acquistarono una posizione normale e il bambino fu sano. La grandezza del miracolo suscitò lo stupore di tutti.

AGGIUNTA POSTERIORE

[1325] 5a. A Susa, un giovane di Rivarolo Canavese, di nome Ubertino, era entrato nell'Ordine dei frati minori. Durante il noviziato, a causa di un terribile spavento, divenne pazzo e, colpito da gravissima paralisi in tutta la parte destra, perdette con il moto la sensibilità, l'udito e la parola. Con grande mestizia dei frati, egli rimase disteso nel letto in quella condizione così pietosa per molti giorni, mentre intanto si avvicinava la solennità di san Francesco. Alla vigilia, ebbe un momento di lucido intervallo e, così come gli riusciva, si mise ad invocare con parole indistinte ma fervida fede, il padre pietoso. All'ora del mattutino, mentre tutti gli altri frati erano in coro, intenti alle divine lodi, ecco, il beato padre apparve al novizio nell'infermeria, vestito con l'abito dei frati, facendo risplendere una grande luce in quell'abitazione. E, ponendogli la mano sul fianco destro, la fece scorrere dolcemente dalla testa ai piedi; gli mise le dita nell'orecchio e gli impresse un segno particolare sulla spalla destra, dicendo: “ Questo sarà per te il segno che Dio, servendosi di me, che tu hai voluto imitare entrando in Religione, ti ha ridonato perfetta salute ”. Poi, mettendogli il cingolo, che, stando a letto, il novizio non aveva indosso, gli disse: “ Alzati e va in chiesa a celebrare devotamente, insieme con gli altri, le prescritte lodi di Dio ”. Detto questo, mentre il giovane cercava di toccarlo con le mani e di baciargli i piedi, in segno di ringraziamento, il beato padre scomparve dalla sua vista. Il giovane, riacquistata la salute e la lucidità della mente, la sensibilità e la parola, entrò in chiesa, tra lo stupore dei frati e dei secolari, presenti per la circostanza, che avevano visto il giovane quand'era paralitico e senza senno partecipò alla recita delle lodi e poi raccontò per ordine il miracolo, infiammando tutti alla devozione per Cristo e per il beato Francesco.

[1326] 6. Un abitante di Cori, in diocesi di Ostia, aveva perduto totalmente l'uso della gamba e non poteva assolutamente camminare né muoversi. Trovandosi in così grave angustia e disperando delI'aiuto umano, una notte si diede a presentare le sue querele a san Francesco, come se lo vedesse lì presente, in questo stile: “ O san Francesco, aiutami. Non ti ricordi il servizio che ti ho fatto e la devozione che ti ho sempre dimostrato? Io ti ho portato sul mio asino, ho baciato i tuoi sacri piedi e le tue sacre mani; sempre ti sono stato devoto, sempre sono stato generoso con te: ed ecco che ora muoio tra questi crudelissimi tormenti” . Spinto da questi lamenti, subito si fece presente quel Santo che non dimentica i benefici ricevuti ed è riconoscente ai suoi devoti, apparendo in compagnia di un altro frate, all'uomo che vegliava in preghiera. Gli disse che era accorso alla sua chiamata e che aveva portato la medicina per guarirlo. Gli toccò la parte offesa con un bastoncino in forma di Tau, facendo scoppiare il tumore e ridonandogli perfetta salute. Ma fece una cosa ancor più meravigliosa: gli lasciò impresso il sacro segno del Tau sul punto dov'era stata sanata la piaga, a memoria del miracolo. Era questo il segno con il quale san Francesco firmava le sue lettere, ogni volta che la carità lo

spingeva ad inviare qualche missiva.

[1327] 7. Ma ecco: mentre la nostra mente, distratta dalla varietà dei fatti narrati, indugia ora su l'uno ora su l'altro dei miracoli compiuti dal beato padre, si è incontrata nuovamente, sotto la guida di Dio, con il Tau, cioè con il segno della salvezza. Ciò è avvenuto per i meriti di Francesco stesso, glorioso alfiere della croce, e ci permette di rilevare che la croce è divenuta la più solida testimonianza della gloria che ora egli gode, trionfando con Cristo in cielo, così come era stata la causa dei suoi meriti eccelsi e della sua salvezza, quando seguiva la milizia di Cristo, qui sulla terra.

[1328] 8. E, in verità, questo mistero grande e mirabile della croce, nel quale i carismi della grazia, i meriti delle virtù, i tesori della sapienza e della scienza sono nascosti così profondamente da risultare incomprensibili ai sapienti e ai prudenti di questo mondo, fu svelato a questo piccolo di Cristo in tutta la sua pienezza, tanto che in tutta la sua vita egli ha seguito sempre e solo le vestigia della croce, ha conosciuto sempre e solo la dolcezza della croce, ha predicato sempre e solo la gloria della croce. Perciò egli, all'inizio della sua conversione ha potuto dire con verità, come l'Apostolo: “ Non sia mai ch'io mi glori d'altro che della Croce di Cristo ”. Con non minor verità ha potuto ripetere, nello svolgimento della sua vita: “ Tutti quelli che seguiranno questa regola, pace sopra di loro e misericordia ”. E con pienezza di verità, nel compimento della sua vita, ha potuto concludere: << Io porto nel mio corpo le stimmate del Signore Gesù! >>. Ma noi bramiamo sentire ogni giorno da lui anche quell'augurio: “ La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia col vostro spirito, fratelli. Amen ”.

[1329] 9. Glòriati, dunque, ormai sicuro, nella gloria della croce, o glorioso alfiere di Cristo; tu che, cominciando dalla croce, sei progredito seguendo la regola della croce e nella croce hai portato a compimento la tua opera. Glòriati, ora che prendendo a testimonio la croce, manifesti a tutti i fedeli quanto sei glorioso nel cielo. Ormai ti seguano sicuri coloro che escono dall'Egitto: il legno della croce di Cristo farà dividere davanti a loro il mare ed essi passeranno il deserto, attraverseranno il Giordano della vita mortale e, sorretti dalla mirabile potenza della croce, entreranno nella terra promessa dei viventi. Là ci introduca il vero condottiero e salvatore dei popolo, Gesù Cristo crocifisso, per i meriti del suo servo Francesco, a lode del Dio uno e trino; che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

E' terminata la narrazione

dei miracoli

compiuti dal beato Francesco

dopo la sua morte.