L'ALBERO DELLA VITA CROCIFISSA DI GESU' di Ubertino da Casale
 
 
 
L'ALBERO DELLA VITA

CROCIFISSA DI GESÙ

di

UBERTINO DA CASALE

COMPOSTO alla Verna, tra il 9 marzo e il 28 settembre 1305, I' Arbor vitae di Ubertino da Casale (c. 1259/1325) è un voluminoso trattato che, in cinque libri, espone sostanzialmente la vita e la passione di Cristo. L'idea-madre dell'opera è da ricercarsi nel Lignum vitae di san Bonaventura, da cui è ricavata la stessa immagine dell'albero della storia le cui radici affondano nelle origini del mondo e arrivano fino all'incarnazione di Cristo. I suoi rami sono le opere di Cristo stesso, i fiori e i frutti sono le gesta degli eletti. Orientata decisamente in visione cristocentrica, la trama dell' Arbor vitae non può essere interpretata in funzione dello svolgimento storicotrinitario prospettato da Gioacchino da Fiore. Il suo libro V, dedicato tutto a Francesco e al francescanesimo come coronamento e « fructificatio » più alta della storia, palesa nondimeno elementi gioachimitici mediati dagli insegnamenti di Pietro di Giovanni Olivi. Come disegno di fondo sono collocati i sette « stati » della Chiesa, gli ultimi due sono elevati a « terza età » del mondo. Il sesto è iniziato appunto con Francesco, angelo del sesto sigillo e rinnovatore della vita evangelica, età che vedrà la sconfitta dell'Anticristo per opera dei « poveri e angelici », a cui seguirà il settimo stato, quello della quiete e del giubilo della Gerusalemme celeste in terra. Per questa sua visione, oltre che la Leg. mag. di Bonaventura e le dottrine dell'Olivi, Ubertino utilizza testimonianze orali e scritte di compagni di Francesco o di loro seguaci. Interessante, soprattutto, la trascrizione che egli fa di alcuni « rotuli » di frate Leone (per es. I' Intentio Regulae, trascritta quasi per intero nel lib. V, c. 3) della cui esistenza è testimone qualificato e che per lungo tempo non furono conosciuti che per sua mediazione, ma restituiti ora anche dalla Leg. per. cc. 66-77, da cui furono probabilmente estratti. Di un'opera così complessa offriamo soltanto il c. 3 del lib. V e alcune altre pagine dello stesso libro, traducendo dall'edizione dell' Arbor vitae crucifixae Iesu, Venezia 1485 riproposta anastaticamente nel 1961 dalla « Bottega di Erasmo >> di Torino. Per una più esatta collocazione di queste testimonianze, cfr. Introduzione, qui, pp. 251-259.

1.

« GESU' GENERA FRANCESCO »

[2044] Vivevano in gran numero, sul finire del quinto stato della Chiesa, giumenti di lascivia, rettili di avarizia, bestie di superbia e, a causa di costoro, la vita della Chiesa pellegrina era tutta deturpata e perciò corrosa dalla turba ipocrita dell'eretica empietà.

[2045] Ma sebbene il geloso Gesù fosse ripieno di sdegno contro la malizia della Sposa, che in gran moltitudine deviava dietro gli adulteri, non trattenne però nell'ira la sua misericordia, e destinò un ultimo appello per la Chiesa del quinto stato, suscitando in mezzo ad essa uomini di sublime verità, i quali estirparono ogni avidità, sterminarono la voluttà, ricusarono le dignità, e avevano in orrore la doppiezza, difendevano la verità, erano ardenti di carità, rinnovatori dell'onestà e imitatori in modo tutto speciale di Cristo Gesù. Costoro, con l'esempio della loro vita portarono un fortissimo attacco contro la Chiesa deformata, mediante la parola della predicazione eccitarono il popolo alla penitenza; con prove evidenti trafissero l'eretica malizia e con l'intercessione della preghiera placarono l'ira divina.

[2046] Tra questi, a similitudine di Elia e di Enoch, splendettero specialmente Francesco e Domenico. Il primo, purificato col carbone serafico e infiammato d'ardore celeste, sembrava incendiare tutto il mondo. L'altro invece, come cherubino disteso e proteggente, luminoso per luce di sapienza e fecondo per la parola della predicazione, risplendette luminosissimo sopra le tenebre del mondo. Queste virtù caratteristiche ciascuno le trasfuse all'inizio nei suoi figli, anche se si deve rilevare che in ambedue splendore e ardore si congiungono nell'abbondanza dello spirito. Ma poiché tutto il male del quinto stato consisteva nella depravazione delle varie forme della vanità, la quale trae incitamento dalla avidità e abbondanza delle cose temporali, perciò colui che escluse più radicalmente da sé e dalla sua Religione le cose temporali, questi viene proclamato riformatore principale di questo stato.

[2047] E poiché è in lui che inizia il sesto stato della Chiesa, e in lui deve avvenire la riforma della vita di Cristo si può affermare che egli è stato prefigurato per mezzo del primo uomo che Dio, con libera decisione, dopo le opere dei primi cinque giorni, creò a sua immagine e somiglianza perché dominasse su tutte le cose. Sia però chiaro: non si vuole con questo affermare che i santi del sesto stato siano superiori agli Apostoli, i quali, a motivo della indivisibile sequela di Cristo, devono essere eccettuati da ogni paragone con tutti gli altri; e tra di essi va annoverato Domenico nella riforma spirituale e nel disprezzo universale, pieno e perfetto delle cose terrene. Ma sebbene ciascuno di questi due Santi abbia calpestato pienamente e perfettamente il mondo e abbia comandato ai propri figli di calpestarlo, tuttavia, poiché' abbiamo ora incominciato a trattare di colui la cui forma di vita è ora presa particolarmente di mira da coloro che corrompono la vita evangelica, e dal principio fu più fortemente impugnata dai subdoli maestri che screditavano l'altissima povertà, perciò rivolgeremo la nostra attenzione unicamente a lui perché di lui si può affermare in maniera tutta speciale che fu segno di somiglianza della vita di Cristo sia per la sua condotta, sia per il fastigio della contemplazione, sia per il miracolo della ammirazione, sia finalmente per il privilegio della sua configurazione nelle piaghe della santissima passione di Gesù Cristo.

FRANCESCO IMITATORE DI CRISTO

NELLA SUA CONDOTTA

[2048] Se parliamo della sua condotta, chi potrebbe narrare degnamente con quanta fedeltà e somiglianza si studiò di imitare la vita mortale di Cristo? Tutto il suo impegno pubblico e privato mirava a questo: rinnovare in se stesso e negli altri le orme di Cristo, coperte e dimenticate. E questo fu il privilegio speciale di questo benedetto Francesco, col quale meritò, davanti a tutti e in breve tempo, di donare alla santa Chiesa la vita di Gesù nella forma comunitaria e durevole del suo Ordine. Infatti, sebbene i santi apostoli siano stati posti come speciali fondamenti di questa vita, sopra la stessa somma prima pietra angolare, Cristo Gesù, sulla quale si costruisce e giunge al suo apice tutto l'edificio dello stato ecclesiastico; tuttavia, poiché, come è detto altrove, la sinagoga dovette essere esclusa per la colpa della perfidia e i gentili non erano idonei a ricevere una vita così eccelsa, lo Spirito Santo mostrò agli Apostoli che lo stato della perfezione della vita evangelica non lo si doveva trasfondere nella moltitudine di allora; per questo neppure imposero alle Chiese da loro fondate l`osservanza di quello stato di vita che essi avevano ricevuto come comando da Cristo e osservato totalmente. Questo infatti era riservato al terzo stadio generale di tutto il mondo, nel quale è rappresentata in modo speciale la persona dello Spirito Santo, e al tempo dell`apertura del sesto sigillo, cioè al sesto stato della Chiesa, nel quale si doveva comunicare alla Chiesa la vita di Cristo e si doveva ritornare al principio della perfezione della vita di Cristo, quasi si stendesse un nuovo cerchio e un nuovo inizio della Chiesa, riportandosi alla Chiesa primitiva.

[2049] Perciò ti ho già detto più sopra che questo sesto stato tiene gli occhi intenti in modo speciale sul tempo di Cristo, a similitudine del quale, nell'apertura del sesto sigillo, Giovanni dice: « Ho visto un altro angelo che saliva dalI'oriente e portava il sigillo del Dio vivente >>. Commentando questo versetto, nel libro sopra l'Apocalisse, l'abate Gioacchino dice: « Questo è quell'angelo che Cristo, a motivo della sua consonanza con lui, guarda venire al principio del terzo stato del mondo ». E dunque chiaro che la illuminazione donata a Gioacchino afferma che al principio del sesto stato verrà dato al mondo un uomo angelico, quello che Cristo vede concorde con lui, perché apparirà come uno che rinnova in maniera tutta singolare la vita di Cristo.

[2050] Ed io ho sentito da un solenne dottore di questo ordine che frate Bonaventura, allora ministro generale e dottore solenne, presente il predetto dottore che l'ha comunicato a me, nel Capitolo di Parigi proclamò asseverantemente che egli era certo e certificato che il beato Francesco era l'angelo del sesto sigillo e che l'evangelista Giovanni aveva inteso parlare alla lettera proprio di lui, della sua forma di vita e del suo Ordine, e quando scriveva quelle parole vedeva lui e il gruppo dei suoi figli, perfetti imitatori di Cristo, in tutte le pagine aperte a quel sesto sigillo. E questo medesimo frate Bonaventura nello stesso luogo asserì col massimo fervore, come ho udite da quella persona, se la memoria non mi inganna, che egli era certissimo di questo a motivo di rivelazioni, punto sospettabili, fatte a persone tali, che gli era impossibile dubitarne.

[2051] Risulta poi a me che scrivo, attraverso molte testimonianze di santi frati antichi, che tanto al beato Francesco quanto ad altri suoi compagni -- dai quali la loro vita apostolica allontana ogni sospetto, per chi guarda con mente non perfida, immonda e disordinata--, fu chiaramente rivelato, ed essi conobbero chiaramente il fondamento dell'Ordine e la sua crescita e l'orrenda rovina e il venir meno e la resurrezione gloriosa di esso, a similitudine della figura solare della vita di Cristo, e non con una sola ma con innumerevoli e per loro indubitabili rivelazioni, e così limpidamente che affermavano queste cose con certezza assolutamente piena.

TESTIMONIANZA DI GIOVANNI DA PARMA

[2052] Neppure si deve trascurare la testimonianza di un santo caro a Dio, di un uomo tra i più perfetti che siano esistiti nel nostro tempo, da quanto è dato ricavare dai segni esteriori, voglio dire del santissimo padre Giovanni da Parma, che fu ministro generale di questo Ordine, dottore chiarissimo, facondo predicatore e di tanta perfezione, quanto ad austerità, umiltà e carità, sublimità di contemplazione, amore alla solitudine, fuga d'ogni vanità mondana e consumato dallo zelo divino a motivo della depravazione che vedeva di questa Religione e della Chiesa, e di così ferma costanza nell'asserire tale verità, che per essa sopporto pazientissimamente molte persecuzioni e le umiliazioni più pesanti; ma non piegato per questo, non tralasciò di asserire col massimo fervore questa verità davanti a molti pontefici e cardinali, e perciò meritamente e con piena certezza deve essere annoverato tra gli uomini amanti e serafici e i più grandi santi della Chiesa, da tutti quelli che sinceramente amano e imitano Gesù. Egli infatti, nel fervore dello spirito, sostenendo i suoi atti senili col vigore della grazia, non della natura, bramava, come uno dei discepoli di Giovanni evangelista, di congiungere a Cristo l'Asia che era schiava dell'errore. E per questo motivo, mentre con obbedienza del Papa di allora si dirigeva verso quelle regioni, giunto nella città delle Marche che ha nome Camerino, venne chiamato da Cristo Gesù, che aveva sinceramente amato nella perfetta osservanza del Vangelo, della Regola e del Testamento del beato padre Francesco, alla gloria celeste. Come prova della sua glorificazione in cielo, Gesù, che ha cura della gloria degli umili, ha dato al mondo molteplici testimonianze di miracoli, ed io non ricordo di aver letto di nessun santo un numero così stragrande di miracoli. Infatti molti risuscitò da morte, moltissimi salvò dai pericoli della morte, soccorse con tanta abbondanza ciechi muti, sordi, feriti, contratti, languenti e soggiogati da tante altre malattie, che, quanto minore è stata l'approvazione di lui da parte della Chiesa « carnale »,--che egli rimproverava con parole durissime--, tanto più grande sembra il potere dei miracoli di cui è provvisto nella Chiesa celeste.

[2053] Ora questi affermava con tutta chiarezza, come io stesso ascoltai con queste mie indegne orecchie, che il sesto sigillo ha inizio in Francesco e nel suo Ordine, e che l'iniquità della Chiesa deve consumarsi nella confusione della vita e Regola di lui a causa dei figli che la trasgrediscono e dei grandi prelati che li favoriscono. Dico di quella Chiesa che non si chiama già Gerusalemme e Sposa di Gesù, ma Babilonia e meretrice e impudica, il giudizio della quale renderà luce pienissima della vita di Cristo e per la condanna della quale nella sesta visione dell'Apocalisse i santi cantano un Alleluia così solenne. Credo poi fermissimamente che Gesù, difensore della sua verità, abbia mostrato così numerosi miracoli mediante l'invocazione di questo santissimo uomo, perché la verità che egli predicava alla Chiesa carnale, e che ai figli di Francesco secondo la carne era in grande odio, rifulga certa a quanti hanno gli occhi della fede, perché, ricevendo da Dio dal cielo una testimonianza che esclude ogni dubbio, sia osservata devotamente e con fede ferma.

[2054] Infatti io, allora giovane, tutto tremante per le mie trasgressioni circa l'osservanza della vita promessa, quattro anni prima della morte di lui, ascoltai dalle sue santissime labbra questa esplicita parola, mentre fissavo la sua faccia angelica: « Vai --disse--con sicurezza, o figlio, perché di qui a quattro anni Dio ti manifesterà esplicitamente chi devi seguire e quale parola di verità si deve osservare inviolabilmente». Mi trovavo nell'eremo di Greccio, e là quell'uomo angelico, vivendo una vita angelica, nella festa di san Giacomo, il 25 luglio, mentre ascoltava il mio lamento, dopo aver confessato i miei peccati, perché non sapevo chi dovevo seguire--dal momento che sia i prelati della Chiesa che i superiori dell'Ordine non solo sostenevano il rilassamento della vita, ma addirittura lo imponevano; ed egli affermava cose del tutto opposte a quelle--, a me che piangevo ed ero inginocchiato, penso, davanti a lui in luogo segreto, disse quelle parole che ho riportato. Quattro anni dopo, circa il 20 marzo, credo, tornò felicemente al cielo, sempre fermo in quella dottrina. E mentre io vivevo molto lontano, distratto in tante cose e pieno di tristezza per l'imperfezione della nostra vita, gravato delI'ufficio dell'insegnamento, il giorno di Pentecoste, inaspettato, mentre pensavo ad altre cose, venne al nostro luogo frate Salomone, ministro delle Marche, portando la notizia che Giovanni, il santo di Dio, era morto e rifulgeva per innumerevoli miracoli. Sebbene la mia mente fosse occupata in altre cose, e non pensassi minimamente alle parole che avevo udito da quel santo uomo, all'istante, come se il mio cuore fosse trapassato da una lancia, mi vengono ritornate alla mente tutte quelle parole perché seguissi la verità dello spirito di Cristo e, come mi stesse davanti, le scolpiva nel mio cuore dicendo: « Ecco colui che devi seguire, poiché non è testimonio di menzogna quel Dio che conferma la mia dottrina con tanta moltitudine di miracoli ».

[2055] Questo sia detto a memoria e testimonianza di quel benedetto santo uomo, che non dubito di dichiarare lui pure appartenente all'angelo del sesto sigillo. In verità, io penso che egli sia stato prefigurato attraverso quell'angelo che a Giovanni, tutto pieno di meraviglia, mostrò il sacramento della donna e della bestia e la condanna della grande meretrice, nel capitolo XVII dell'Apocalisse. Ma ritengo che sia ancora quell'angelo che, nel capitolo XIX, si dice sia disceso dal cielo. E questi, tra tutti, ebbe un grande potere sia d'osservare la vita evangelica in mezzo alla turba dei trasgressori, sia di redarguire le teste durissime di tutti i frati e degli empi; e la terra di tutta la Chiesa, ch'egli volle fruttificasse per Cristo, fu illuminata dalla gloria e dalla vita di lui. Questi, nella fortezza dello Spirito, aveva gridato con insistenza che l'empia Babilonia era scaduta dal vero culto di Dio; e aveva con tutto il suo sforzo esortato quell'altra Chiesa, di cui abbondantemente si parla in quel capitolo dell'Apocalisse, ad uscire di mezzo a loro.
[2056] Ecco perché sento dire che quei santi imitatori di Francesco, anzi del Signore Gesù Cristo, che subirono molte persecuzioni a motivo dell'osservanza della Regola e del Testamento del loro Padre, non potendo vivere nella osservanza del Vangelo in mezzo a questa Babilonia, egli stesso li consigliò a riparare in Asia, fino al tempo in cui il pio Gesù si degnasse concedere alla Chiesa dei riformatori della vita evangelica, predicendo loro profeticamente che là si sarebbero salvati dalla tempesta.

LA PERFETTA VITA EVANGELICA Dl FRANCESCO

[2057] Ma ora ritorniamo alla perfezione del beato Francesco. Non soltanto testimoni esterni, ma la stessa sua vita perfettissima dimostra che egli fu l'angelo del sesto sigillo. Con sintesi vigorosa Ubertino traccia la vita evangelica di Francesco, quale rinnovazione della vita di Cristo medesimo, nel segno molteplice: della crocifissione, della profonda umiltà, dell'estrema povertà, del fervore della carità, del desiderio della nostra salvezza, mediante il supplizio della sua croce e l'abbassamento e compassione verso i peccatori e gli afflitti. E richiamando più volte la sua leggenda (intendi la Leg. mag. di san Bonaventura) descrive la sua penitenza, attraverso la quale raggiunse un singolare dominio sulle creature, I'umiltà profonda per la quale volle essere minimo tra tutti, rifiutò ogni privilegio, salvo quello di poter osservare il santo Vangelo e edificare il popolo con Ia sua vita e con l'umile devozione verso il clero ( ricorda l'episodio del vescovo di Imola), piuttosto che con l'occupazione di cariche ecclesiastiche. Poi fa una lunga disamina dei pessimi frutti prodotti dai frati che avevano accettato cariche ecclesiastiche, riportando a più riprese parole di Francesco contro quelli che aspiravano a dignità ecclesiastiche. E continua: ...Cose a queste somiglianti diceva ai frati, volendo tenerli lontani da ogni pompa ecclesiastica e conservarli nelI'umiltà. Quindi e proprio per questo li chiamò minori perché non presumessero di diventare maggiori, e non voleva in nessun modo che essi aspirassero alle prelature. Perciò disse al signor ostiense, suo padre: « Se volete che portino frutti nella Chiesa di Dio, teneteli nello [2058] Qual gran frutto abbiano prodotto quelli che furono assunti a dignità ecclesiastiche di questo Ordine e`degli altri Ordini votati alla povertà, lo narrino quelli che hanno sentito, lo dicano quanti sono stati turbati a causa dei loro eccessi. Infatti il mondo ha conosciuto fin troppo che essi sono saliti nella dignità, ma discesi nella virtù e, attraverso molte loro azioni, viene provato che in tale promozione non hanno cercato tanto la perfezione della vita altrui quanto piuttosto il rilassamento della propria. Erano astinenti ed ora sono golosi, superbi e amanti del fasto; loro che erano usciti dal mondo entrando nella Religione, ritornano al mondo una volta assunta la dignità; arricchiscono i potenti e non si curano dei poveri, loro che erano soliti con la predicazione zelare la salvezza delle anime, ora sembrano essere negligenti più di molti altri in questa preoccupazione, dominati dalla brama di ammassare beni temporali per sé e per i loro parenti, e quanto più nei loro Ordini erano fin dalla loro infanzia vuoti di tutto per la povertà, tanto più ora sembrano preoccupati di riempirsi. O come era veramente grande profeta Francesco, e quanti mali ha causato all Ordine questa promozione! Sembra infatti che la preoccupazione unica di quanti studiano sia rivolta solo a questo, e questa ambizione sembra ribollire in coloro che hanno una certa sufficienza di sapere. Perciò vanno per le corti, procurano di dimorare con i prelati, li adulano, e non soltanto non ricusano ma quasi con tutte le forze, attraverso vie astute e simulazioni e cavilli, cercano queste cose, e sono pervenuti a tanto, che sembra avverato quel detto: « Come il popolo così il sacerdote », e come il chierico, così il religioso ambizioso e volubile. E poiché è in questo modo che entrano nelle dignità, non è meraviglia se non edificano ma conturbano. E' poco quanto ho detto, e viene meno la parola di fronte alla malizia di questo tempo.

[2059] Ma, al contrario, I'umile Francesco, per conservare profonda umiltà e confondere la futura ambizione, non volle essere promosso al sacerdozio. Sapeva infatti che fino alla manifestazione del sesto stato, non si doveva comunicare il regno delle anime per la strada delle prelature, ma utilmente attraverso lo spirito di povertà.

LA POVERTA' DI FRANCESCO

[2060] Ma poiché segno speciale di Gesù Cristo e della sua venuta furono la predetta verginità, umiltà e povertà, e delle prime due si è prelibato qualcosa, nella terza, cioè nella povertà, Gesù, sapienza del Padre, collocò il tesoro nascosto, per comprare il quale fu necessario vendere tutto il resto, e spinse gli altri col suo esempio ad osservarli, e decretò che in essa consiste la perfezione evangelica. Infatti in essa sta la pietra ferma sulla quale è fondata Ia casa evangelica, che non deve essere abbattuta dall'urto dei flutti né spazzata via dall'impeto dei venti e dalle piogge abbondanti, né squassata dai colpi delle tempeste. Ad essa Gesù consegnò il pacifico possesso del regno dei cieli su questa terra, mentre alle altre virtù lo promise solo nel tempo futuro. Invero, coloro che imitano la vera povertà in fervore di spirito, sono necessitati a vivere dei beni celesti, dal momento che non si curano dei beni terreni, e gustano nel presente esilio, con dilettoso palato, le dolci briciole che cadono dalla mensa degli angeli.

[2061] Questa è propriamente quella virtù altissima di Cristo Gesù, nella quale si imprime uno speciale segno di lui per quelli che si impegnano ad osservarla in tutto l'arco della sua perfezione. Non mancherà infatti nulla della perfezione a colui che questa virtù sposerà con piena fede, ferventissimo amore e osservanza inviolabile. Poiché questa povertà non è soltanto una virtù ma è di tutte le virtù perfezione e regina Infatti essa sottopone alla sua obbedienza le cime di tutte le virtù e più di tutte le altre cose configura colui che l'osserva a Gesù, figlio di Dio; e in questo rinnovamento sta la perfezione di ogni stato

[2062] Per questo motivo Francesco, bramoso di assomigliare a Gesù, fino dall'inizio della sua vita religiosa mise tutto il suo sforzo nel ricercare la santa povertà e nell'osservarla con ogni diligenza secondo il modello di Cristo, senza nessun dubbio di cosa contraria, né timore di cose sinistre, senza sfuggire nessuna fatica, senza evitare nessun malanno fisico pur di poter godere gli abbracci di madonna Povertà.

[2063] Come un esploratore curioso, incominciò a cercare, a circuire le strade e le piazze della Chiesa e ad esaminare la vita dei singoli, domandando ad essi quanto amassero la evangelica povertà. Ma era una parola nascosta, e come parola dal suono barbarico e sconosciuta a tutti quelli a cui chiedeva; e questi tremavano di spavento al solo udirne il nome e quasi maledicevano a lui che ne parlava, dicendo: « La povertà che cerchi, sia solo con te e con i tuoi figli e la tua discendenza dopo di te; a noi sia concesso di godere dei piaceri e di abbondare di ricchezza ».

[2064] Udendo questa risposta dagli stati comuni ( cioè dagli uomini del popolo), Francesco disse a se stesso: « Me ne andrò dai loro capi, i pontefici e parlerò loro. Essi conobbero la via del Signore, e il giudizio del loro Dio; forse costoro sono uomini del seguito, ignobili e stolti, che non conoscono la via del loro Signore Gesù ». Ma proprio i pontefici risposero con più durezza, dicendo: « Che cos'è questa nuova dottrina che scagli contro i nostri orecchi? Chi può vivere senza possessi di beni materiali? O forse tu sei migliore dei nostri padri, che ci diedero delle ricchezze temporali e possedettero chiese gonfie di cose temporali? Che significa quello che la povertà chiama moderazione? Non sappiamo di che cosa parli ».

[2065] Francesco, meravigliato ed ebbro dello spirito di povertà, si rivolse alla cura dell'orazione e incominciò a invocare Gesù, maestro di povertà: « O Signore Gesù, mostrami le vie della tua dilettissima povertà. So che nel Vecchio Testamento, che è figura del nuovo, promettesti a loro: Ogni luogo che il vostro piede avrà calcato, sarà vostro, calcare significa disprezzare: la povertà tutto disprezza, e perciò è di tutto regina. Ma, Signore mio, Gesù pio, abbi misericordia di me e di madonna Povertà. Infatti anch'io languisco per amore di lei, né posso riposare senza di lei, Signore mio, lo sai tu che me ne innamorasti. Ma anch'essa siede nella tristezza, rigettata da tutti. E' diventata come donna vedova la signora delle genti, vile e disprezzabile, mentre è la regina delle virtù, e si lamenta sedendo  sui rifiuti, perché tutti i suoi amici l'hanno disprezzata e le sono diventati nemici, e da tempo si dimostrano adulteri e non sposi. Guarda, Signore Gesù, poiché la povertà in tanto è regina delle virtù in quanto tu, lasciate le dimore degli angeli, sei disceso sulla terra per poterla sposare a te con amore perpetuo e generare in essa e da essa e per mezzo di essa tutti i figli della perfezione.

[2066] Essa si strinse a te con tanta fedeltà che fin da quando eri nel seno della madre incominciò il suo ossequio, poiché, come si pensa, avesti il più piccolo tra i corpi animati. Quando uscisti dal grembo, t'accolse nel santo presepio in una stalla e, mentre vivevi nel mondo, talmente ti lasciò privo di tutto che ti fece mancare anche di un luogo ove posare il capo. Ma ancora, come fedelissima consorte, mentre eri intento alla battaglia della nostra redenzione, t'accompagnò fedelmente e ti fu vicina come unico armigero; nella stessa lotta della passione, mentre i discepoli si allontanavano e rinnegarono il tuo nome, essa non si allontanò chè anzi allora te, con tutto il seguito dei suoi principi, unì ai fedeli. Di più, mentre la tua stessa madre, che però essa sola allora ti amò fedelmente e con affetto pieno di dolore e fu unita a tutte le tue sofferenze; mentre dunque la tua stessa madre, per l'altezza della croce era impotente a toccarti, madonna Povertà con tutte le sue penurie, come un donzello a te gratissimo, stette a te più che mai strettamente abbracciata e congiunta intimamente al tuo dolore. Perciò né si preoccupò di levigare la croce, né di fabbricarla secondo il costume rustico, e neppure fabbricò gli stessi chiodi in numero sufficiente per le ferite, come si crede, né li appuntì e rifinì, ma ne preparò tre soli, rudi e aspri e storti per aiutare il tuo supplizio. E mentre morivi per l'arsura della sete, lei stessa, fedele sposa, intervenne perché non potessi avere neppure una goccia d'acqua, ma tramite empi satelliti confezionò una bevanda di tale amarezza che potesti soltanto assaggiarla ma non berla. Perciò nello stretto abbraccio di questa sposa rendesti la tua anima. E neppure essa, sposa fedele, fu assente alle esequie della sepoltura, né permise che avessi nel sepolcro, in unguenti e lenzuola qualcosa che non fosse preso a prestito da altri. Non fu neppure, questa santissima sposa, assente alla tua resurrezione, perché, risorgendo gloriosamente nel suo amplesso, lasciasti nel sepolcro tutto quello che era a prestito e a caso. E la portasti con te in cielo, lasciando ai mondani tutte le cose del mondo. In quel momento, Signore hai lasciato nelle mani della povertà il sigillo del regno dei cieli per segnare gli eletti che vogliono procedere sulla via della perfezione.

[2067] Chi non amerà questa madonna Povertà più di tutte le cose? Ti domando di essere segnato con questo privilegio; bramo di essere arricchito di questo tesoro ti chiedo con insistenza che questo sia proprietà mia e dei miei in eterno, o Gesù poverissimo, per il tuo nome: di non poter possedere nulla sotto il cielo, e che la mia carne, finché è in vita, possa essere sostenuta con cose d'altri, usandole soltanto con penuria ». Il [Signore] piissimo acconsentì alla preghiera di lui, e immise nel suo affetto e rivelò alla sua intelligenza l'altezza della povertà e gli concedette di osservarla con pienezza d'amore, e volle per singolare privilegio, non concesso ai santi che lo avevano preceduto, che egli potesse trasfonderla nei suoi seguaci, perché questo fosse il segno distintivo della sua Religione: di non potere possedere in eterno come proprio nulla sotto il cielo, ma di vivere con uso stretto delle cose degli altri.

[2068] E poiché Francesco non volle disgiungere la santa compagnia di madonna Povertà e della persecuzione del mondo, che Cristo aveva avuto come sposa legittima, ma piuttosto amarle insieme con uguale, anzi unico amore, dal momento che quasi non sono due ma una cosa sola, perciò, per poter possedere pienamente il regno dei cieli, che è donato a loro due, volle rinunciare a tutto ciò che può allontanare i persecutori. Per questa ragione, poiché il diritto dei privilegi e vanifica la povertà e annulla la persecuzione, attuando così il divorzio di questo santo matrimonio, non volle nessuna bolla, nessun privilegio, se non questo soltanto: che la sua povertà non venisse macchiata in nessuna maniera. Ed ora geme per essere stato spogliato di esso subdolamente nel modo di vivere dei suoi posteri. Infatti questa Religione discese da Gerusalemme a Gerico ed incappò nei ladri che la lasciarono non tanto semiviva ma del tutto morta e, già fetida per la corruzione di quattro giorni, la chiusero nel sepolcro e si gloriano furenti di pazzia per tale possesso.

[2069] Il Santo aveva previsto questa rovina, che aveva cercato di evitare durante tutta la sua vita. Infatti, narra la  sua  leggenda che questo offendeva il suo sguardo più d'ogni altra cosa, se vedeva nei suoi frati qualcosa che non era perfettamente consono alla povertà. Insegnava ai frati che, secondo il costume dei poveri, dovevano costruire case poverelle in cui abitassero non come fossero di loro proprietà ma d'altri, come pellegrini e forestieri; e significa che, se quelli volevano poi scacciarli, non dovevano fare loro resistenza con nessun diritto, proprio o d'altri, nessun motivo di proprietà, nessuna astuzia, nessun ritardo, ma come lasciassero cose che erano propriamente di altri, con piena fiducia in Dio, ritenendo d'essere chiamati dallo Spirito Santo in altri luoghi per suoi occulti disegni anche attraverso l'odio dei persecutori. Questa è ]a ragione per la quale la povertà e la persecuzione temporale sono sorelle e ad esse sono consegnate le chiavi del regno dei cieli non soltanto come promessa ma come possesso; la persecuzione temporale infatti può portar via tutto il mondo, ma la povertà evangelica non può difendere nulla di ciò che è del mondo. E poiché il Creatore prudentissimo dispose che nessuna creatura fosse senza il suo posto nel mondo ma la povertà e la persecuzione non hanno in proprio nessun luogo nel mondo, perciò assegnò ad esse le dimore celesti. Certamente l'uomo animale non capisce queste cose, né può ascoltare queste cose colui che con la sua vita falsa causa macchia a madonna Povertà, o colui che porta forzatamente la sua compagnia oppure rigonfia con inganno l'uso povero; ma coloro che hanno lo spirito di Cristo, il quale insegnò ed osservò la povertà, le capiscono e gioiosamente le osservano.

[2070] Si narra nella leggenda del Padre che egli comandava di abbattere le case già costruite e che tutti i frati uscissero da esse, se vi scorgeva qualcosa che o per motivo di appropriazione o per motivo di spesa fosse contrario alla povertà evangelica. Proclamava infatti che questa era il fondamento del suo Ordine e che in essa così si innesta la struttura della Religione, che rimane solida se essa è solida, rovina del tutto se essa è scalzata. Quali dolorose conseguenze derivano dalle cose qui dette! Se le parole del padre santissimo sono vere, anzi poiché dubitare di esse è per i figli come essere eretico nei riguardi della Regola, consegue che con dolore vediamo che la Religione è rovinata anziché ferma. Infatti la povertà è come scomunicata con tutte le forze dai singoli luoghi. Ed è questa una cosa evidente agli occhi del mondo, che in ogni città, in genere, i palazzi più sontuosi e i luoghi più curiosi e più vasti e più insigni per mondana vanità sono quelli che vengono costruiti da questi poveri!

[2071] Queste sono le parole e i pensieri che un certo santo dottore, professore di questa santa povertà e zelatore infaticabile di essa, inserì in un certo trattato che egli fece sulI'argomento della alleanza della povertà (commercium paupertatis), gemendo anch'egli per i mali che vedeva; e tuttavia, se paragonato alla situazione odierna, si direbbe che era un niente quello ch'egli aveva potuto vedere. Infatti, come una pesante pietra da mulino gettata in mare discende con rapidissima corsa verso il fondo, così dal tempo di quel dottore risalendo verso di noi, il peso dell'amore delle cose temporali ha trascinato verso il fondo tale moltitudine di questo Ordine, che ormai non ritengono più un male l'allontanare la povertà ma, all'opposto, giudicano empietà e apostasia avere zelo per la vera povertà. Perciò, se qualcuno parla contro gli eccessi palesi riguardo alla povertà, soprattutto se si fa giudice dei trasgressori di essa, viene ritenuto nemico pubblico. Questo dico se si parla di quella povertà che viene rivelata dalla perfezione della professione, e che quindi toglie tutto di mezzo .

[2072] Dice dunque quell'uomo santo, introducendo madonna Povertà a lamentarsi della rovina: « Sono sorti di mezzo a noi alcuni che non sono dei nostri, figli di Belial, che parlavano cose vane ed operavano iniquamente, dicendo di essere poveri, mentre non lo erano, e coprirono di insulti me, che quegli uomini gloriosi avevano amato con tutto il cuore, e mi resero immonda, seguendo la via di Balaam di Bosor, il quale amò la mercede dell'iniquità. Uomini corrotti nella mente, e estranei alla verità, che stimavano fonte di guadagno la pietà, uomini che si vestirono sì con l'abito della Religione ma non indossarono il nuovo uomo, ma piuttosto avevano camuffato il vecchio. Denigravano i loro padri, e nel segreto mordevano la vita e i costumi di coloro che erano stati gli istitutori di questa santa forma di vita religiosa, tacciandoli di indiscreti e senza misericordia, e proclamando me, che essi avevano scelto a compagna, oziosa, insipida, turpe, senza decoro, dissanguata e morta ». E molte altre cose dice quel santo dottore per provocare al pianto sulla rovina della povertà che vedeva prossima.

[2073] Ma ora non abbiamo bisogno di mutuare parole di altri, perché non soltanto gli amatori della povertà sono provocati al pianto con le opere esteriori, ma generalmente gli uomini del mondo sono riempiti di scandalo a motivo del loro malesempio, e i ricchi e i potenti ne prendono motivo di riso osservando che vogliono farsi chiamare poveri mentre si abbandonano a tali eccessi. Ma ritorniamo alla povertà del Santo. Egli era solito chiamarla ora sposa, ora sorella, ora madre, ora signora, ora regina. E poiché amava la povertà con così piena fiducia, Dio che è la provvidenza dei poveri, soccorse con tanta sufficienza alla penuria di Francesco, che, mediante molti miracoli, non gli mancò mai il cibo e la bevanda, quando era evidente che tutto era venuto a mancare al potere del denaro, del lavoro e della natura.

[2074] Quale sia stata l'intenzione di Francesco circa l'osservanza della povertà, lo dichiarò lui stesso quando a frate Rizzerio della Marca, uomo santo e nobile e molto caro al beato padre, che lo interrogava riguardo alla povertà, il padre santo, che allora giaceva nel palazzo del vescovo di Assisi, debole e infermo di quella malattia di cui morì, diede questa risposta. Ed io qui riporto le sue parole, come le scrisse di sua mano col suo stile il santo padre Leone, compagno più abituale del beato padre. Lo interrogò dunque così frate Rizzerio sull'osservanza della Regola, in merito all'articolo della povertà

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[2075] Da quanto abbiamo riportato risulta chiaramente che Francesco fu perfettissimo zelatore dell'altissima povertà, di quella povertà cioè che si deve chiamare veramente evangelica. Ma ancora risulta chiaramente che fino da allora cominciò a prolificare la radice di ogni male, che è ora cresciuta nel suo pessimo frutto. Quale grande dolore sarebbe derivato al suo cuore paterno, se avesse visto con gli occhi del corpo i mali dei nostri tempi! Ma li vide nello spirito e ne fu pieno di tristezza; e questa fu la causa, come si vede chiaramente dalle cose riferite, per cui rassegnò le dimissioni dal governo dei frati, perché sentiva di non potere impedire il corso della futura rovina. In quale maniera tutto questo fosse conforme a un disegno della divina Provvidenza, lo diremo in seguito, per quanto Gesù ce ne darà la capacità.

L'ARDORE DELLA SUA CARITA'

[2076] Come poi Francesco, l'amico dello sposo Gesù, si studiò di conformarsi allo stesso Gesù nel fervore della carità e nel desiderio della salvezza dei fratelli, risulta manifestamente da questo fatto: che dal principio della sua conversione fino alla fine, sempre crebbe, come fuoco, nell'ardore dell'amore a Gesù. Infatti, sospinto dallo Spirito Santo, infiammava sempre di più il camino del suo cuore, e perciò, appena udiva nominare l'amore di Dio, ne era tutto commosso, impressionato e infiammato, al punto che sembrava continuamente invocare con la sposa del Cantico: « Sostenetemi con focacce di uva passa, rinfrancatemi con pomi, perché languisco d'amore ». E rinfocolava questo suo amore attraverso tutte le creature.

[2077] Nelle cose belle scorgeva Colui che è il bellissimo, nelle cose deboli le infermità che il pio Gesù sopportò per la nostra salvezza, di tutto facendosi scala per raggiungere il Diletto. Inoltre si trasformava continuamente con tanta singolarità d'amore nel Cristo crocifisso, che meritò di essere configurato non solo nella mente, ma anche nel corpo all'immagine del Crocifisso. Gli mordeva le viscere lo zelo della salvezza eterna, al punto che non si riteneva amico di Cristo, se non incendiava d'amore le anime da lui redente. Da qui le sue battaglie nell'orazione, le sue fatiche nella predicazione, il suo impegno straordinario nel dare buon esempio....

IL FASTIGIO DELLA CONTEMPLAZIONE

[2078] Ma Francesco non trascurava di ritornare, a brevi intervalli di tempo, nel luogo della solitudine, sebbene anche quando dimorava tra le turbe, per quanto poteva, giorno e notte si separasse da loro per abbandonarsi alla solitudine e alla contemplazione. E questa maniera di stare tra gli uomini e di predicare continuamente l'insegnava anche ai suoi frati. Per questo motivo, per accondiscendere benignamente ai desideri del prossimo, volle che i luoghi dei frati non fossero vicini alle abitazioni degli uomini, perché non ci fosse troppa mescolanza ed essi potessero così custodire l'amore quieto della contemplazione e della orazione. Voleva così essere vicino ed estraneo ad un tempo: che i loro luoghi fossero vicini alla gente e però collocati fuori delle loro abitazioni in posti adatti alla solitudine. In questo imitò il pio maestro Gesù, che, per dare l'esempio ai predicatori della vita evangelica, insegnò ad accondiscendere agli altri, ma in tale modo da salvare i diritti della solitudine.

[2079] Si legge che per tre motivi Gesù si appartava dalle turbe: a volte per riposo di quiete, come nel capitolo VI in Marco, quando Gesù invitò i discepoli: « Venite con me in un luogo deserto e riposatevi un poco », altra volta per poter attendere all'orazione, come nel capitolo VI di Luca, dove è scritto: « In quei giorni se ne andò a pregare sul monte e trascorse tutta la notte in preghiera »--e perciò Ambrogio scrive: « ti forma con i suoi esempi ai comandamenti della virtù »--; altra volta per evitare la lode umana, come è detto nel capitolo VI di Giovanni quando volevano rapirlo per farlo loro re, dopo il miracolo dei pani, ed egli si ritirò di nuovo sul monte solo; e così ancora quando volle insegnare le cose più perfette, come è detto nel capitolo V di Matteo: « Gesù, vedendo la folla, salì su di un monte ». Con queste azioni, poiché non nella città o sulle piazze ma su un monte e nella solitudine sedette a insegnare, ci ammaestra a non fare nulla per mostrarci agli uomini e ad allontanarci dallo strepito, soprattutto quando si debba discorrere intorno ai vizi.

IL DECLINO DELL' ORDINE

[2080] Tu conosci, o lettore, che Davide profetando disse che i figli degli stranieri si allontanarono dalle loro strade, sebbene lo zoppo cammini molto male sulla strada. Non sono dunque figli degli stranieri questi che non camminano né bene né male per la via della Regola, questi sono piuttosto figli ribelli e figli di distruzione, anzi più propriamente leoni in libertà, e quella mala bestia che devastava tutto, al di là di quanto si potesse pensare, così che non c'è nulla della vita di Francesco e della Regola promessa che non sia da loro spezzato, calpestato e divorato. Scrivo queste parole con tanto doloroso stupore, che mi sembra che il cuore mi si spezzi e appena so trattenere la mano dallo strappare tutto e la voce dal gridare. Poiché io che tocco con mano le realtà più profonde, vedo una così precisa convenienza tra la Regola e la vita, tra il padre e i figli, quanta ne esiste tra il bianco e il nero, tra l'agnello e il lupo, tra il giusto e l'empio, tra coloro che convertono le anime e quelli che crudelmente le sconvolgono. Infatti non soltanto non vogliono osservare quello che hanno promesso, ma, come più volte è stato detto e più volte è da compiangere, perseguitano atrocemente quelli che vogliono osservarlo. E non vedi, se tu hai occhi, che non basta a costoro andare a zonzo per le piazze, ma ancora vogliono costruire i loro luoghi nel mezzo delle piazze? Certamente se non tutti sono nelle piazze, non è perché ne manchi ad essi il desiderio, ma perché non riescono ad avere la meglio per ivi abitare; ma, dovunque sono, fanno piazza; chiamo piazza o mercato la moltitudine della gente, poiché strisciano con le mani e con i piedi per trascinare nei loro luoghi l'afflusso della gente. Né temono nel fare questo di arrecare pregiudizio a nessun ordine religioso e a nessuna persona. E evidentissimo che questo procede dalla vanità della mente, in forza della quale sembra che non cerchino altro che il mondo, la fama e la gloria.

[2081] E sebbene dicano che fanno questo per utilità delle anime, si può loro replicare che è stolta questa utilità degli altri, se in essa si svuota la propria salvezza e professione. Ma forse che Francesco non ebbe più zelo delle anime, per dire così, nell'unghia dei suoi piedi, di quanto ne abbiano costoro o simulino di potere avere in tutta la dissipazione dell'ufficio che hanno assunto? Ma vuoi vedere la loro falsità? Non è lo zelo delle anime che li ispira ma la ricerca delle cose temporali, del denaro e dei favori mondani. Infatti non si mostrano così ai poveri ed a quelli che non possono fare loro dei doni, né di questi ricercano le sepolture e i soldi, e nemmeno possono sopportare che si stabilisca nei dintorni dei loro Iuoghi, altra casa religiosa che insieme a loro procuri la salvezza delle anime. Non si tratta dunque di zelo delle anime, ma di ricerca di umana cupidigia. E sebbene dicano molte parole volpine e bugiarde per coprire i loro difetti--le quali parole tuttavia non hanno nessun riscontro nella verità dello spirito--, ciononostante essi non possono nascondere la verità all'uomo che conosca la loro vita e la loro Regola e il santissimo Testamento e le altre parole che il beato Francesco pronunciò in seguito a rivelazione divina, senza diventare essi stessi trasgressori della vita promessa e arrecare vergogna al loro Padre.

[2082] Tuttavia né qui né altrove affermo che sia di necessità di salvezza per tutto l'Ordine osservare il santissimo Testamento e le altre opere di perfezione che il beato Francesco asserì appartenere alla perfezione del Vangelo, ma dico con chiarezza e con fermezza che rifiutare quel Testamento santissimo e non volere osservare le sue ammonizioni, non è certo osservare pienamente lo stato evangelico ed è indizio di grande regresso. E perciò da quel momento è cominciato il loro distacco dalla perfezione, che ora è terminato in una rovina. Sebbene infatti l'osservanza della Regola secondo le dichiarazioni e gli addolcimenti che procurarono d'ottenere da molti romani Pontefici, sia un'osservanza sufficiente quanto alla necessità di salvezza, tuttavia con questi modi non si osserva quella somma perfezione che il beato Francesco afferma d'avere ricevuto da Cristo e che egli osservò e voleva osservata dai frati. E però certamente un altro modo, che può essere chiamato perfezione evangelica, come hanno affermato quei sommi Pontefici nei loro scritti.

[2083] Ma che stiamo a perdere tempo in parole dal momento che, per giudizio divino, è avvenuto che quanto più hanno chiesto i rimedi delle dichiarazioni su questo argomento, tanto più andarono verso la rovina! Per questo dal tempo in cui Nicolò III ha fatto l'ultima dichiarazione,--nella quale sembrò esporre per quanto gli era possibile la Regola, adattandola al modo di osservanza che gli era noto al suo tempo--, come fosse stata appesa al ventre dell'Ordine una pietra da mulino, così in seguito si immerse precipitosamente, con ogni specie di rilassatezza, nel profondo del mare. L'ho toccato con mano io che già da molti anni ero nell'Ordine. E sebbene avesse ridimensionato molti eccessi, che aveva osservato a questo riguardo, credendo di curarli tuttavia il rilassamento fu tale che la medicina diventò mortifera, mentre proibiva qualche cosa con strettissima censura perché il mondo si guardasse dal mormorare per i loro eccessi, nei quali essi si erano occasionalmente rilassati. Perciò oggi il mondo non può  ignorarlo, appena confronti i fatti con gli scritti; ché anzi appaiono trasgressori anche delle loro esposizioni e dichiarazioni e alleggerimenti.

[2084] Ma c'è da stupirsi che si chieda una esposizione di una lettura così limpida, perché non c'è proprio nessuna difficoltà a capire la Regola. La difficoltà semmai è in questo: che la loro vita concordi con quella lettura. E sempre i frati hanno voluto nella vita andare verso il basso e cercare l'accordo con quella lettura di somma perfezione; ma questo accordo non hanno voluto raggiungerlo attraverso l'autorità del sommo Pontefice. E neppure è questo un miracolo sottoposto alla potenza di Dio, non trattandosi di potere ma di un venir meno e dire falsità, cioè affermare come vere insieme due cose contradditorie. Ogni uomo che abbia intelligenza chiara e sappia di grammatica, se assaggia questa vita e legge la Regola, conoscerà apertamente che come l'essere e il non-essere, così queste due cose si contraddicono. E perciò traggono un poderoso argomento dalle loro trasgressioni quelli che affermano che la perfezione evangelica non è ancora stata data alla Chiesa romana. Ma è un'affermazione falsa perché fu data in Francesco, ma è stata corrotta nei cattivi discepoli; né deve essere di nuovo donata, ma deve essere risuscitata dalla potenza e bontà infinita di Dio. Infatti è vero che ora si sono mescolati con le nazioni e hanno imparato le loro opere e servirono i loro idoli, e questi furono per loro un tranello, e ciò che è più doloroso immolarono i loro figli e le loro figlie agli dèi falsi; poiché i loro uffici santi sono stati quasi universalmente convertiti in ricerca simoniaca e adulatoria, e sono stati così immolati agli dèi falsi, cioè alle piazze, dove oggi per lo più i religiosi costruiscono i loro luoghi.

[2085] Non così Francesco, che il perfetto Gesù formò ad immagine della sua vita, a similitudine della sua condotta, nella perfetta osservanza del Vangelo, per suo onore e per la salvezza del popolo, nel modo più perfetto possibile alI'umana fragilità e corrispondente alla misura della sua grazia. E veramente in lui Gesù può dire: « Il Signore ha suscitato per me un altro figlio al posto di Abele », perché al posto del coro degli apostoli immolato col martirio e fondato alI'inizio sulla sinagoga, Gesù ha suscitato Francesco e la sua forma di vita religiosa nell'orbe romano. Così dunque è chiaro come Francesco fu simile al benedetto Gesù nel fastigio della sua condotta.

FRANCESCO UOMO DI ORAZIONE

[2086] Quanto poi sia rifulsa in lui la vita contemplativa e quanto abbia amato nei suoi l'amore dell'orazione, risulta in parte da quanto è detto nella vita di lui. Per questo, Francesco, a somiglianza di Gesù, sentendo d'essere nel corpo in esilio lontano dal Signore, divenuto ormai all'esterno interamente insensibile ai desideri terreni per l'amore di Cristo Gesù, pregando senza interruzione si studiava d'avere sempre Dio presente. L'orazione era la gioia del contemplante, mentre, già fatto concittadino degli angeli, aggirandosi per le eterne dimore, contemplava i loro arcani, e con desiderio fremente ricercava il Diletto, dal quale lo separava soltanto la fragile parete della carne. Intento all'azione, era lui la sua difesa. In tutte le cose, diffidando delle sue capacità, implorava con insistente preghiera di essere diretto dal benedetto Gesù. e con tutti i modi a sua disposizione incitava i frati alla preghiera. Lui stesso poi era sempre così sollecito ad immergersi nella preghiera che, camminasse o stesse fermo, faticasse o riposasse, sembrava che dentro e fuori sempre fosse intento a pregare. Sembrava che dedicasse all'orazione non soltanto il cuore e il corpo, ma anche I'azione e il tempo.

[2087] A volte rimaneva così sospeso dall'eccesso della contemplazione, che, rapito fuori di sé e fuori dei sensi umani, non si accorgeva di quanto avveniva intorno a lui. E poiché lo spirito dell'uomo attraverso la solitudine si raccoglie sulle cose più intime e l'amplesso dello Sposo è nemico degli sguardi delle folle, perciò, cercando luoghi solitari, si recava nelle chiesette abbandonate per pregarvi la notte. Là, pur sostenendo terribili lotte da parte dei demoni, che combattevano contro di lui corpo a corpo nel tentativo di impedirgli di applicarsi all'orazione, tuttavia, trionfando di loro meravigliosamente, rimaneva solitario e in pace. Allora riempiva le selve di gemiti. Alcune volte i frati che l'osservavano, lo sentivano intercedere con alti clamori presso Dio per i peccatori e piangere ad alta voce, come vedesse davanti a sé la passione del Signore. Là fu visto una notte, pregare con le mani distese in forma di croce, sollevato con tutto il corpo da terra, mentre una nube leggera rifulgeva tutto attorno a lui, a testimonianza meravigliosa ed evidente attorno al corpo della mirabile illuminazione che riempiva l'anima. Là venivano aperti davanti a lui gli arcani segreti della sapienza di Dio. Là apprese quelle cose che scrisse nella Regola e nel suo santissimo Testamento e quanto comandò ai frati perché l'osservassero. Infatti, come è certissimamente evidente, I'instancabile applicazione all'orazione, unita al continuo esercizio delle virtù, condusse l'uomo di Dio a tanta serenità di mente che, sebbene non fosse perito per dottrina nelle sacre Scritture, tuttavia, irradiato dai fulgori dell'eterna luce, penetrava con mirabile acutezza le verità più profonde della Scrittura. Là ottenne dal Signore un luminoso spirito di profezia, per il quale ai suoi giorni predisse molte cose future che si compirono a puntino secondo la sua parola, come viene illustrato attraverso molte prove nella sua leggenda.

[2088] Là in modo singolare ma chiarissimo ricevette la rivelazione circa la crescita del suo Ordine e la via che Cristo medesimo voleva che i suoi frati percorressero, e questa via il padre santo continuamente illustrava ai frati con la parola e con l'esempio. E inoltre là fu a lui rivelata la strada pericolosa che i frati percorrevano. Ed egli, finché visse, cercò in tutti i modi di impedirlo, e perfino mentre stava per entrare nella porta del glorioso Gesù, disteso sul letto della morte, lo proibì. Inutilmente quanto ai perversi, perché prevalse la loro presuntuosa e stolta prudenza della carne e malizia ostinata; ma i figli legittimi, alla luce delle sue parole e del suo santissimo Testamento, anche se ora son pochi, avanzano sulle orme di Gesù Cristo, sebbene siano molestati con molte persecuzioni da parte dei figli secondo la carne.

[2089] Infatti, questo padre santissimo, quasi un altro Abramo, ebbe una duplice figliolanza; I'une dalla schiava e l'altra dalla donna libera. E quelli che sono nati dalla schiava, sono nati secondo la carne, ed hanno camminato, nella maggioranza dei casi, molto palesemente secondo la prudenza della carne. Ma quelli che sono nati dalla libera, sono i figli della promessa, e non dubitano che Cristo non ha mentito al suo servo Francesco e neppure che lo stesso fedele servo Francesco abbia mentito in quelle cose che scrisse nella Regola e nel suo santissimo Testamento. E perciò, avanzando sicuri attraverso l'altezza della Regola e l'osservanza letterale di essa, non hanno il minimo dubbio che essa contenga qualcosa di impossibile e impraticabile. Ma, come allora colui che era nato secondo la carne perseguitava quello che era nato secondo lo spirito, così anche ora. Non è infatti meno vero ora di allora che questo Ismaele è cacciatore e lancia le sue frecce da ogni direzione contro i figli legittimi e osservatori della Regola mediante persecuzioni, riprensioni, precetti disordinati e sentenze dure. Ma che dice la Scrittura? « Allontana la schiava e il figlio di lei, perché il figlio della schiava non sarà erede assieme al figlio della libera », poiché ad Abramo era stato detto: « Attraverso Isacco da te prenderà nome una stirpe ». Noi domandiamo con gemiti del cuore e preghiere che venga scacciato questo figlio della schiava e illegittimo, quanto all'osservanza della Regola; non dall'eredità paterna, se volesse camminare nella via della Regola, ma dalle sue opere perverse e dall'usurpazione di un nome falso e dalla persecuzione dell'erede legittimo.

[2090] Il padre santo previde, nella luce della contemplazione, tutte queste cose e le predisse con parole chiare e precise. Così si trova espressamente anche nei detti e negli scritti del santo uomo e suo compagno frate Leone. Così ho udito da quell'uomo virtuoso e santo, vero figlio legittimo del Padre, venerato ovunque è conosciuto, frate Corrado da Offida. Questi per cinquanta anni o quasi, ricco della sola tonaca, corda e brache, in mezzo a una nazione perversa e corrotta, camminò nella via della Regola e del santissimo Testamento, senza un lamento, sebbene consti che dovette sostenere molteplici persecuzioni e inquisizioni dai figli della carne, quasi fosse un eretico perché osservava la Regola, e sebbene ancora quanti gemono sui mali del popolo, lo venerino come padre... Ho ascoltato più volte da questo santo uomo frate Corrado, che egli stesso quelle cose che ho ricordato e molte altre e di maggior peso aveva udito dal predetto santo frate Leone e dai santi padri frate Masseo e frate Cesolo e da molti altri compagni del santo uomo, ed anche lui aspetta tra lacrime e con desiderio pieno di compassione, di vederle realizzate.

IL SANTO FRATE EGIDIO

[2091] Ho udito anche da un gran numero di frati che avevano vissuto col santissimo padre frate Egidio in grande familiarità, il pensiero dei primi frati e dei primi padri, che avevano sentito predire dallo stesso santo padre delle cose che sembreranno incredibili fino a quando non si saranno realizzate. Infatti, come ha narrato a me con molte lacrime, il santo uomo caro a Dio, Masseo, cavaliere di Perugia, che da poco è tornato al cielo, il santo uomo Egidio gridava con alte grida sulla distruzione della Regola che vedeva con i suoi occhi; al punto che molti, i quali non conoscono le vie dello spirito, lo ritenevano impazzito; e non avrebbero potuto sostenere tale dolore, se non fosse stato più volte certificato da Cristo Gesù sulla fine di questa rovina e sulla resurrezione della Regola santissima e di tutta la Chiesa. Chi potrebbe narrare la santità di questo sant'uomo, il santo frate Egidio? Egli fu il quarto dei frati minori, terzo figlio legittimo del Padre. Questi dapprima s'adoprò con tanto vigore di opere nell'esercizio della vita attiva, che veramente, come Marta, sembrava preoccupato continuamente in molti esercizi di virtù e ministeri di vita attiva attraverso il lavoro delle mani, la cura dei lebbrosi ed in molte altre opere umili; ed in esse perseverò fino a quando fu rapito nella contemplazione per influsso dell'amore di Gesù, al punto che sembrava cittadino del cielo più che della terra, pur vivendo nella carne. Ho udito da molti, che ne furono testimoni, che appena si nominava la gloria del paradiso, subito era rapito in estasi per la dolcezza della gloria celeste.

[2092] Questi, quando vedeva qualcuno intento all'insegnamento o aspirante agli studi, scherzosamente faceva con i pugni delle due mani una specie di tuba, perché, diceva esplicitamente, lo studio e la scienza di costoro gli sembravano ordinati a crearsi una vana tuba di pompa e fama mondana. Questi, osservando quanta vanagloria molti figli pieni di ambizione ricavavano dai miracoli del santo padre, disse che aveva impetrato dal Signore una grazia: che a motivo dei suoi miracoli non venisse eretta nessuna vana fabbrica, perché non trovasse motivo di gloria la vita vuota e vana di coloro che si gloriano d'aver avuto dei padri santissimi, dei quali però non vogliono imitare l'esempio. Infatti a motivo dei segni di evidente santità di questo beatissimo santo padre Egidio, notissimi a tutto il mondo, molti frati si aspettavano di vedere miracoli simili, o anche maggiori, di quelli che sentivano operati dal beato padre Francesco. E poiché questa cosa non gli era rimasta nascosta per virtù dello Spirito, sento dire che egli rispose quello che ho riferito sopra. E aggiunse che a motivo dei suoi benefici non costruissero il maleficio di una Chiesa eccessiva contro la Regola, cioè a motivo dei miracoli che ottenessero dal Signore; anzi, se fosse possibile, si evitasse con tutte le forze ogni costruzione per non portare rovina ai santi. Tuttavia, per la indubitabile riverenza che aveva verso il santo padre beato Francesco, sosteneva che sul suo corpo si dovesse erigere una chiesa di rilievo, che servisse a insinuare nel popolo, impastato nei sensi, I'idea della eminente santità di lui. Ma tutti gli altri edifici li aveva in grandissimo orrore. Non è però possibile dire brevemente intorno alle virtù, alla contemplazione e alla quasi continua estasi nella quale perseverò e si esercitò fino al termine della sua vita questo santo padre Egidio, perché la sua vita santa richiederebbe un grande volume a parte.

FRANCESCO SIMILE A CRISTO

PER IL PRODIGIO DELL' AMMIRAZIONE

[2093] In terzo luogo questo uomo evangelico Francesco fu simile al benedetto Gesù per il prodigio dell'ammirazione per il quale ben si addice a lui quel detto dell'Ecclesiastico al capitolo 45: « Lo rese glorioso come i santi »: gloria dei santi in questa vita e splendore dei miracoli, nei quali il beato Francesco fu in modo tutto singolare simile a Gesù. Per fermarci a quanto è stato scritto, questi, come Gesù cambiò l'acqua in vino, moltiplicò i pani, e da una navicella miracolosamente ferma in mezzo ai flutti del mare e poi portata a terra da lui, ammaestrò le turbe che ascoltavano sulla spiaggia. A lui sembrava che obbedisse ogni creatura, come ad un comando, quasi che in lui fosse ristabilito lo stato di innocenza. Ma, per tacere d'altre cose...

FRANCESCO SIMILE A CRISTO

PER IL PRIVILEGIO DELLA AUTENTICAZIONE

[2094] In quarto luogo Francesco fu simile [a Cristo] per il privilegio della autenticazione, per cui si addice a lui in modo tutto speciale quel detto del capitolo terzo di Daniele: « Il quarto è simile nell'aspetto a un figlio di dèi ». Fu egli infatti quarto tra i principali leviti: Stefano, Lorenzo, Vincenzo e Francesco. Fu anche quarto tra i fondatori degli Ordini: Benedetto, Agostino, Domenico e Francesco; questo tra i latini, giacché tra i Greci, il primo istitutore di una Regola fu l'esimio uomo Basilio, e la Regola di lui sembra avvicinarsi più di ogni altra alla perfezione del Vangelo. Questo Francesco poi fu vessillifero del sigillo dell'autorità, del vessillo della operosità, del sigillo della  carità...

LA PREGHIERA « ABSORBEAT >>

DI FRANCESCO D' ASSISI

[2095] Così Francesco con la mente e con la carne trapassò (fluxit ) interamente dentro le cicatrici scolpite del Diletto che gli era apparso, e l'amante fu trasformato nell'amato. Come il fuoco ha potere di distacco e, consumando la materia terrestre, sempre tende verso le cose superiori, perché è sua natura levarsi verso l'alto, così il fuoco del divino amore, consumando il cuore di Francesco e incendiando la sua carne, la infiammò e la configurò trascinandola nelle sue alte regioni. Così fu compiuto in lui quello che egli chiedeva avvenisse di sé: « Rapisca, ti prego, o Signore, la mia mente da tutte le cose che sono sotto il cielo, la forza bruciante e dolce del tuo amore, perché per amore del tuo amore io muoia, perché tu per amore del mio amore ti sei degnato morire ».

UNA RIVELAZIONE

DEL SERAFINO ALATO E CROCIFISSO

[2096] ...Perciò si dice che godeva dell'aspetto grazioso col quale si vedeva guardato da Cristo sotto figura di Serafino, aggiungendo che Colui che gli era apparso gli aveva rivelato cose che non avrebbe detto a nessuno finché era in vita. Certamente erano, queste, parte di quei grandi misteri divini che le orecchie umane non possono pienamente capire. Riguardo al terzo dono è scritto: E il nome della città, ecc., perché allora fu a lui promesso che il suo Ordine sarebbe durato fino alla fine del mondo e gli fu rivelata la morte e la resurrezione della sua Regola. E udii una cosa meravigliosa, che affermo senza nessuna temerità, ma la racconto devotamente ai soli devoti
[2097] Ho udito, dunque, dal santo uomo frate Corrado e da molti altri degni di fede, che il beato Francesco dopo la sua glorificazione in cielo, rivelò al santo frate Leone,--e si dice sia stato rivelato anche ad alcuni altri --, che in questa apparizione Cristo predisse a Francesco le tribolazioni del suo Ordine e della Chiesa e la condanna e corruzione delle sua Regola e così grande confusione delle menti degli uomini spirituali e dei suoi figli, a motivo della universale contestazione di questa Regola, che per loro conforto e luce il piissimo Gesù l'avrebbe risuscitato nel suo corpo glorioso e l'avrebbe fatto apparire visibilmente ai predetti suoi figli. Che sarà di questa predizione, si può aspettarlo devotamente, ma non farla propria temerariamente; tuttavia la ragione può suffragare assai la devozione: come Francesco fu in modo tutto singolare simile a (`risto Gesù, quanto alla somiglianza della passione, così potrebbe esserlo anche, più di tutti gli altri, nell'anticipazione della resurrezione, e soprattutto per rafforzare la fede e la verità della vita evangelica, che ha voluto rinnovare in Francesco, la quale soffre da parte della Chiesa carnale in quegli stessi modi--come si vedrà più sotto--nei quali soffrì la persona di Cristo da parte della sinagoga, e perciò risorgerà in Francesco che risorge.

2.

« GESU' STABILISCE LA NORMA DELLA SUA VITA >>

[2098] ...Quanto alla testimonianza celeste che questa Regola Francesco l'ha ricevuta da Gesù Cristo, ascolta, o lettore, e medita nel segreto del tuo cuore. Poiché quello che ora dirò proviene dal santo frate Corrado, che l'ascoltò dalla viva voce del santo frate Leone, che era presente e scrisse la Regola. E queste stesse cose si dice che erano contenute in certi rotoli che egli scrisse e consegnò al monastero di santa Chiara perché li custodissero come memoria per i posteri. In essi aveva scritto molte cose, quali le aveva raccolte dalle labbra del Padre o le aveva viste nelle sue azioni, tra le quali sono contenute le cose meravigliose e degne di ammirazione operate dal Santo, quelle che riguardano la futura corruzione della Regola e la futura rinnovazione di essa; così pure cose meravigliose circa l'istituzione e la rinnovazione della Regola da parte di Dio e circa l'intenzione del beato Francesco quanto all'osservanza della Regola, la quale intenzione egli stesso diceva d'averla ricevuta da Cristo. Cose queste che industriosamente frate Bonaventura ha omesso e non volle scrivere pubblicamente nella sua leggenda, soprattutto perché c'erano tra esse delle notizie che dimostravano apertamente come già da allora si erano prodotte delle deviazioni dalla Regola e non voleva diffamare i frati davanti alla gente prima del tempo. Ma è chiaro che sarebbe stato molto meglio se le avesse scritte, perché forse non sarebbe seguita poi così pesante rovina, soprattutto perché ormai non si osservava quanto dirò più sotto. Ho sentito con molto dolore che quei rotoli sono stati smembrati e forse andati perduti, soprattutto alcuni di essi. Narrò dunque e scrisse questo il santo frate Leone, che mentre digiunava col beato Francesco sul monte per scrivere la Regola... .

. . . . . . . .

[2099] Allora il piissimo Gesù, preso da compassione per le sofferenze del Santo e volendo dare una piena conferma per le generazioni future, gridò con alta voce dal cielo, con tale forza che per la valle e per il monte fu udita e intesa distintamente quella voce che diceva: << Francesco, io sono Gesù che ti parlo dal cielo. La Regola è stata fatta da me e tu non ci hai posto niente di tuo. Io conosco l'aiuto che voglio concedere e la fragilità della natura, e, avendo tenuto presente queste cose, so che la Regola può essere benissimo osservata, e voglio che sia osservata alla lettera e senza nessuna glossa. Quelli che non vogliono osservarla, se ne vadano, perché voglio che niente in essa sia mutato ». Sentito il tuono della voce di Cristo, il Santo esultò nello spirito e disse ai frati che stavano nella valle: « Avete sentito, fratelli miei, il benedetto Gesù? Volete che ve lo faccia ripetere un'altra volta? Ora vedete chiaramente che la Regola è del nostro Signore Gesù Cristo e non mia, e che Lui ha posto tutto quello che vi è scritto ». Spaventati i frati, percuotendosi il petto, abbassano il capo e chiedono perdono; poi, ricevuta la benedizione, ritornano ai propri luoghi. Queste cose le attesta quel santo frate Leone, che fu presente a tutto e udì il Signore Gesù Cristo mentre parlava.

[2100] Chi dunque potrebbe ancora rimanere incredulo ? Non induriamo perciò, da qui innanzi, il nostro cuore riguardo all'osservanza della Regola, perché Gesù a tutti ha parlato nella persona dei presenti, dando testimonianza della Regola santa e apostolica. E in segno che essa è una Regola apostolica, la suddivise in dodici capitoli, quasi nei dodici fondamenti apostolici e nelle dodici porte per le quali si entra nella vita evangelica, come nella nuova Gerusalemme discesa dal cielo...

3.

« GESU' NUOVAMENTE DISPREZZATO »

[2101] ...Frate Bonaventura nella leggenda accenna appena di passaggio a queste cose, perché non voleva rendere noti ai lettori gli inizi dell'antica nostra rovina; ma in questo modo, sebbene l'abbia permesso il misericordioso Iddio ed egli l'abbia fatto guidato da umana prudenza, offrì tuttavia una grande occasione alla cecità di molti, perché rimase sconosciuto il fervido zelo del Santo contro gli inizi della morte . Riferirò un solo fatto, che udii da relazione certissima compiuto dal Santo per combattere la ricerca del superfluo e della curiosità degli uomini.

[2102] Frate Elia, -- che sempre appariva come la carne in lotta contro lo spirito del Santo, sebbene sotto il manto della discrezione e del bene--, indossò una volta un abito che, per la lunghezza e l'ampiezza, la grandezza delle maniche e del cappuccio e per la preziosità del panno sembrava eccedere assai ed essere molto difforme da quella viltà che il Santo aveva prescritto. Chiamatolo alla presenza di molti frati, gli chiese di prestargli quell'abito che portava. Lo indossò sopra il suo e, fatta una specie di sotto cintura, adattò le pieghe della tonaca e il cappuccio sul capo e su tutto il corpo, con quei gesti che pensava avrebbero fatto i suoi figli; poi, col capo studiosamente sostenuto e rigonfiando il petto, incominciò a camminare con superbiosa maturità e a salutare con un boato di voce i frati, che erano pieni di stupore davanti a quel suo aspetto, con voce gonfiata e insipida: « Buona gente, il Signore vi doni la pace! ». Fatto questo, in fervore di spirito, con segni di ira, ingiuriosamente estraendo quelI'abito, lo gettò lontano, e disse a Elia, mentre tutti gli altri erano in ascolto: « Così cammineranno i bastardi dell'Ordine! ». Poi nel suo abito spregevole, corto e stretto, nel quale, come gli altri primi frati, sembravano dei crocifissi al mondo, mutato il volto in pia mansuetudine, e cambiati tutti i gesti del corpo in segni di carità pia e di umiltà profonda, cominciò a passeggiare tra i medesimi frati e a salutarli con sì grande affetto, donando loro la salutare pace del Signore, che l'affetto salutare sembrava risplendere nel volto di lui. E disse ad Elia e agli altri frati: « Questo è il modo di camminare dei miei frati legittimi! ». Poi si sedette in mezzo a loro e cominciò ad esortarli con parole efficaci a conservare la sua povertà e viltà e ad aprire la loro mente sui mali che stavano per invadere e proliferare.